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Rimanendo testimone di Wolter Keers

Posted: under L'uomo di Latta - Il Cuore, Nel Percorso.
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Periodico Vidya – Ottobre 1997 – Rimanendo testimone – di Wolter Keers (Mountain Path Gennaio 1979).

D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri Ramana Maharsi, che apparentemente ottenne l’illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non c’è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D’altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a diciassette anni, Venkataraman fu preso dal panico e sentì che stava per morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante, cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell’età egli era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici, l’illuminazione sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo di fare qualcosa, quando dimentichiamo il “facitore” in noi, frutto di proiezioni, e rimaniamo “testimoni” di ogni evento che appare e scompare. Inoltre egli adottò il “punto di vista del Testimone” nel momento più critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell’individualità si precipitò su di lui.

Questo è forse l’aspetto più sorprendente dell’intera storia. Infatti il panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l’arrendersi all’inevitabile, senza il desiderio di modificarlo o di scansarlo; l’aver adottato la posizione del Testimone, e l’assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest’ultimo aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c’è in me il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c’è ancora parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sådhanå nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni…

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile il riconoscimento che sono l’ultima realtà anche ora. La speranza implica il desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che sono un’individualità proiettata, un’immagine, che sta vivendo attraverso gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c’è niente nel futuro in cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che non sono realmente “Io”, poiché ciò che sono non può essere mai separato da me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo compito.

Questo è l’atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è chiamata realizzazione del Sé. Se la paura più definitiva e più profonda è accettata in modo così totale, per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa succedere, niente altro potrà trattenerti. L’ego non potrà più ricattarti, e niente ti potrà più spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte. Questa totale resa e l’assenza del desiderio di continuare a vivere, sono qualcosa che vale la pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è l’individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L’io, l’individualità desidera la realizzazione, ma l’individualità non può sapere cosa significano queste parole. L’individualità, o ciò che va sotto tale nome, appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel livello la libertà diviene un’idea, un concetto. Però la libertà non ha niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo, totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza tuttavia accettarli? L’omicidio e la violenza non rimangono comunque inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse: «Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni cosa con un certo disgusto».

Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e osservazione. Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei movimenti personali, del tutto intimi, all’interno della sua psiche, come il disgusto che aveva menzionato.

Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente accettazione dei fatti. L’accettazione del fatto che ci sono assassini, che c’è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come conflittuale con l’armonia. I modi sottili o subdoli di difesa dell’io, quando sono osservati oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni. Noi possiamo vederli e osservarli così come guardiamo un film. All’inizio saremo tentati di unirci al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a poterli osservare senza esserne coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo modo di osservare a una sfilata di moda: tu siedi in una comoda poltrona e vedi la sfilata delle modelle che mostrano un vestito dopo l’altro. Ma non salti sul palco con un paio di forbici per modificare i vestiti in mostra! Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l’accettazione, potremmo dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all’interno di mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte nostra, nella consapevolezza che noi siamo. Molto spesso ciò è abbastanza facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un dolore di rivelarsi. Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni quando qualcuno ci fa qualcosa di sgradevole. La pratica dell’Osservatore diviene più difficile solo quando noi siamo preda della paura o della vergogna. In tali circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti. Così vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al momento era il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per la paura, è la ricerca dell’amore e della felicità. Quando ciò è visto chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad accettare la nostra vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all’occhio interiore della consapevolezza. Quando rifiutiamo certi sentimenti e ricordi, noi creiamo un ego che sente che deve proteggersi, ma quando permettiamo alle cose di accadere senza interferire allora non c’è ego: c’è solo la coscienza in cui i sentimenti sorgono e passano, in cui i pensieri vengono e vanno. Noi siamo allora il Testimone. Là in quel preciso non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la porta, per così dire, tra sogno e illusione da una parte, e ciò che viene chiamato il Sé dall’altra. Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano. Ma nel caso di Sri Ramana Maharsi non si trova traccia di altri sentieri. Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jñåni o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c’è traccia di qualcosa simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d’Amore. Se egli non avesse amato il suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per “Amore” non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami o quando sei felice, che cosa avviene?

L’evento che noi chiamiamo: “io sono felice” consiste di due parti. Una è la parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso dell’io, dai sentimenti dell’io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono e l’armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.

