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La Luna nel Sole e la Pietra filosofale

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PIROFILO: Come avviene allora che tra cento Artisti se ne trova appena uno che lavora con la pietra e che invece di applicarsi tutti a questa sola ed unica materia, sola capace di produrre così grandi meraviglie, si dedicano invece quasi tutti a dei soggetti che non hanno nessuna delle qualità essenziali che i Filosofi attribuiscono alla loro pietra?

EUDOSSIO: Questo deriva in primo luogo dall’ignoranza degli Artisti, che non posseggono affatto tutte le conoscenze che dovrebbero avere sulla natura e su ciò che essa è capace di fare in ogni cosa, e in secondo luogo deriva da una insufficiente acutezza di spirito che fa sì che essi si lascino facilmente trarre in inganno dalle espressioni ambigue di cui si servono i Filosofi per nascondere agli ignoranti sia la materia che la sua vera preparazione.
Questi due grandi difetti sono la causa del fatto che questi artisti restano confusi e si attaccano a dei soggetti nei quali scorgono qualcuna delle qualità esteriori della vera materia Filosofica, senza riflettere sui caratteri essenziali che la rivelano ai Saggi.

PIROFILO: Riconosco chiaramente l’errore di coloro che immaginano che l’Oro e il Mercurio volgare siano la vera materia dei Filosofi e sono perfettamente convinto di quanto sia debole il fondamento sul quale l’oro si appoggia per pretendere la superiorità sulla pietra, allegando in suo favore queste parole di Hermes, il Sole è suo padre, e la Luna è sua madre.

EUDOSSIO: E’ un ragionamento privo di fondamento; vi ho appena fatto vedere che cosa intendano i Filosofi quando attribuiscono al Sole e alla Luna i principi della pietra.
Il Sole e gli astri ne sono infatti la causa prima; procurano alla pietra lo spirito e I’anima, che le danno la vita e tutta la sua efficacia. Per questo ne sono il Padre e la Madre.

PIROFILO: Tutti i Filosofi affermano come lui, che la tintura Fisica è composta di uno zolfo rosso e incombustibile e di un Mercurio chiaro e ben purificato: l’autorità di questa affermazione è più forte della precedente, tanto da doverne concludere che l’ Oro e il Mercurio sono la materia della pietra?

EUDOSSIO: Non dovreste aver dimenticato che tutti i Filosofi dichiarano unanimemente che l’oro e i metalli volgari non sono i loro metalli; che i loro sono vivi e gli altri sono morti; non dovreste aver dimenticato che vi ho mostrato con I’autorità dei Filosofi, basata sui principi della natura, che l’umidità metallica della pietra, preparata e purificata, contiene inseparabilmente nel suo seno lo zolfo ed il Mercurio dei Filosofi, che essa è di conseguenza questa sola cosa di una sola ed unica specie, alla quale non si deve aggiungere niente, e che solamente il Mercurio dei saggi ha il suo proprio zolfo per mezzo del quale si coagula e si fissa; dunque dovete considerare come una indubitabile verità che il miscuglio artificiale di uno zolfo e di un Mercurio, quali che possano essere, all’infuori di quelli che sono naturalmente nella pietra, non sarà mai la composizione Filosofica.

(Da: “Il Trionfo Ermetico”)

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Pinocchio scopre la Luna

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Pinocchio scopre la Luna

Questo non è un episodio della favola così come la conosciamo, ma l’immaginazione non ha limiti e questa scena fa parte di quelle immagini-simboli che ci vengono incontro per darci chiari messaggi. La favola è sempre simbolo del viaggio interiore e come tale i personaggi e gli eventi sono gli archetipi e le qualità che dobbiamo riconoscere in noi.

Geppetto mostra a Pinocchio la Luna. Il buon falegname insegna alla sua “creatura” a scrutare i segni nel cielo, a conoscere la Natura. Per diventare un bambino in carne ed ossa, Pinocchio dovrà riconoscere tutti gli elementi della natura umana, riflessi dell’Universo che lo circondano e lo compongono.

Per fare ciò deve imparare ad usare i giusti strumenti fra cui: la vista interiore.
Il cannocchiale diviene simbolo di un’estensione della vista, una visione che supera l’orizzonte conosciuto e mira al Cielo. Puntando in alto, lo strumento apre ad una conoscenza che trascende l’uomo, ma che è da ritrovare come collegamento di unione interiore fra Cielo e Terra.
Le lenti del cannocchiale e la sua forma suggeriscono il legame Microcosmo-Macrocosmo.
La funzione del cannocchiale diventa così “magica”: esso permette di vedere vicini gli oggetti che si trovano lontano, trasformando la visione dello spazio e dissolvendo la distanza.

Geppetto lo guida in questa conoscenza mostrando la direzione in cui guardare: il Cielo.

“L’uomo deve giudicare le cose spirituali col senso interno, senza trascurare di dare al senso esterno la parte che gli compete.”
(“Tre Trattati Tedeschi” – Paolo Lucarelli)

La connessione fra i simboli della favola di Pinocchio e l’Opera alchemica viene colta in queste parole:
” Pinocchio non è solo un opera narrativa e letteraria, Pinocchio dimostra come la più lieve, semplice, e limpida delle commedie non solo possa celare un animo eroico e tragico, ma pure possa rivelare un epos misterico ed iniziatico. A noi non interessa e non deve interessare se l’autore fosse o meno, e in che misura, consapevole dei sensi profondi della sua opera; a noi interessa evidenziare dinamiche spirituali fortissime che sostanziano e connotano tutta la narrazione. Il protagonista è Pinocchio quanto le sue avventure, anzi sono esse le vere protagoniste, non il burattino. Il titolo appare infatti pertinente e preciso “Le avventure di Pinocchio”: una canzone di gesta, strutturalmente simile all’epica arturiana e graalica in quanto intessuta di incontri, peregrinazioni, allontanamenti e ritorni: ad-ventus. Ma anche romanzo iniziatico tutto teso alla “rinascita” dell’essere. La vocazione creatrice e creativa di Pinocchio è già all’origine universale e cosmica, salvifica e misterica. Geppetto confida a Mastro Ciliegia la sua volontà di “conquista” simbolica del mondo, attraverso i segni spirituali del “pane” e del “vino”. La materia prima alchemica è già viva, ma impotente. Pinocchio-ceppo parla, piange, sfrigola, si scuote “come un anguilla”, è già “argento vivo” prima ancora di essere plasmato da Geppetto, e ancora di più quando riceve la sua forma. Il suo primo movimento è la fuga, come l’Atalanta fugens, come un satiro o una ninfa, come l’Angelica di Orlando, come gli iniziati di Dioniso che corrono invasati nei boschi, come i cavalieri arturiani che devono per loro natura vagare solitari fino a farsi cogliere dal Graal. Una materia che va domata, plasmata e guidata alla sua redenzione: lo stesso compito dell’Opera alchemica. Metaforicamente la destinazione di questa materia prima è la sua trasformazione in Uomo. Le opere alchemiche concordano anche in questo: dall’Homunculus di Paracelso alla costante iconografia dell’Homo novus finale. La Fata allude al suo poter essere “ragazzo” quando Pinocchio giace nel letto, al loro primo incontro. Pinocchio ne sembra consapevole implicitamente e allusivamente: quando sostituisce Melampo proclamando: “ Oh se potessi ri-nascere un altra volta!” Un tornare al Padre occultato (l’aureo e cristico Saturno) che coincide con il diventare Uomo perfetto. Ecco al via dell’alchimia mistica cristiana e dell’ermetismo rinascimentale.”
(Tratto da http://www.giacomariaprati.org/articles/opera_pinocchio.htm “L’Opera di Pinocchio fra epica, archetipi, alchimia e cicli mitici – La Materia prima -“)

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Tra Favola ed Alchimia: la Divina Acqua mercuriale che dissolve la nerezza

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Dorothy era proprio arrabbiata per la perdita di una di quelle scarpine a cui teneva tanto.
«Restituiscimela!» gridò alla perfida Stre
«No, no e poi no. Adesso è mia.»
«Sei proprio cattiva! Non hai il diritto di prenderla.» «Diritto o no, ora ce l’ho e me la tengo» sghignazzò la strega. «E prima o poi riuscirò a prenderti anche l’altra.»
A queste parole Dorothy perse quel poco di pazienza che le era rimasta, afferrò un secchio colmo d’acqua che aveva appena portato dal pozzo e lo scagliò addosso alla perfida Strega inzuppandola da capo a piedi. La vecchiaccia lanciò un grido altissimo e sotto lo sguardo sbigottito di Dorothy cominciò a sciogliersi. «Guarda che cosa hai fatto!» urlò. «Tra qualche minuto sarò completamente liquefatta.» «Mi dispiace, mi dispiace davvero» disse Dorothy spaventata, mentre la strega continuava a squagliarsi come la cera di una candela.
«Non sapevi che l’acqua mi avrebbe fatto morire?» gemette la strega con una voce flebile.

«No! Come avrei potuto saperlo?» ribatté Dorothy.
«Ecco… tra qualche istante non ci sarò più e il castello sarà tuo, sono stata molto cattiva per tutta la vita, ma mai avrei immaginato che sarebbe stata una bambinuccia come te a farmi morire, a metter fine alle mie cattive azioni. Ecco, è finita… è fi-nita…»

Con queste ultime parole la perfida Strega dell’Ovest cadde a terra, trasformata in una pozza di liquido scuro che si sparse sul pavimento lucido della cucina allora ci gettò sopra un altro secchio colmo d’acqua limpida e spazzò il tutto fuori dalla porta.

Ora che finalmente era libera di fare tutto quello che voleva corse ad avvertire il Leone della strana fine della perfida Strega. La loro prigionia era finita, finita per sempre!

Quando Dorothy giunge nella Città di Smeraldo, riesce a parlare con il Mago di Oz e ad esprimere il suo desiderio, quello di ritornare a casa, ma il Mago gli dà prima un compito da portare a termine per realizzare il suo desiderio: uccidere la Strega dell’Ovest.

Dorothy desidera il ritorno a casa, che rappresenta la meta finale del suo viaggio ed è analoga alla meta di ogni ricercatore: il ricongiungimento finale con le proprie origini spirituali (la casa del Padre), il luogo da cui l’anima è “partita”, l’unione con il Sè superiore.
Ma prima di arrivare a ciò occorre dissolvere il nero, che alchemicamente rappresenta le “incrostazioni”, le coagulazioni dei metalli vili che offuscano la purezza dell’Anima che vuole fare ritorno.
La Strega dell’Ovest rappresenta il lato buio, l’Ovest è la direzione in cui il sole muore, ma è anche necessario per compiere un ciclo da cui può sorgere la nuova alba. In un percorso alchemico, spirituale o ascetico, le operazioni sono ripetute, “le morti e le rinascite” interiori sono molteplici e corrispondono ai nuovi stati di coscienza che via via si raggiungono attraverso lo scioglimento delle “impurità”.
Condizione necessaria quest’ultima affinché la luce filtri e si rispecchi senza deformazioni.

Un primo passaggio di morte e rinascita si ha quando Dorothy uccide la Strega dell’Est all’inizio del suo viaggio; l’Est è il punto da cui nasce il sole, ma la Strega teneva sotto il proprio dominio questo luogo. Con la sua uccisione si è segnata la caduta del primo velo delle illusioni, il risveglio da ciò che tiene l’uomo incatenato. La nuova Alba per sorgere necessita di una demolizione dei vecchi schemi, delle illusioni che albergano nella mente e che deformano la luce (la Strega dell’Est).

“Il vero fondo dell’anima, del resto, non è in sé né scuro né chiaro; non è nemmeno una sorgente di impulsi irrazionali. Al contrario, quando esso non è completamente offuscato, sì da apparire allora oscuro, è lo specchio fedele del suo polo complementare, lo Spirito Universale; esso riflette così tutte le verità che, quando il potere latente dell’immaginazione si avvicina al puro stato di materia prima, possono esprimersi in forma di simboli.”
(“Alchimia” – Titus Burckhardt).

Le uccisioni delle streghe rimandano simbolicamente all’uccisione del vecchio Re (fase alchemica della Nigredo), che rappresenta l’io-ego inferiore cristallizzato (egocentrismo), il quale con il passaggio alla fase di Albedo, purificazione dell’Anima e superamento dell’egocentrismo, viene disciolto per recuperare le energie inconscie.
E’ da notare come le fasi alchemiche non siano separate l’una dall’altra, ma si interlaccino così che nonostante l’inizio di una fase nuova, la vecchia è ancora da superare e completare.
Il percorso è inoltre da intendersi a spirale, in cui per ogni “operazione” ripetuta, si lavora da un punto diverso che corrisponde al nuovo stato di coscienza raggiunto.

La divina acqua mercuriale
(Baro Urbigerus – 1705).

Un elemento fondamentale emerge dall’episodio dell’uccisione della Strega dell’Ovest: l’acqua.
L’acqua è l’arma con cui Dorothy uccide la Strega. Non si tratta dunque di una normale acqua; innanzitutto viene messo il dettaglio che l’acqua è appena stata presa dal pozzo.
E’ l’Acqua alchemica, la Divina Acqua mercuriale (detta Aqua Divina o Permanens),estratta dal pozzo (le profondità dell’inconscio), il Lapis. Essa è la materia prima estratta dall’interiorità con il processo di trasformazione (il viaggio all’interno di sé, la discesa agli Inferi).

“Nell’alchimia, l’acqua è detta Aqua Divina o Permanens, e viene estratta dal Lapis – in questo caso inteso come Materia Primordiale – attraverso la cottura del fuoco o con un colpo di spada dall’Uovo Cosmico, simbolo della totalità allo stato potenziale, oppure viene ricavata tramite la Separatio, la scomposizione nei quattro elementi (Radices). L ‘aqua divina si trova nella materia come Anima Mundi (anche detta Anima Aquina). Il processo della separatio viene rappresentato allegoricamente con lo smembramento del corpo umano e simboleggia il principio della trasformazione che scandisce le diverse fasi dell’opus ed il passaggio dalla nigredo all’albedo.”
(Tratto da http://www.esonet.it – “Jung e L’alchimia” di Antonio D’Alonzo)

C’è ancora da rimarcare la simbologia del Battesimo che avviene con l’acqua e che è l’iniziazione ad una nuova vita pregna di valore spirituale, in cui l’io purificato può ricevere gli influssi dello Spirito.

Anche in Dante è fortissimo questo messaggio nel passaggio dall’Inferno al Purgatorio, in cui Virgilio lava Dante dalla “nerezza” dell’Inferno:
“Con le mani bagnate dalla rugiada del mattino, Virgilio rimuove dalle guance lacrimose di Dante tutto quel colore, quella nerezza che l’Inferno gli aveva lasciato; poi lo cinge con un giunco sottile che cresce nel limo del mare, giunco che nasce miracolosamente là dove viene reciso. E’ un nuovo battesimo, una nuova purificazione eseguita questa volta con la rugiada, cioè acqua che viene dal cielo, simbolo di doni spirituali.
[…] Si tratta ora di fare il passaggio dal laboratorio (conoscenza dell’Inferno: il solve) alla vita (purificazioni attraverso distillazione e successiva sintesi: il coagula).

[…] Da un punto di vista alchemico, questo rito corrisponde alla dealbatio, paragonata dagli alchimisti all’aurora, alla luce dopo l’oscuramento. La materia di trasformazione viene lavata e purificata con l’acqua, e di nuovo sciolta per una ulteriore purificazione attraverso successive distillazioni; queste, analogicamente, saranno per Dante i passaggi successivi nelle varie balze del Purgatorio”
(“Alla ricerca di Beatrice” – Adriana Mazzarella)

La Strega dell’Ovest si liquefà (fase del “solve”) e la nerezza viene pulita con dell’acqua limpida (passaggio Nigredo – Albedo).
Dorothy recupera la scarpetta rossa (dominio sulla parte lunare, sull’inconscio e gli impulsi) che la Strega le aveva rubato. L’energia recuperata dal contatto con la propria Anima, permette di eliminare le “impurità” residue con un lavoro cosciente di sviluppo interiore, in cui intervengono nuovi livelli trascendenti la personalità. E’ l’inizio della vera libertà interiore.

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Simbolismo mistico e alchemico: il Cuore con le Ali

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Centro dell’uomo, simbolo solare, il cuore è il legame fra cielo e terra, sede del divino nel microcosmo-uomo. Il cuore è assimilabile al mercurio alchemico, al lapis o Graal.
Ristabilito il contatto cosciente con la scintilla di spirito interiore (il Sè superiore), il Cuore a cui si aggiungono le Ali, rappresenta il simbolo di elevazione verso il cielo.

Tradotto in linguaggio alchemico si tratta del Mercurio rettificato che ha ricevuto lo Zolfo, unione dei due principi femminile-maschile (luna e sole).

Nell’essere umano è l’unione dei due poli, è completamento attraverso il superamento dei conflitti fra l’Ombra e il Sé (Atma in termini religiosi), che implica l’apertura dell’Intuizione e della visione interiore la quale si concretizza con l’attivazione del terzo occhio (6° e 7° chakra che vibrano all’unisono). Con questo si stabilisce anche il legame testa-cuore.

Un cuore con le ali è il simbolo del movimento Sufi (mistica islamica), che mostra all’uomo la via per riconoscere Dio nel proprio cuore e risvegliare l’anima per ascendere a stati superiori (simbolo delle ali che innalzano).

Questo simbolismo con varianti e aggiunta di elementi allegorici è spesso ripreso nelle facciate di chiese e cattedrali, ne è un esempio la facciata rinascimentale, detta “delle pietre parlanti”, della parrocchia di San Lorenzo di Saliceto che raffigura un calice (allegoria del cuore, simbolo del Sacro Graal) con sopra un putto dalla testa alata, riferimento al mercurio volatile che rettificandosi spiritualizza la materia. Il putto è sopra il calice (emerge o si immerge), con il probabile significato che da esso prende vita e ad esso rimane collegato.

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La Distillazione Alchemica

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“Questa materia dissolta nella sua propria Acqua [dall’Acqua scaturisce infatti ogni Generazione] è fatta ruotare attraverso i quattro Elementi, finché non si trasformi nella Natura Astrale fissa, nell’Uovo Fisico, così detto per il calore della Gallina che cova le uova all’infinito: diversamente perirebbe la speranza di ogni discendenza.”

L’Alchimia e la trasmutazione mentale (Tratto da: http://www.archeosofica.org)

L’Alchimia, quando illustra ciò che abbiamo detto [trasmutazione mentale], ha un simbolismo appropriato che l’Autore trattò anni or sono nel suo volume: Alchimia come Via allo Spirito – Ego, Torino 1949. Egli disse che la Uni-Trina-Fornace ove si possono fare le operazioni con un solo ed unico fuoco dissolvente è il “Laboratorio Alchemico”; che fornelli e forni e laboratorio non sono altro che noi stessi; che gli strumenti dell’alchimista sono il Fuoco, cioè il fuoco d’Amore fattivo, che nella via Umida o Mistica è praticamente l’essenziale.