Ma ciò che avviene quando dici: “io amo” o “io sono felice” è che per un momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le tensioni cessano e l’accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è la parte sensibile dell’evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il sentimento è solo un sintomo di ciò che l’Amore veramente è, un effetto, il risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi. Ogni idea su noi stessi è comunque un’idea strana. Pensare di essere buoni è altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione, una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l’accettazione, vera accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza, senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l’aspetto di “testimone” dell’ultima Realtà. E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le paure e i desideri terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella consapevolezza che noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non è qualche cosa che debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la consapevolezza anche ora. La sola cosa che la sådhanå consente, è di sbarazzarsi dell’idea che noi siamo qualche cosa di diverso dalla consapevolezza. Quando questa idea se n’è andata, immediatamente ci imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra penetrarci, o anche esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente affinché questo non-evento avvenga.

Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo d’essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con profonda attenzione.

Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos’è che non va nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta. Recentemente un alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so perché bevo – è perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli continuava a bere perché non aveva approfondito il senso della sua affermazione. Solo quando fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo la sua condizione di bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo letto la notte, completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua infelicità. E quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall’aria così triste era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta insensibilità. E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c’era niente che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e continuare a nutrire la paura di non essere amato.

La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l’amore, e che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento egli non ebbe più bisogno dell’alcool.

Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni. Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità intellettuale, altri ancora costruiscono un’immagine di se stessi quali grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.

Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la ricerca dell’amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.

La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l’ego, questa difesa estrema che apparentemente ci separa dall’Amore che siamo noi stessi. Ma questo ego non è un’entità reale. Non è altro che un modo di vedere. Quando lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c’è eccetto che nella tua immaginazione.

Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare per farlo scomparire.

Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà dall’illusione che vi sia un ego. Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per qualche tempo con l’impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po’ di tempo come se mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora siamo legati dalla sua assenza. Questa è l’ultima cosa che ci dice che siamo ancora limitati. Quando questa assenza è vista come un oggetto col quale ci identifichiamo essa può dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente questa è libertà. La vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se stesso di momento in momento, e che rimane come semplice radianza quando non c’è più il mondo.

Il sonno profondo – l’assenza di nome e forma – allora si converte nella luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che credevamo che fosse.

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Comments (0) Ott 05 2013

Antico testo Egizio

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Traduzione di un antico testo egizio intagliato sulla porta d’accesso ad un sacro sito.

Finalmente ho raggiunto il MIO traguardo e risolto il segreto della mia anima:
Io sono QUELLO a cui rivolgevo le preghiere,
QUELLO a cui chiedevo aiuto.
Sono QUELLO che ho cercato.
Sono la stessa vetta della MIA montagna.
Guardo la creazione come una pagina del MIO stesso libro.
Sono infatti l’UNICO che produce i molti,
della stessa sostanza che prendo da ME.
Poiché TUTTO è ME, non vi sono due,
la creazione è ME STESSO, dappertutto.
Quello che concedo a ME stesso,
lo prendo da ME stesso e lo do a ME stesso,
l’UNICO, poiché sono il Padre ed il Figlio.
Quanto a quello che voglio,
non vedo altro che i MIEI desideri, che sgorgano da ME.
Sono infatti il conoscitore, il conosciuto,
il soggetto, il governante ed il trono.

Tre in UNO è quello che sono e
l’inferno è solo un argine che ho messo al MIO stesso fiume,
allorché sognavo durante un incubo.
Sognai che non ero il SOLO unico e
cosi’ IO stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso,
finché non mi svegliai.
Trovai cosi’ che IO avevo scherzato con ME stesso.
Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il MIO trono
e governo il MIO regno che è ME stesso, il signore per l’eternità.”

(Fonte: http://www.isabelladisoragna.eu/site/articolo.php?news=18&lang=italiano&menu=12)

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Comments (0) Dic 09 2012

La Miniera: la Natura e l’Alchimista

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“O Re, io vi confesso la verità: Dio, per il suo piacere, ha creato questa cosa mirabilissima in voi e in qualunque luogo voi siate, essa è in voi, e non potreste esserne separato … Voi siete la Miniera, perché essa si trova in voi e, per confessare il vero, siete voi stesso a prenderla e a riceverla. Chi cercherà un’altra pietra nel Magistero, sarà deluso nella sua opera…”
Questo è ciò che dice l’alchimista Morieno al Re arabo Kalid in uno dei primi testi alchemici giunti in Occidente.