Disse ancora che l’Operazione è duplice, ossia: solutio et congelatio, ove la dissoluzione è calcinazione del corpo. Parlammo allora da Alchimisti, e affermammo che l’operazione fondamentale è chiamata dai chimici distillazione, e dai filosofi separazione. La rettificazione consisterebbe nella ripetizione della distillazione.

L’Alchimia fa riferimento alla distillazione, al fuoco che cuoce nel fornello (Athanòr) la materia prima intelligibile messa nell’alambicco, in maniera che si abbia un distillato di questa materia prima, che sottoposta ad altre distillazioni produce la quintessenza, cioè l’Individualità pura. La distillazione, come ci insegna la Chimica, ha lo scopo di separare da una miscela liquida uno o più costituenti, portandoli, mediante l’ebollizione fatta con arte, allo stato di vapore che, una volta condensato per raffreddamento, costituisce il distillato.

L’Alambicco di cristallo è il recipiente usato per la distillazione. Se in esso mettiamo il succo di un fiore come la rosa o il loto, il processo della distillazione darà, da una parte, l’essenza di rosa o di loto e, dall’altra, le scorie inutili del succo stesso.

Così è della coscienza selvaggia, egoista, ignorante dell’uomo: dopo la distillazione ne verrà fuori il Fanciullo di Dio che il lavoro iniziatico trasformerà in un Re, per il quale è pronto il trono come attesta l’Apocalisse di Giovanni. La distillazione Alchemica si compie nella testa, nel cuore e nella sede sessuale. La materia prima è sempre una sola: della quale sono fatti la materia intelligibile spirito , l’anima emotiva e l’eros. Il fuoco per la cottura di questa materia prima è sempre la Volontà-Amore che opera con l’Attenzione, la Concentrazione e la Meditazione.

Tommaso Palamidessi
dal capitolo “LE LEVE DI COMANDO DELL’INIZIAZIONE
SONO IL DOMINIO DELLA MENTE”
estratto dal 9° Quaderno di Archeosofia

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Pinocchio esoterico

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Carlo Collodi e il Pinocchio esoterico (da Cultura Universale)

Fulcanelli scrive che «al primo piano del maniero di Lisieux c’è, scolpito sul pilastro sinistro della facciata, un uomo primitivo che solleva e sembra si voglia portar via un albero mal tagliato. Questo simbolo, che pare assai oscuro, nasconde tuttavia il più importante degli arcani secondari. Si tratta proprio del nostro albero secco».

Questo tronco può e dev’essere rivitalizzato: il compito è affidato all’uomo d’aspetto primitivo e selvaggio. Nella scienza ermetica esiste la famosa leggenda allegorica dell’Uomo dei Boschi, un essere che vive in una sorta di selvatichezza e ricorre in molte leggende popolari. Da questo tronco dovrà venir fuori il bambino ermetico e variante mistica del Bambinello di Natale.
Il naso che si eleva dal volto (terra filosofale o mercurio filosofico) è una variante del menhir, e la sua punta rossa — che ricorda il cappuccetto rosso indossato da una graziosa bambina di un’altra meravigliosa favola — indica l’esaltazione e il predominio dello spirito sulla materia.

Appena visto il pezzo di legno a tempo opportuno, cioè appena scoperto la natura del soggetto dei saggi — lo spirito o psiche comune a tutti gli uomini — se ne rallegrò e iniziò a digrossarlo. Punto fondamentale della favola, vi si rispecchia la filosofia naturale che non chiede nulla di più dalle forze di un individuo, infatti il “neofita” stesso assicura che non sarà picchiato tanto forte.
L’ascia mistica è un simbolo molto antico; si ritrovano asce di pietre nelle antiche sepolture. Françoise D’Eaubonne spiega che «queste asce sono chiamate pietre da fulmini». Fulcanelli rivela che «Basilio Valentino ha chiamato la prima sostanza dell’Opera, pietra di fuoco. È il segno dello Spirito Divino immortale e puro, simbolo della vita e del fuoco».
Ricordiamo che Ulisse si servì di dodici scure per la prova con l’arco.
«Chi vi ha portato da me, compar Geppetto? Le gambe».
È il pellegrino ermetico (il Bagatto dei Tarocchi) che ha camminato da solo, con le proprie gambe, nell’autoconoscenza.

I due vegliardi vennero alle mani. È l’immagine del combattimento primitivo delle due nature contrarie (psiche illuminazione).
Le parrucche simboleggiano le proprietà delle due nature. Nella psiche la superficiale grossolanità che sarà “catturata” e distrutta dal solvente universale, e nell’illuminazione la parte che sarà assimilata dallo spirito, secondo il loro scambio.
Cioè, secondo il principio ermetico, il volatile diventa fisso e il fisso diventa volatile. Il materiale diventa spirituale (spiritualizzato) e lo spirituale diventa materiale (assimilato). Fulcanelli spiega che le due nature primitive (acqua viva e mercurio) dopo il combattimento, «l’acqua diventata terra e il mercurio zolfo. Il mercurio comune cambia di nome, col cambiare di qualità, e diventa il mercurio dei saggi, l’umido radicale metallico, il sale celeste o sale fiorito».

«Geppetto perse il lume degli occhi, si avventò sul falegname; e lì se ne dettero un sacco e una sporta».
Perdere la luce degli occhi significa che l’illuminazione è stata assimilata. L’accecamento di certi personaggi mitici non possiede altro significato. È l’occhio del ciclope Polifemo accecato da Ulisse.
Il pellegrino ermetico, ricevuta l’illuminazione, riparte zoppicando verso casa. La ferita nella parte bassa del corpo ricorre in diverse allegorie sacre e leggende profane: nella Bibbia (Genesi, XXXII), Giacobbe fu ferito alla coscia da un angelo e vi lottò per tutta la notte. Venne in seguito chiamato Israele, che significa «lottare con Dio». Evola scrive che «lo stesso re del Graal, che attende la guarigione, zoppica o è ferito alla coscia.
Ricordiamo che anche il “vecchio” San Giuseppe, tradizionalmente, si dice che facesse il falegname. È l’immagine del mercurio comune che realizza il bambino Divino dal legno mistico.

La parola Pinocchio è sinonimo di pinolo, il seme proprio del pino. La scelta di questo nome dipende dal fatto che questa pianta è sempre verde. Nella Genesi (I, 30) leggiamo: «A tutti gli esseri, nei quali vi è l’alito di vita, Io do come nutrimento l’erba verde».
Appena terminato il burattino «Geppetto sentì arrivarsi un calcio sulla punta del naso.» Quando l’illuminazione colpisce la materia filosofale (naso), il neofita si avvede degli errori commessi.

Si evidenzia la preoccupazione (charis) di ogni Iniziatore, nel guidare i neofiti a superare il brutto periodo della seconda operazione: «Pinocchio aveva le gambe aggranchite e non sapeva muoversi, e Geppetto lo conduceva per la mano per insegnargli a mettere un passo dietro l’altro». Come tutti sanno, Geppetto dopo finisce in galera, cioè scompare dalla scena, e Pinocchio resta da solo in casa. La prigione dell’Opera è una variante del vaso filosofico o vergine madre.
A questo punto Collodi fa interpretare assai bene a Pinocchio il neofita che al principio, ricevuta l’iniziazione, o la rivelazione, stenta ad accettarla “provando” a sfuggirla chiudendosi in se stesso.
«Noi siamo spaventati» diceva Krishnamurti «noi resistiamo, noi siamo isolati dentro le nostre ideuzze, i nostri bisogni e i nostri desideri, ovviamente. Libertà significa libertà dalla paura. Significa libertà da ogni forma di resistenza. Libertà significa un movimento non isolato. Allora si può essere liberi, allora si è naturali».
Le luci della mondanità cominciano a declinare e incomincia la lunga notte ermetica. Il neofita non riesce ancora a distinguere bene, sta ancora tra il vedere e il non vedere, tuttavia inizia ad avere maggiore fame di conoscenza, di sapere.
La favola continua che Pinocchio si dette da fare per trovare «qualche cosa da masticare: ma non trovò nulla, il gran nulla, proprio nulla». Questo nulla è di un’importanza estrema per la pratica dell’Opera.
«Il mercurio filosofico» spiega Fulcanelli «unica sostanza del Magistero, non può mai produrre il nulla se non muore, se non fermenta e non va in putrefazione alla fine del primo stadio dell’Opera.
Lo stesso Polifemo, nell’Odissea (IX, 460), dice che un “niente” lo ha accecato, uno con il nome di “Nessuno”. Questo nulla è quello che Krishnamurti definisce «il vuoto entro cui si attua il vedere. Bisogna avere questa qualità meditativa della mente non solo occasionalmente, ma per tutto il giorno. E il Sacro influirà sulle nostre vite non solo durante le ore di veglia ma anche durante il sonno».

Fulcanelli:
«È l’inizio attivo e dolce del fuoco di ruota, simbolizzato dal freddo e dall’inverno, periodo embrionale, nel quale i semi, chiusi nel seno della terra filosofale, subiscono l’influenza fermentatrice dell’umidità. Sta per cominciare il regno di Saturno, emblema della radicale dissoluzione, della decomposizione e del color nero».
L’inspiegabile paura di camminare con le proprie gambe, bruciandocele nel crogiolo dell’indolenza, accordando agli altri il compito di guidarci. Krishnamurti consiglia: «Voi dovete camminare con le vostre gambe, dovete fare il viaggio da solo, e in quel viaggio dovete essere il vostro maestro, non c’è nessuno che vi dica cosa fare.»

Lo studio della scienza sublime è presentato sotto l’aspetto di un abbecedario, e certo non poteva essere più espressivo di un libro preparatorio allo studio quello di un libro iniziatico. Per acquistare quest’abbecedario, Geppetto «dové vendere l’unica casacca che aveva addosso: una casacca che, fra toppe e rimendi, era tutta una piaga».

Con l’arrivo di Pinocchio nel gran teatro dei burattini, si ha la bellissima immagine del teatro mondiale dove gli uomini-burattini si trovano, da un momento all’altro, pronti a scambiarsi un carico di schiaffi e di bastonate. Ma all’alba della Nuova Era, o Età dell’Oro, riconosciuto Pinocchio portatore della Verità, smettono di recitare il solito dramma della vita e ballano ormai nella danza mistica della Grande Opera. Questa umanità, l’Iniziato Charles Perrault, la fa interpretare dalla Bella Addormentata («Siete voi mio principe?» Gli chiese. «Vi siete fatto molto aspettare!» «Ben arrivato! Da quanto tempo ti aspettammo!»).
Anche Canseliet attendeva impaziente: «Da dove verrà, sul suo grande cavallo bianco, l’inflessibile cavaliere della giustizia?»
Lo stesso senso leggiamo nell’Apocalisse (X, 5 e ss.): «Allora l’angelo alzò la destra verso il cielo e giurò per Colui che vive nei secoli dei secoli: “Non vi sarà più dilazione di tempo! Ma quando il settimo angelo farà udire il suono della sua tromba, allora si compirà il mistero di Dio come egli ha annunziato ai suoi servi, i profeti”».

La chiave di lettura è data dalla precessione degli equinozi.
Alfredo Cattabiani ricorda che «il nostro pianeta, il cui asse è inclinato rispetto all’attrazione solare, si comporta come un giroscopio gigantesco che compia una rivoluzione ogni 25.920 anni.
L’inclinazione provoca un continuo spostamento dell’equatore celeste che interseca il cerchio inclinato dell’eclittica lungo una serie regolare di punti con moto uniforme da est a ovest. I punti dove i due cerchi s’intersecano, sono i punti equinoziali. Il sole, pertanto, percorrendo l’eclittica nel corso dell’anno, incontra l’equatore in un punto che, col passare degli anni, si sposta lungo la fascia dei segni zodiacali.
Questo è quanto s’intende per precessione degli equinozi: essi “precedono” perché si muovono in senso contrario a quello dell’ordine progressivo dei segni zodiacali che il sole stabilisce nel suo percorso annuale.
Da circa duemila anni si dice — per comodità — che il sole equinoziale sorge nell’Ariete; ma è una convenzione perché in realtà oggi il sole sorge nei Pesci e in futuro sarà nell’Acquario.

Giorgio Terzoli: «La Sfinge, la famosa statua del leone dal volto umano, si trova accovacciata ai piedi della rampa precessionale di Chefren. Essa è perfettamente allineata all’est vero, dove il sole sorge nei due giorni equinoziali e fissava direttamente il suo corrispettivo celeste, cioè la levata del sole equinoziale nella costellazione del Leone nell’anno 10450 a.C.ed in quella precisa data, della costellazione del Leone si vedeva solo la testa, il dorso e le spalle. Le stesse che appaiono guardando la Sfinge dal suo profilo da sud. In quella data si verificò una congiunzione particolarmente spettacolare, che coinvolgeva il momento del sorgere del sole, la costellazione del Leone e il punto di transito sul meridiano delle 3 stelle della cintura di Orione.
La Sfinge e le 3 piramidi di Giza rappresentano questa congiunzione celeste unica che segnala l’inizio dell’era precessionale del Leone e l’inizio del ciclo precessionale ascendente delle 3 stelle della cintura di Orione.
La partenza del messaggio era fissata in maniera unica ed irripetibile».

Terzoli passa a spiegare il passo profetico del Libro dei Morti:
«Le 12 divinità che reggono le stelle di Orione non sono altro che le 12 costellazioni che incontriamo per effetto della precessione. Le mani palmo a palmo indicano il lento incedere della precessione. Ma la Sesta fra esse pende sull’orlo dell’Abisso.»
Quindi partendo dalla data di partenza segnalataci dalla Sfinge e dalle tre stelle della cintura di Orione, possiamo contare che ora precessionale ci viene segnalata: la sesta. Partendo ovviamente dall’era del Leone che è la prima, Cancro la seconda, Gemelli la terza, Toro la quarta, Ariete la quinta e infine Pesci la sesta, ora precessionale partendo dall’era del Leone. L’orlo dell’abisso è alla fine della sesta ora precessionale: l’era dei Pesci, il nostro tempo (il Sole si trovava nel primo grado di Ariete nel 498 A.C.. Siccome Ariete conta 30 gradi ed il Sole si sposta all’indietro di circa un grado ogni 70 anni, appare evidente che entrerà nell’Acquario non prima dell’anno 2.600. Solo in quel momento si potrà dire di essere nell’Era dell’Acquario. Essa durerà circa 2.100 anni).
Questo è l’enigma della grande attesa della Sfinge.
Così San Matteo (XXIV, 14): «Quando questo Vangelo del Regno sarà predicato in tutta la Terra abitata, come testimonianza a tutte le genti, allora verrà la fine».
«La Sfinge protegge e domina la Scienza», si legge all’inizio de Il mistero delle cattedrali di Fulcanelli.
Il messaggio delle piramidi e della Sfinge si ritrova, pressoché identico, nei templi di Angkor in Cambogia:
«Mentre le tre stelle della cintura di Orione sono state riprodotte sul terreno della piana di Giza, in Egitto nel punto più basso di culminazione, il Nadir, le stelle della costellazione del Drago, sono state riprodotte sulla terra con i templi di Angkor allo zenit, nel punto di culminazione più alto, esattamente come esse si trovavano per effetto della precessione degli equinozi nel 10450 a.C.»

I Sumeri si stabilirono in Mesopotamia nel 4000 a.C., cioè all’inizio dell’era precessionale del Toro (4320 a.C.).
In una loro raffigurazione troviamo il dio solare Tesup, che indossa un copricapo con corna e sta in piedi davanti ad un toro. Il carattere solare della divinità è ribadito dai disegni del vestito e del copricapo, interamente cosparsi di simboli solari.
La mano destra della divinità indica che sono già passate tre ere precessionali (Leone, Cancro e Gemelli) e tre ne mancano alla fine del messaggio (Toro, Ariete e Pesci).

Vediamo ora il messaggio aggiornato alla metà dell’era astronomica dei Pesci: in una miniatura della cattedrale di Burgo de Osma (Soria, Spagna), realizzata attorno all’anno 1000 d.C.. Il soggetto della miniatura spagnola è quello dell’Apocalisse di San Giovanni, infatti ritroviamo la bestia con le 7 teste, indicante le 7 ere precessionali che il Sole deve attraversare per giungere dall’era astronomica del Leone, all’inizio dell’era dell’Acquario (tutte le teste della bestia hanno come diadema il simbolo solare).
Il pesce nero, dove la bestia sta cavalcando, indica chiaramente che nell’anno 1000 d.C. (epoca in cui è stata eseguita la miniatura) il sole era all’incirca alla metà della costellazione dei Pesci.

Collodi, la “fine del mondo”, lo fa interpretare da Mangiafuoco.
Fulcanelli ci insegna che si tratta della Madre pazza, «una vecchia incappucciata e assai brutta. Ora la madre dei pazzi, la Madre pazza, non è altro che la nostra scienza ermetica, considerata in tutta l’estensione del suo insegnamento». L’aspetto di Mangiafuoco ricorda quello del Baphomet dei templari: come Baphomet ci insegna, questa scienza ha posseduto sempre una doppia conoscenza esoterica, quella dell’insegnamento filosofico per la realizzazione della Grande Opera, e quella profetica riguardante l’Età dell’Oro.
Nell’Età dell’Oro, l’uomo rinnovato, ignora qualsiasi religione, rende solo grazie al Creatore, il cui Sole, la sua più sublime creazione, gli sembra che ne rifletta l’immagine ardente, luminosa e dispensatrice di bene. Rappresentante visibile dell’Eterno, il Sole è anche la testimonianza visibile della sua grandezza e della sua bontà. In seno all’irraggiamento dell’astro, l’uomo ammira le opere Divine, senza manifestazioni esteriori, senza riti e senza veli.
Quindi, Mangiafuoco, interpreta pure il soggetto dei saggi. In questo modo, la barba che giunge fino a terra, è simbolo d’illuminazione che si condensa, che si assimila. È nera per indicare la sua mortificazione, la sua uccisione.
La terribile frusta, che aveva in mano, è una magnifica traduzione del caduceo, in cui i serpenti (volatile) e le code (fisso) ripetono le trasformazioni delle due nature primitive.

Il gatto e la volpe sono gli emblemi dei due principii: il fisso è interpretato dalla volpe, come insegna il duello esoterico contro il gallo che si può osservare nella cattedrale di Parigi, e riportato pure da Basilio Valentino, mentre, spiega Fulcanelli, che «sono i baffi del gatto che hanno fatto dare questo nome al piccolo felino; non ci si sogna neanche che essi nascondono un altro punto della scienza, e che questa segreta ragione valse al grazioso animale, l’onore di essere elevato al rango delle divinità egiziane».
Le ripetizioni del gatto insegnano che le illuminazioni devono ripetersi frequentemente all’inizio della pratica. Ricordiamo che soltanto queste aiutano la mente a stabilizzarsi nella verità, nella pace dei due elementi.