Si prende l’immagine della Miniera per rimandare al significato di un luogo interno, sotterraneo, in cui si trova la materia prima. Le miniere rappresentano luoghi in cui si scava, con fatica e sacrificio, e con il duro lavoro dell’uomo si estraggono materie preziose che il tempo e le altre leggi di natura hanno forgiato.
Si può accostare la “Miniera” anche alla “Caverna”, per le sue caratteristiche di buio, di profondità, di luogo scavato nella roccia. Nella Miniera così come nella Caverna, occorre inoltrarsi muniti di un lume per far luce, ben accorti sui possibili pericoli. L’ingresso in questi luoghi è assimilabile all’ingresso in un bosco, all’inizio di un viaggio da cui si risalirà portando fuori il “tesoro”.
Non è dunque un caso che compaiano spesso come simboli in racconti mitologici e favole.

Ma la Miniera è assimilata anche all’Athanor, da cui si estraggono i “Metalli” per compiere le Operazioni.


Miniatura di Jean Perreal, XVI sec. L’alchimista dialoga con la Natura, raffigurata con un diadema che reca i simboli dei sette metalli, seduta su un albero cavo al cui interno arde il fuoco filosofico.

In un dialogo contenuto ne “Il Nuovo lume chimico”, il Cosmopolita ci mostra come lo Zolfo sia chiuso in un durissimo carcere da cui non potrà uscire se non dopo un tempo lunghissimo e con gran fatica. In quel carcere ha dei custodi che lo costringono a fare ciò che essi vogliono e viene detto che lo Zolfo è l’artefice degli odori e dei colori del mondo, dei fiori e dell’intelletto degli animali, dell’aria pura e di quella corrotta:

“Alchimista: «Signore, in quale soggetto è lo Zolfo?»

Saturno: «Sappi per certo che questo Zolfo ha grande virtù: la sua miniera sono tutte le cose del mondo perché è nei metalli, nelle erbe, negli alberi, nelle pietre e nelle miniere»”.

E, più avanti:

Saturno: «Lo Zolfo è la virtù di tutte le cose ed è secondo per nascita ma più vecchio di tutti, più forte, più degno, ma fanciullo obbediente».


Da A. Libavio, Commentariorum Alchymia, Tractatus quartus, De Lapide Philosophorum, Francfort 1606 – La Scala dei Filosofi.
Questo disegno, “La scala dei Filosofi”, è uno dei più misteriosi in cui si ritrovano parecchi simboli alchemici che si riferiscono al procedimento che, per mezzo delle leggi della Natura, conduce alla creazione dell’Oro alchemico.

“Nella parte bassa del disegno, indicato con A, vi sono due leoni mercuriali (che dalla didascalia apprendiamo essere verdi) con una sola testa che vomitano il solvente verde (mercurio filosofico) che darà inizio al processo di fabbricazione della quintessenza. E’ il simbolo della prima materia estratta dalla miniera che originerà la Pietra Filosofale. Sui sette gradini della scala di Salomone vi sono 5 leoni per lato (B) che indicano la comune origine dei 5 metalli. I leoni di sinistra sono solari e quelli di destra lunari. I metalli, mediante le 7 trasformazioni, si trasferiscono nel Sole (C) e nella Luna (D). In E vi sono un re (zolfo) ed una regina (mercurio) in un bagno chimico o fontana dei filosofi (il solvente nel quale vengono uniti lo Zolfo ed il Mercurio filosofici). Tale bagno è una specie di letto dal quale si genera la stirpe reale. Il re (F) e la regina sono nudi per indicare la purezza primitiva della materia necessaria per completare l’Opus. Un poco più in alto vi è un giardino (il mitico giardino delle Esperidi) con un albero che produce frutti d’oro, l’albero del sole o albero della vita. Coronano il tutto delle stelle d’oro (G) che simboleggiano i metalli bruciati, la moltiplicazione e l’aumento fino alla proiezione.”
(Descrizione tratta da: www.fisicamente.net)

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Comments (3) Lug 01 2012

Il Mulino mistico, l’Uovo filosofale, simbologie e correlazioni

Posted: under Nel Percorso, Ricerche e studi.
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Questo articolo nasce da uno studio su alcuni simboli apparsi in sogno: la farina bianca ed il pane. Le tradizioni millenarie hanno sempre dato particolare attenzione allo studio dei simboli onirici, a quelle immagini, parole e scenari che inviano precisi significati, tracciando alcune volte un percorso che ci invita ad “ascoltarci” dall’interno.
Così mettendo in atto ciò che arriva dall’antica Saggezza, “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam”, vado alla ricerca e all’approfondimento di possibili significati che i simboli colti attraverso sogni e intuizioni possono rivelare, risalendo a tutto un nuovo mondo di correlazioni.

Capitello romanico della cattedrale di Vezelay (Francia – Borgogna), sec. XII

Il capitello illustra il passaggio dal vecchio al nuovo testamento, per opera del cristianesimo. Nella parte superiore, Mosé versa nell’imbuto di un piccolo mulino – mosso dalla ruota con la croce (simbolo dell’evento cristiano) – il grano grezzo della Vecchia legge. Sotto, san Paolo raccoglie in un sacco la farina bianca della Nuova legge, per espanderla nel mondo.

E’ un esempio mirabile dell’efficacia della catechesi visiva per mezzo dei simboli scolpiti nel libro di pietra della Bibbia dei Poveri dell’arte romanica.

“Alcune volte si nota tra i fregi delle cattedrali il mulino e l’uomo che raccoglie la farina. A prima vista sembra una scena banale, comune: un uomo versa grano in un mulino mentre un altro raccoglie la farina. In realtà le Scritture ci insegnano che è Mosè a portare il grano al mulino ed è san Paolo a raccogliere la farina. In senso simbolico, il mulino mistico è lo strumento attraverso il quale una sapienza passata, rappresentata da Mosè, diventa sapienza presente, indicata da san Paolo.”

Il prodotto del Mulino mistico

L’alimento mistico che conduce alla trasmutazione dell’Essere è il “Pane”(in ebraico “Lechem” = 78 che racchiude tre volte il Nome Yud Hey Vav Hey,che vale 26. Infatti 26 x 3 = 78) cioè il “Pane di Vita”, simbolo della Nuova Coscienza Messianica di cui Gesù stesso è portatore per trasmetterla a coloro che sapranno accoglierla (i cosidetti Uomini di Buona Volontà, capaci di sottomettere il loro Ego). Gesù infatti incarna in sè l’aspetto trinitario ma unificato del “Pane”( Lechem= Pane = 78 = 3 x 26(YHVH), cioè Padre-Figlio-Spirito Santo).

Il pane è alimento che nutre e dà energia; considerato dono di Dio o degli dèi sin dall’antichità, rappresenta un alimento sacro introdotto in rituali e liturgie. Esso è frutto della terra e del duro lavoro dell’uomo; è fatto con farina (composta da tanti chicchi di grano), con acqua e lievito (unione di tre elementi).

In linguaggio alchemico Dom Pernety scrive queste parole sulla fermentazione:

“Il fermento sta nell’opera come il lievito sta nella panificazione. Non si può fare del pane senza lievito, come non si può fare dell’oro senza oro. L’oro è dunque l’anima di ciò che determina la forma intrinseca della pietra. Non temiamo di imparare di fare l’oro e l’argento, come il panettiere che fa il pane, il quale è solamente un insieme di acqua e di farina plasmata e fermentata e non differisce l’uno dall’altro che per la cottura. Parimenti la medicina dorata è solamente una composizione di terra e di acqua, vale a dire, di zolfo e di mercurio fermentato con l’oro; ma con un oro rinnovato. Perché come non si può fare del lievito col pane cotto, così non si può fare l’oro con l’oro volgare, finché rimane oro volgare. Il mercurio, o acqua mercuriale è questa acqua, lo zolfo questa farina che si inacidisce con una lunga fermentazione diventando lievito, con il quale si fanno l’oro e l’argento. Così come il lievito si moltiplica eternamente e serve sempre come materia per fare del pane, anche la medicina Filosofica si moltiplica e serve eternamente da lievito per fare dell’oro.”

Il mulino che si ritrova anche ricorrentemente nei presepi (ricostruzioni di paesaggi mistici), è un elemento importante per il significato di “movimento” e di vita; la ruota o le pale si muovono sfruttando l’energia dell’acqua o del vento (elementi naturali vitali). La ruota o le pale rappresentano lo scorrere del tempo, mentre la farina bianca, quella che deve essere lavorata, ha un significato di morte. La farina però diventa pane e quest’ultimo è, per definizione, il simbolo della Vita nuova e nutrimento spirituale.
Dal processo meccanico del movimento del mulino (la vita fisica legata alla ruota del tempo), si ricava la farina, materia prima.
Vi è un processo di vita-morte che genera Vita immortale: trasmutazione da materia grezza, la farina bianca, al prodotto finito, il pane, simbolo della pietra cubica o pietra filosofale.

“Questa pietra riunisce in sé tutti i colori. E’ bianca, rossa, gialla, azzurra, verde…” – (Trattato delle tre Parole)”

La rottura dell’uovo filosofale (il vaso di Ermete) con la spada (fuoco) originerà il pulcino (pietra filosofale).