La moltiplicazione degli zecchini equivale ad un’altra allegoria ermetica. Fulcanelli ci dice che «la moltiplicazione può essere realizzata grazie all’aiuto del mercurio, che nell’Opera ha il ruolo di paziente. Mediante cotture e fissazioni successive. Il paziente funge da ricettacolo e da vaso all’energia contraria della natura avversa».
Infine, la solidarietà e la bontà del gatto e della volpe, possiedono la variante ermetica negli gnomi che, ricorda Fulcanelli, «preposti alla guardia dei tesori minerali, vegliano senza sosta sulle miniere d’oro e d’argento, sui giacimenti di pietre preziose. Il loro carattere è benevole, le relazioni con loro estremamente favorevoli. Sotto questo aspetto si comprende facilmente la ragione occulta dei racconti e delle leggende, nelle quali l’amicizia di uno gnomo spalanca le porte delle ricchezze terrestri».

Così, i tre principii (gatto, volpe e Pinocchio), dopo aver camminato per tre volte durante la giornata filosofica, arrivarono alla sera dell’Opera alla realizzazione finale (stanchi morti): il Gambero Rosso, con il colore proprio della Pietra Filosofale.

Friedrich Heiler cita un illuminante verso delle Upanishad:
«Anche chi è stanco del mondo dovrà tornarvi sempre di nuovo».
Friedrich Nietzsche aggiunge:
«Ahimè, l’uomo eternamente ritorna! L’uomo più vile ritorna eternamente».
Dante Alighieri per bocca di Virgilio, chiede:
«Ma tu perché ritorni a tanta noia? Perché non sali il dilettoso monte ch’è principio e cagion di tutta gioia?».
«Soltanto grazie alla Grande Opera» conferma Canseliet «è possibile sfuggire, quaggiù, al tracciato inesorabile della curva fatale, dapprima ascendente, poi discendente e regressivo, e sottrarsi al processo inevitabile della nascita, giovinezza, maturità, vecchiaia, concluso dalla decrepitezza e dalla morte».

L’osteria simboleggia il luogo di ogni appagamento psicologico che il neofita abbandona per atto d’intelligenza.
Quindi, fuori dall’albergo al neofita lo attende la giumenta e la lancia. Nel medioevo, scrive Fulcanelli, per «accedere alla pienezza del sapere, si inforcava metaforicamente la cavale, veicolo spirituale, la cui immagine tipo è il Pegaso alato dei poeti ellenici».
Gli uccelli notturni rappresentano il volatile che si ripetono sul naso (fisso) di Pinocchio. Queste necessarie ripetizioni durante la seconda operazione filosofale, le ritroviamo pure nell’eco, fenomeno utilizzato sin dall’antichità.
Si narra che Narciso, non ricambiando l’amore della ninfa Eco, costei si strusse d’amore per lui fino alla morte; allora Nemesi, la dea della vendetta, fece innamorare Narciso della propria immagine riflessa in una pozza d’acqua di sorgente dove anche lui trovò la morte. Il significato è che Eco, la psiche, rispondendo, trova la propria morte come la stessa illuminazione.
Fulcanelli insegna, pure, che «la materia prima, quella che serve a preparare l’Opera, è chiamata specchio dell’arte».
Fulcanelli segnala che «Senior Zadhit rinchiude, dentro una sfera trasparente, un agonizzante magrissimo. Henri de Linthaut disegna su di un foglio del manoscritto l’Auror, il corpo inanimato d’un re incoronato, steso sulla pietra tombale, mentre il suo spirito, sotto l’aspetto di un angelo, s’innalza verso una lanterna perduta tra le nubi. Ed anche noi, seguendo questi grandi Maestri, abbiamo sfruttato lo stesso tema nel frontespizio del Mistero delle Cattedrali»: la psiche rinnovata — perciò reso angelo — che tende verso la Lanterna o l’Illuminazione che, perduta tra le nubi, risulta totalmente e assolutamente lontana da qualsiasi azione terrena che voglia raggiungerla.

Infatti, la Scienza antica rivela che sebbene abbiamo tutti il nostro scotto da pagare nel nostro Purgatorio, «dove l’umano spirito si purga e di salire al Cielo diventa degno», come scrive Dante (I, 5-6), tuttavia questo Iniziato ci assicura che le scale scavate nel sasso (XII, 97) diventano meno faticose quanto più si avanza verso l’alto (XII, 121 e segg.).
«È il caso qui — scrive Canseliet — di avvicinare cabalisticamente la parola francese chêne (quercia) non sibilato in lingua d’öil, il termine greco chen, che indica l’oca e il cui radicale, chainô, significa aprirsi, schiudersi (la vecchia quercia cava di Nicolò Flamel) essere spalancato, avere la bocca spalancata».
Fulcanelli aggiunge che «la quercia è sempre stata scelta, dagli autori Antichi, per indicare il nome volgare del soggetto iniziale, come lo si trova in miniera».
Ricordiamo che pure il Vello d’Oro era appeso alla quercia ermetica. La quercia cava è una variante esoterica del vaso dei filosofi. Quindi, la bocca spalancata si traduce in mente aperta, intelligenza risvegliata.

L’allegoria di Pinocchio che fugge inseguito da due figuracce nere: egli interpreta il servus fugitivus dell’Opera, mentre le due nature primitive (nere o assimilate) sono intente sempre a catturarlo instancabilmente per tutto il lavoro del Magistero.
All’interno del bosco ermetico si trova la casina bianca: Fulcanelli, ricordandoci la purezza della donna dell’Opera, scrive che «il mercurio filosofico nasce solo da una sostanza pura, e Gesù nasce da una madre senza macchia»; il nostro bambino ermetico, «è proprio lui che occupa il ruolo della femmina nel lavoro».
Infatti, è proprio questa sua natura che le permette di catturare il fuoco solare. Il nostro Adepto, puntuale, ci dice che si tratta di una bella bambina dai capelli turchini o bluastri, geroglifici dei raggi solari condensati. Ella si trova nella sua morte mistica con le mani incrociate nel segno dell’illuminazione.
Tramite la bambina ermetica esiste una tradizione piuttosto curiosa legata alle capigliature delle nostre bambine. È, infatti, usanza farle un paio di trecce che ricordano il doppio mercurio dei saggi, ma il recondito significato sta nelle trecce. Fulcanelli insegna che «le trecce della capigliatura è il geroglifico dell’irraggiamento solare, e indicano che l’Opera, sottomessa all’influenza dell’astro, non può venir eseguita senza la collaborazione dinamica del Sole. La treccia, chiamata in greco seirá, è adottata per raffigurare l’energia vibratoria, perché presso gli antichi popoli ellenici il sole si chiamava Seír».

Torniamo a Pinocchio appeso alla Quercia grande.
San Paolo (Galati III, 13) scrive: «Maledetto chi pende dal legno».
Canseliet aggiunge: «Totus mundus in maligno (mali ligno) positus est; tutto il mondo è basato sul diavolo (sull’albero del male)».
La quercia è stato introdotto con diritto di cittadinanza fra le figure dell’iconografia ermetica per la durezza del suo legno, che traduce la durezza di comprendonio, infatti, la scure (simbolo d’illuminazione) spesso vi rimbalza.
Essere appeso, cioè essere sollevato da terra, indica il distacco dalle cose terrene. Nel rituale dei fuochi di san Giovanni, i rami che erano stati passati sul fuoco (illuminazione) venivano appesi alle travi perché dovevano, in conseguenza di questo fatto, senza terra, senza acqua, sospesi nell’aria, crescere, fiorire e fruttificare.
La corda dell’impiccagione è anche la cintura d’iride che separa la testa (emblema del mercurio filosofico) dal resto del corpo inferiore (grossolanità).

Fulcanelli ci fa comprendere la similitudine tra il cane e il corvo, scrivendo che «il Filosofo Artephius parla, infatti, del cane di Khorassan e della cagna di Armenia, emblemi dello zolfo e del mercurio genitori della pietra. Ma mentre la parola Armenos, che significa ciò di cui si ha bisogno, ciò che è preparato e convenientemente disposto, indica il principio passivo e femminile, il cane di Khorassan, o zolfo, ricava il suo appellativo dalla parola greca kórax, equivalente al nostro corvo».

Nel Vangelo di Matteo (XIII, 52): «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei Cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». Eliphas Levi scrive che «in Oriente, una setta di cristiani gioanniti, pretendevano che i fatti narrati nei Vangeli non fossero che delle allegorie di cui Giovanni (XXI, 25) dà la chiave dicendo che “si potrebbe riempire il mondo di libri, se si scrivessero le parole e gli atti di Gesù Cristo”; parole che, secondo essi, non sarebbero che una ridicola esagerazione, se non si trattasse, infatti, d’una allegoria che si può variare all’infinito».

«È troppo amara! Troppo amara! Io non la posso bere.
Come fai a dirlo, se non l’hai nemmeno assaggiata?».
Anche Dante esclama: «Tanto è amara, che poco è più morte».
Nel libro dell’angelo dell’Apocalisse (X, 9) che tiene il piede destro sul mare e il sinistro sulla terra, e che invita a mangiarlo: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».
«Noi sappiamo quanto costa barattare i diplomi, i sigilli e le pergamene, in cambio dell’umile mantello del filosofo».
Fulcanelli: «A ventiquattr’anni, abbiamo dovuto bere fino all’ultima goccia questo calice amaro. Col cuore in pena, vergognandoci degli errori commessi nei nostri anni giovanili, abbiamo dovuto bruciare libri e quaderni, confessare la nostra ignoranza e, modesti neofiti, abbiamo decifrato un’altra scienza sui banchi di un’altra scuola».
«Saper di aver mentito e non giustificarsi, ma vedere la realtà del fatto, questo è onestà» spiega Krishnamurti «e in questa onestà c’è grande bellezza. La bellezza non urta nessuno. Dire di essere bugiardo è un riconoscimento della realtà; è riconoscere un errore come tale. Ma trovare ragioni, scuse o giustificazioni alla cosa è disonestà, e in questo c’è autocommiserazione. L’autocommiserazione è la tenebra della disonestà.»