L’uovo filosofale, contenente il pulcino (pietra filosofale) veniva aperto con il fuoco (simbolicamente rappresentato da una spada) che era il calore della cova e quindi un calore dosato con estrema cura, ed infatti, come accennato, era proprio il dosaggio del calore uno dei problemi più grandi degli alchimisti.
(Tratto da http://www.fisicamente.net)


“Nutrix ejus terra” (Ermete Trismegisto)

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Comments (2) Giu 28 2012

Metamorfosi alchemiche

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“Vi sono due corpi: quello rudimentale e quello completo, corrispondenti alle due condizioni del bruco e della farfalla. Ciò che noi chiamiamo morte non è che la dolorosa metamorfosi.
La nostra incarnazione presente è progressiva, preparatoria, temporanea. 
L’incarnazione futura è perfezionata, ultima, immortale.
La vita ultima è lo scopo supremo.”
(Edgar Allan Poe – “Racconti straordinari”)

  

La farfalla ha un ciclo vitale di 4 stadi principali di sviluppo:  uovo, bruco, pupa e adulto. Ogni stadio è il superamento del precedente e prevede l’abbandono del vecchio involucro.
Il destino di un bruco, il progetto che la natura ha per lui, è di evolvere in farfalla. Un bruco che non giungesse allo stadio di farfalla non avrebbe realizzato le possibilità insite nella sua natura.

 

Così l’uomo che non si realizzi nell’Anima-Sé attraverso l’evoluzione della sua Coscienza, non avrà completato ciò che la Natura prevede nel suo piano di Creazione.

 

La farfalla ha due ali e un corpo centrale che ricorda gli organi del cervello e del cuore nell’essere umano.
L’uomo per realizzare il Sé deve integrare, sintetizzare le due parti opposte e polari in modo che funzionino come un unico corpo armonico che gli possa far spiccare il volo in modo leggiadro e innocente come il battito d’ali di una farfalla.

 
Tale leggerezza nel suo volo è data dal dominio sulla natura inferiore, dal superamento dei vincoli della mente analitica, separatrice ed egoica, a favore della mente Intuitiva.
Spostato il centro di dominio, dal basso verso l’alto (dai tre chakra inferiori ai tre superiori), attraverso il Cuore che riceve la luce dell’Intuizione o Intelletto superiore (superconscio), l’apertura verso l’aria e la luce (la nuova dimensione) sarà innocente come lo sbocciare di una rosa.
  

 

La farfalla è stata indicata presso gli antichi Greci con il termine “Psyche” (indicando con tale termine una farfalla notturna), e assimilata all’Anima; ma affinché l’anima (Mercurio lunare) si liberi leggera come farfalla (Mercurio rettificato) deve “spogliarsi” degli involucri che la appesantiscono offuscandole la luce.

 
“L’anima è come la crisalide uno stato di passaggio, un punto critico, che ci permette di collegare il corpo materiale con il Sé Spirituale ed eterno, lo Spirito che chiama in causa l’Unicità delle essenze che sovrastano e superano la condizione materiale, la nigredo. Il nero come è risaputo è un colore o frequenza che attira tutti gli altri (tutti in uno dal quale si possono estrarre attraverso gradazioni di chiaro). Il bianco, contrapposto al nero è la luce, è l’uno indivisibile che forma i 7 colori dell’arcobaleno attraverso il passaggio in un prisma o per effetto dell’evaporazione dell’acqua.”
(“Il Cappello Frigio e altri simboli Cosmici”)
  

L’Anima trovata la sua vera condizione di Farfalla (stato di fissazione del Mercurio solare), potrà librarsi nell’aria, l’elemento che le è proprio. Nella nuova dimensione più sottile (l’aria), essa riceve la luce, il Sole o Fuoco (Zolfo incorruttibile) da cui ha origine la sua stessa essenza.

  

Passaggio dallo stato di Mercurio lunare (simbolo in basso)


 
a Mercurio solare rettificato con l’elemento Zolfo (simbolo in basso).


 
Il simbolo delle ali del Mercurio dei Filosofi, mostra il passaggio alla nuova condizione (analogia con le ali della farfalla dopo la metamorfosi dallo stato di bruco).
 

Così integrato nell'”aria” e nella “luce” della sua Anima-Spirito, l’uomo avrà realizzato il Piano insito nella sua Natura divina: l’Androgino alchemico.

  

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Comments (0) Giu 26 2012