Nella città simbolica, dunque, vivono gli accattoni, cioè quelli poveri di alta scienza. Qui troviamo i cani, rappresentanti delle forze dell’ordine e sempre pronti a difendere qualsiasi ordine costituito.
Poi vi sono le pecore, simboli del popolo laborioso e sempre tosato, sia che viva sotto un regime cosiddetto democratico sia totalitario. Le stesse galline starnazzanti, rappresentanti di quella parte del popolo impegnata socialmente e politicamente, sono abilmente raggirate — private di creste e di bargigli — da qualche uccellaccio da rapina.
Seguono gli artisti, simboleggiati dalle belle farfalle, costretti, però, a vendere i loro talenti e adattarsi alla forma di mercato corrente. Arrivano, poi, i cosiddetti nobili pavoni dell’aristocrazia, anch’essi, comunque, scodati da qualche signorile volpe.
Nella città di Acchiappacitrulli non potevano mancare i rappresentanti di quella parte del mondo cosiddetta religiosa, in cui la bontà e la compassione, sentita da principio dai vari protagonisti, e simboleggiati dal colore d’oro e d’argento delle penne dei fagiani, vengono perduti, irrimediabilmente.
Krishnamurti afferma che «quelli che sono vanitosi, presuntuosi, arroganti che si considerano tanto importanti, e si sentono soddisfatti della loro conoscenza, o di quel che possiedono, hanno una mente che cerca di coltivare l’umiltà. Non so se ve ne siete accorti.
Ma una mente piena di vanità, tesa a inseguire il successo, perché è dal successo che trae la propria importanza e presunzione, sia che si muova in campo scientifico, o religioso, o politico, non potrà mai capire che esiste una qualità che è assenza completa di vanità».
«Amore e verità, armonia e bellezza» scrive Canseliet «ecco, riuniti in coppia, i quattro sostantivi che potrebbero servire da divisa all’antica Alchimia, nel suo unico scopo di pace totale e di misericordia infinita».
Non poteva mancare, nella città di “Acchiappacitrulli”, pure il senso della giustizia umana, che il nostro Adepto ha puntualmente riportato. Quante persone, in tutto il mondo, si riconoscono in Pinocchio per aver subito piccoli o grandi ingiustizie dovute a discutibili leggi. Tutto dipende dalla malattia del giudice, che è antica quanto il soggetto dei saggi, e gli occhiali d’oro privi di vetri è la variante ermetica, scrive Canseliet, «della mancanza di occhiali, cioè di esperienza.»
Colui che segue la Natura, continua Canseliet, dev’essere «saggiamente munito di un bastone, di occhiali (perspicilia) e di una buona lanterna.

Al riguardo dei monticelli di sassi, invece, Giovanni Pansa spiega che «sono comunemente chiamati Galgal. In Francia li denominano castellets o Molin de Joie. Quest’ultimo nome si dà a quei monticelli di pietre formati dal getto costante dei pellegrini». Lo si usava buttare pure nel luogo dove era morto qualcuno, oggi tale pratica è stato sostituito dai fiori, ma il simbolismo resta immutato. Le pietre, o i fiori, simboli d’illuminazioni rivelano la moltiplicazione ermetica.

Cadere a testa in giù, invece, ricorda la formula solve et coagula, attribuito al demonio o a Lucifero (portatore di luce) che è l’immagine dello spirito caduto o precipitato nella materia, perché la sua luce ne venga fuori è necessario la precipitazione della grossolanità. Fulcanelli precisa che «lo spirito si eleva e la materia precipita».
È la stessa figura «di San Pietro, pietra vera e fluente sulla quale riposa l’edificio cristiano. Perché è proprio lui, il primo apostolo, che detiene le due chiavi incrociate della soluzione e della coagulazione; è lui il simbolo della pietra volatile, resa fissa e densa dal fuoco, che la fa precipitare. San Pietro, nessuno l’ignora, fu crocifisso a testa in giù…».

«— Se questa notte — disse il contadino — cominciasse a piovere, tu puoi andare a cuccia in quel casotto di legno, dove c’è sempre la paglia che ha servito di letto per quattr’anni al mio povero cane. E se per disgrazia venissero i ladri, ricordati di stare a orecchi ritti e di abbaiare».
Questo semplice passo nasconde un’importanza straordinaria. Fulcanelli scrive che «è la chiave della Grande Opera.
Noël, nel suo Dictionnaire de la fable, scrive che «il cane era consacrato a Mercurio perché era il più vigilante e il più astuto di tutti gli dei». È la figura del cinocefalo (kinoképhalos), che ha una testa di cane, forma mistica assai venerata dagli egiziani, che la diedero ad alcune divinità superiori, ed in particolare a Toth, il quale, in seguito, diventò l’Ermes dei greci, il Trismegisto dei filosofi, il Mercurio dei latini».
Essere sempre vigili, consapevoli è, in effetti, la chiave del mistero.
Evola, trattando sempre dei misteri del Graal, cita in proposito: «Alano — nella Terre Faraine — in mezzo a una corrente travolgente ha fatto erigere un superbo castello per il Graal: Corbenic. Questo è il castello della veglia perenne e della prova del sonno. Nessuno vi deve dormire. Corbenic è “le palais aventureus” e ogni cavaliere che vi dormì fu trovato morto l’indomani».
Il contadino è colui che si occupa dell’agricoltura celeste, che lavora la terra filosofale, mentre il cane è il suo braccio destro, il suo fuoco segreto che lavora per lui. Fulcanelli insegna che «il fuoco è raffigurato tramite il braccio destro; e sappiamo abbastanza bene che la locuzione proverbiale “essere il braccio destro di qualcuno”, si riferisce sempre all’agente incaricato d’eseguire la volontà di un superiore, nel nostro caso il fuoco».
Collodi fa anche notare che il vecchio cane da “guardia” era in combutta con i ladri (faine), cioè, tradotto esotericamente, significa che la sua vecchia attenzione era più rivolta verso il piacere della materialità che la luce della saggezza.
Pinocchio catturò le faine imprigionandole nel pollaio, richiudendovi la porta, «il quale, non contento di averla richiusa, vi posò davanti per maggior sicurezza una grossa pietra, a guisa di puntello».
Si tratta dello stesso gesto che compì Polifemo nell’Odissea (IX, 240 e segg.), chiudendo l’antro con un grosso macigno, imprigionando Ulisse e compagni che apostrofò come predoni.

«mentre si disperava a questo modo, passò su per aria un grosso colombo, il quale soffermatosi, a ali stese, gli gridò da una grande altezza. Anche nel battesimo di Gesù, ci dice San Marco (I, 10), che «Giovanni vide improvvisamente aprirsi i cieli e lo Spirito Santo discendere su di lui sotto forma di colomba».
«Lo Spirito Santo» spiega Fulcanelli «è sempre raffigurato da una colomba che sta volando, cioè in croce»: il simbolo per eccellenza dell’illuminazione.
Anche il Saggio di Dampierre dedicò un emblema a questo tema., dedicandogli il cassettone numero tre della quarta serie della galleria del suo castello, sempre descritto dal Maestro Fulcanelli: «Uscendo da folte nuvole, una mano, il cui avambraccio è piegato, tiene un ramoscello d’olivo. Questo stemma, di carattere morbido, ha come insegna: .PRVDENTI. LINITVR. DOLOR. – Il saggio sa calmare il suo dolore. Il ramoscello d’olivo, simbolo della pace e della concordia, indica l’unione perfetta degli elementi generatori della Pietra Filosofale».

«Qual è la causa del conflitto?» Chiede Krishnamurti se vi è un conflitto soggettivo o interiore deve esserci disordine. E il cervello continuamente cerca un ordine — continuamente — perché non può vivere nel disordine; quando c’è disordine non può funzionare con chiarezza, bellezza, acutezza, al massimo della sua capacità».
«Alla fine vi troverete soli, ma con la comprensione, la consapevolezza interiore, vedendo chiaramente che tutto ciò, in realtà, non ha senso. L’appartenere a qualcosa, a un gruppo, a una qualche setta, può causare una soddisfazione momentanea, ma poi diviene alquanto noioso, deprimente e sgradevole».

Il pesce misterioso è il pesce regale per eccellenza, perché, si diceva, che era riservato alla tavola del re. Il figlio maggiore del re, colui che doveva a sua volta cingere la corona, aveva il titolo di Delfino, che è il nome di un pesce e, ancor meglio, d’un pesce regale.
La stessa isola rappresenta il pesce. Il pesce lo si ritrova di rigore pure nelle diete rituali.
«Facciamo notare» aggiunge Fulcanelli «che in alcune basiliche bizantine, il Cristo, talvolta, era rappresentato come le sirene con una coda di pesce».
Il pesce, dunque, non è stato soltanto un simbolo importante del cristianesimo, ma anche di altre forme tradizionali, sempre per segnalare la precessione degli equinozi con riferimento all’era dei Pesci.
«Come pesce Vishnu guida sulle acque l’arca contenente i germi del mondo futuro» scrive Julius Evola «e dopo il cataclisma rivela i Veda, i quali, attraverso la radice vid, sapere, indicano la scienza per eccellenza; allo stesso modo che, paramenti sotto forma di pesce, l’Oannes caldaico insegna agli uomini la dottrina primordiale».

«Jonathan Swift» scrive Canseliet «nel soggiorno di Gulliver a Laputa, traccia un quadro lugubre della felicità atomica; cittadini cenciosi che camminano frettolosamente nelle strade, gli occhi fissi e il volto smarrito».
Gli uomini cenciosi significa che sono poveri di alta scienza. Purtroppo, afferma Krishnamurti, «la maggior parte degli esseri umani è egoista. Sono inconsapevoli del proprio egoismo; è il loro sistema di vita. E se si è consapevoli di essere egoisti, lo si nasconde con grande cura e ci si conforma al modello della società che è essenzialmente egoista».

Per ricevere l’inestimabile Dono dalle mani della Natura due fattori sono determinanti: la durata della vita dell’uomo e il suo stato di maturità. In media la Grande Opera si compie oltre i 60 ai 70 anni, ma vi sono stati Adepti come Bernardo il Trevisano e lo stesso Canseliet, che hanno superato di molto quell’età. «La nostra», dicono i Saggi, «si tratta di una professione di fede».

I setti monelli, compagni di scuola di Pinocchio, «sono sette come i peccati mortali». È una parafrasi del drago a sette teste che è impossibile uccidere con una semplice spada ordinaria, ma soltanto con una spada magica (intelligenza). Infatti, ad ogni testa abbattuta con l’uso di una spada comune, ne sorgeva prontamente un’altra. È ciò che la maggior parte della gente chiama cambiamento, ma che in realtà si tratta di modificazione di uno stato ad un altro stato.
Il cardinale Cusano scrive che «la scienza di questo mondo, in cui si pensa di superare gli altri, è stoltezza verso Dio e, perciò, rende superbi. La vera scienza, invece, rende umile. L’intelletto, costretto dall’autorità degli scrittori, si pasce di un cibo non adatto e non naturale.
Lucie Lamy, trattando dell’antica cultura egizia, riporta questo profondo senso dell’antico insegnamento: «Perché la conoscenza puramente cerebrale è peritura, come perituro è lo strumento (ais, il cervello) con cui viene acquisito». Fulcanelli scrive in proposito: «“Imbianca l’ottone e brucia i tuoi libri”, ci ripetono tutti gli autori migliori».
Krishnamurti, da parte sua, aggiunge: «L’ignoranza non è la mancanza di conoscenza ma di autoconoscenza; senza autoconoscenza non c’è intelligenza. L’autoconoscenza non è cumulativa come la conoscenza, l’apprendere avviene di momento in momento.

Ma a noi piacciono le spiegazioni, il sapere. E il sapere è diventato una maledizione. Ecco, la percezione non ha niente a che fare con il sapere. Verità e sapere non vanno insieme; il sapere non può contenere l’immensità del Mistero.
Questa percezione non ha assolutamente nulla a che fare con la conoscenza, con l’esperienza; non si arriva a quest’intelligenza andando all’università».
La veste simbolica di questa legge è indossata dalla Giustizia, il cui candore è rappresentato da una vergine che cinge una corona d’oro e indossa una tunica bianca, ricoperta d’un ampio drappeggio di porpora. La corona d’oro simboleggia la sovranità assoluta e la tunica bianca ripete la purezza (la vergine stessa). L’ampio drappeggio di porpora raffigura la bontà, la compassione, la sollecitudine: il vero senso della pietà.

«— Non c’è bisogno — replicò il cane — tu salvasti me, e quel che è fatto, è reso. Si sa in questo mondo bisogna tutti aiutarsi l’uno con l’altro».
Ricordiamo che per volontà del nostro Adepto la sua favola dev’essere letta in chiave millenaristica. Si tratta, quindi, di un preciso invito agli uomini della nuova Era; a questo proposito, l’incomparabile parabola del buon samaritano raccontata nel capitolo X del Vangelo di Luca, s’insegna che anche il “nemico” può essere il proprio prossimo, ossia, letteralmente, il più vicino.

Pinocchio, tornato alla casa della fata, che era di quattro piani, dopo aver bussato gli andò ad aprire, molto lentamente, una lumaca.
«La mattina, sul far del giorno, finalmente la porta si aprì. Quella brava bestiola della lumaca, a scendere dal quarto piano fino all’uscio di strada, ci aveva messo solamente nove ore».
È la traduzione allegorica dei quattro elementi basici del Magistero, e la lentissima evoluzione della materia filosofale nel cammino dei nove gradini mistici.

Il compagno prediletto di Pinocchio aveva il soprannome di Lucignolo. Il nostro Adepto fa notare che questo era dovuto al suo aspetto che «era tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte». Come si sa, costui stava attendendo un carro che lo avrebbe dovuto condurre nel Paese dei Balocchi.
Il numero dei ciuchini, invece, riconduce alla tradizione millenaristica, il nostro Adepto ha avuto cura di ricordare che si tratta di dodici pariglie, equivalenti a 24 ciuchini. Essi indicano i 24 secoli. Fulcanelli scrive che «simbolizza i dodici secoli che costituiscono il Regno del Figlio dell’Uomo e che succedono ai dodici precedenti del Regno di Dio». Quindi, questo particolare brano dev’essere interpretato puramente secondo la tradizione del Chiliasmo, vale a dire, in chiave profetica.
Il Paese dei Balocchi prefigura ancora meglio i nostri tempi. Abitato soltanto da “bambini” che amano giocare dalla mattina alla sera in un chiasso assordante, è l’immagine eloquente degli attuali rumori del mondo.
Mentre Pinocchio continuava a giocare nel Paese dei Balocchi, cominciò a crescergli le orecchie.
«Voi sapete che il burattino, fin dalla nascita, aveva gli orecchi piccini piccini: tanto piccini che, a occhio nudo, non si vedevano neppure!». La mancanza di orecchie nel burattino è simbolo di mancanza di ascolto, cioè, come diceva Krishnamurti, dell’arte di ascoltare.
La causa che tutti i “bambini” che vanno col carro diventano somari, dipende proprio dalle religioni organizzate, specie in questi ultimi tempi, dove esiste l’insegnamento di uno dei rarissimi eletti della Sapienza (Ars brevis), insegnamento che è lo specchio della filosofia ermetica liberata dai simbolismi.

Il compratore mise un macigno al collo del ciuchino e lo buttò in mare per affogarlo, ma i pesci divorarono la pelle d’asino del quale il burattino era avvolto. Canseliet scrive che «anche la focaccia di Pelle d’Asino, dei racconti di Perrault, o di Mamma Oca, appare come un simbolo della stessa sostanza in seno alla quale si sviluppa lentamente e pazientemente l’embrione minerale.
Nella Bibbia (Giona, II, 1), leggiamo: «Ma il Signore dispose che un grosso pesce inghiottisse Giona; Giona restò nel ventre del pesce tre giorni e tre notti».
Il neofita, divorato dalla scienza, precipita nel buio totale, poiché sono state spente le luci della mondanità della sua esistenza primitiva. Nonostante questo riceve sempre dell’aria, variante dell’acqua viva.
Anche nei Vangeli leggiamo che «venuto mezzogiorno si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».
Krishnamurti dice che «se vi rammaricate di aver perso tutto senza aver guadagnato nulla, significa che non avete capito, e mostrate di persistere nella strada dell’affermazione del sé che porta verso la destinazione da essa stessa segnata: l’autodistruzione, la solitudine, l’immaturità. Ma se vedete questa strada per ciò che realmente è, non solo alla fine, ma al principio — che, del resto, è identico alla fine — diventerà impossibile per voi camminarvi sopra.
Non si può vedere quello che dovete fare, ma soltanto quello che non dovete fare. La totale negazione del vecchio è il cominciamento del nuovo. La nuova strada non si trova su una mappa; non può essere segnata su alcuna. Tutte le mappe indicano soltanto le strade vecchie, le strade sbagliate».

Filalete conferma:
«Noi che abbiamo lavorato e che conosciamo il procedimento, sappiamo certamente che non esiste lavoro più noioso della seconda operazione. Per questa ragione Morien avvertì il re Calid che molti saggi si lagnavano sempre della noia che quest’opera procurava loro… E ciò che ha fatto dire al celebre autore del Secret Hermètique che il lavoro richiesto per la seconda operazione era una fatica d’Ercole».
Pinocchio incomincia a camminare mettendo un passo dietro l’altro. L’importanza delle ripetizioni della dottrina è tale che non esiste altro per uscire dal caos bianco. «Apprendiamo anche, in modo che lo studente non ignori nulla della pratica, che questa separazione o sublimazione dello spirito, deve farsi progressivamente e che bisogna ripeterla tante volte quanto lo si riterrà necessario».
Qui il Maestro fa intendere un altro particolare fondamentale, infatti, precisa che «queste reiterazioni potranno essere rinnovate tante volte quanto lo permetterà la materia». Cioè, senza imbottire inutilmente la testa di nozioni.

Segare, quindi, significa tagliare, separare il sottile dal grossolano. E la cosa risulta facile se l’illuminazione ha fatto una buona presa (serrato fortemente) sulla psiche.
E l’analogismo osservato da Trompeo è esatto.
Ulisse uscì dall’antro mentre era aggrappato al ventre dell’ariete ermetico, mentre Pinocchio, come il dio-pesce Vishnu, nuota portando su di sé il seme della vita, variante dell’arca che porta il seme di tutti gli esseri viventi.
È la traduzione nascosta della materia preparata che si allontana dalla rozza materia nella calma della notte mistica, col favore della luna, la nostra luna ermetica variante dell’acqua viva. Parmenide scrive che «quindi a buon diritto la nostra acqua Divina è chiamata la “chiave”, la “luce”, “Diana” che rischiara le tenebre della notte. Perché essa è l’ingresso di tutta l’Opera, la porta che illumina ogni uomo».

Pinocchio ricordò loro la grande legge della Creazione: «Se siete poveri, ve lo meritate. Ricordatevi del proverbio che dice: “I quattrini rubati non fanno mai frutto”… Addio, mascherine! Ricordatevi del proverbio che dice: “La farina del diavolo va tutta in crusca”».

Pinocchio andò a lavorare da un ortolano girando il bindolo del suo pozzo, per procurare del latte al suo vecchio padre. Egli estraeva, così, l’acqua dal pozzo dei filosofi che trasformava in latte. Quella sorgente, spiega Fulcanelli «la mitologia la chiama Libertha e ci racconta che era una sorgente di magnesia, e che nelle vicinanze c’era un’altra sorgente chiamata la Roccia. Ambedue scaturivano da una grossa roccia la cui forma somigliava a un seno di donna; di modo che l’acqua sembrava colare da due mammelle come se fosse latte».
«L’inutilità di una vita sciupata» diceva Krishnamurti «della quale ci rendiamo conto soltanto nell’ora della morte, ma allora sarà troppo tardi. L’assoluta mancanza di significato di una vita spesa in un ufficio o in una fabbrica. Andare per cinquant’anni in ufficio, un giorno dopo l’altro, e alla fine… la morte».

(Tratto da: http://www.uniculture.info/2009/10/carlo-collodi-e-il-pinocchio-esoterico.html)

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Sulla “Miniera Alchemica” estratto da “Minera Philosophorum”

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Estratto dal libro: “Androgenes hermeticus composto da Minera Philosophorum e Radius ab umbra”.

L’opera “Minera Philosophorum” inizia con un motivo molto caro al Santinelli, il passo biblico della “separazione delle Acque inferiori da quelle superiori, che il Signore operò nella Creazione del mondo”; separazione fra il mondo celeste ed il mondo terrestre che chi si pone sulla via alchemica deve operare nel proprio athanor.
“Voi discepoli…dovete dividere le acque dalle acque affinché appaia la luce in essa racchiusa, e ciò che è occulto diventerà manifesto, così come insegnano i Filosofi. Ammesso il caos filosofico, studiate il modo di estrarre da esso la luce, che non è altro che il nostro Sole, lucente e nitido che sorge all’Orizzonte dell’Emisfero filosofico.” (Minera Philosophorum).

Far brillare la luce nascosta nelle profondità dell’uomo è quindi quanto l’Autore si propone. Egli indicherà la strada per giungere alla “miniera”, dove si nasconde questo immenso tesoro e cioè la porta per accedervi, gli ostacoli da superare fino alla realizzazione della “Res bina” dell’Androgine, punto focale dell’opera, come è messo in evidenza dal titolo.

Prima di tutto bisogna trovare il monte dove si nasconde questa preziosa “miniera” (della Sapienza). Scalato il monte bisogna trovare la “porta” per entrare e cioè la “materia prima” occultata dai Filosofi sotto mille nomi. Qui l’autore dichiara che parlerà apertamente: la vera materia dei Filosofi è una sola, composta da due principi, maschio e femmina, un’acqua metallica impregnata dallo spirito solare, e cioè composta da argento vivo e zolfo.

La natura di questa femmina (o argento vivo) attende la congelazione dal suo uomo (o zolfo), che a sua volta attende di essere dissolto. Quando s’uniscono nel piacere della loro fusione, non desiderano più separarsi.
Frutto della loro unione è l’Androgine, il Rebis, che il Santinelli spiega quasi in maniera realistica spostando il processo naturale della generazione della prole e le sue fasi, in campo filosofico (vedi anche figure del Rosarium Philosophorum).

Tutti gli sforzi dell’aspirante Adepto devono essere diretti a conseguire questa materia, “una e duplice”, capace di dissolvere e di fissare (solve et coagula).

Trovata la porta cioè la “vera materia” (zolfo e mercurio), bisogna superare un grosso masso che ne impedisce l’entrata. Questo grande scoglio, fondamento dell’Arte, è la “purificazione di Mercurio”; si tratta cioè di liberare la materia filosofica da ogni impurità. Varie sono le vie di questa preparazione, più lunghe e più brevi. Essa finisce solo quando la nostra materia impura ed immonda viene purificata e fissata in modo da ottenere oro e argento purissimi.

Dà poi consigli pratici per vincolare Mercurio che, “per natura tende a fuggire” e per estrarre dal nero e vile Buffo (rospo) il fulgido uccello che “vola senza ali”. Questa è la parte principale che tutti i sapienti hanno tenuto segreta. Tutto sta nel separare il “sottile” dallo “spesso” con pazienza e prudenza, confidando in se stessi, ma soprattutto in Dio.

Superato questo grosso scoglio, è da trovare il Forno, cioè il luogo adatto dove il nostro embrione possa crescere e prolificare; il fuoco deve essere né troppo debole né troppo intenso, perché esso è di costituzione delicatissima. Ma, aggiunge l’Autore, se saprai operare rettamente, seguendo le regole della Natura ed imitandola, vedrai crescere il tenero infante e potrai seguire la sua crescita nel tuo vaso attraverso i vari colori.
Prima apparirà il nero, scuro come la pece o come il sole durante l’eclissi. Piano piano, attenuandosi l’umidità, apparirà un chiarore simile a quello del sole, quando sta per sorgere all’orizzonte; a questo punto muore il corvo fetido e putrido e compariranno splenditi uccelli dai colori variopinti “come il collo delle colombe o la coda del pavone” e il Re in candide vesti splenderà come la Luna. Questo candore è indice dell’arrivo del nostro Sole rosso splendente.
Aggiunge però che non si giunge all’esaltazione della “nostra Luna” se prima non si vede la notte (nero), dalle cui tenebre apparirà l’Aurora (bianco); bisogna ancora fare attenzione che nel “nostro cielo” regni costantemente lo zefiro. Infatti, i vapori (circolando nel vaso) salgono e scendono in forma di rugiada, fino al perfezionamento del nostro Elisir che avverrà quando gli elementi, dopo una lunga lotta in cui ognuno cerca di sopraffare l’altro, diventano una cosa sola in una connessione mirabile di terra, acqua, aria, fuoco.
Allora, scrive il Santinelli, non ci sarà più opposizione nel “nostro cielo” ma una congiunzione fra Sole e Luna che si rafforzerà sempre più, durante la quale il Sole illumina la Luna e la fa risplendere.
Cerca quindi, rivolgendosi al discepolo, di studiare come afferrare e imprigionare questo spirito o “soffio del Sole” che, come dice Ermete, il “vento porta nel suo ventre”; una volta imprigionato fa che non fugga per l’impurità dei suoi nemici, che godono di occultare il suo splendore. Nell’entusiasmo di tale realizzazione esclama: “Beato colui che può vedere il Re nelle sue candide vesti, dominare su tutto il mondo esercitando il suo potere regale!”.
Ma perchè possa giungere a tale grado e generare la prole aurea, è necessario che il Filosofo ponga accanto al Re la sua sposa e come un “sacerdote della Natura” celebri con cerimonia occulta, il loro matrimonio.
Difficilissimo è portare a termine tale matrimonio, sia per la difficoltà di trovare la sposa nascosta sotto vili abiti, sia per convincerla, una volta spogliata, al talamo nuziale, perché a malincuore questa vergine sopporta di essere costretta e violata. Ed elenca sette enormi difficoltà da superare. Ma se il Filosofo con grande abilità riuscirà a porla accanto al suo sposo, subito l’abbraccerà ardentemente e non vorrà più separarsi da lui finché non concepirà il figlio onnipotente, il nostro Lapis.
Bisogna inoltre fare attenzione al giusto nutrimento da somministrare durante i mesi della gravidanza e conoscere il momento del parto, in modo che il piccolo infante esca alla luce nel momento stabilito dalla Natura; e, una volta nato, porlo subito nella culla vitrea, nutrirlo col fuoco, man mano più intenso finché “si veste di colore rosso”.
Allora indossata la porpora regale, verrà coronato Re potentissimo sul suo eccelso trono.
Lo scritto termina esortando l’aspirante alchimista a non lasciarsi scoraggiare da queste enormi difficoltà che si incontrano sulla via che porta la Regno della Sapienza; ma se con umiltà coltiverà la giustizia e amerà con cuore puro la Divina Sapienza, potrà provare la gioia del Trionfo. In questa sua “miniera filosofica”, conclude, ha posto tutto ciò che è necessario per trovare, sposare e incoronare il RE, cioè portare a termine il Lapis, la “pietra filosofale”.

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L’Agricoltura Celeste: la semina

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Vidi un’immagine ancor prima di aprire gli occhi dopo il lungo sonno della notte… era la visione di semi e di un campo che mi trasmise l’idea della semina e del seminatore.
“I contadini affidano il grano alla pingue terra dopo averla sfogliata con i loro rastrelli. I filosofi ci hanno insegnato a spargere l’oro in campi nivei che hanno come dei fogli lievi. Per far ciò guarda bene e al par che in uno specchio vedrai nel grano il modo in cui l’oro germina.” (M. Maier “Atalanta Fugiens” Emblema VI)

Immagini (in basso) tratte dal manoscritto “Testamentum” Alchemico attribuito a Raimondo Lullo.

In questa immagine appare una figura di eremita-alchimista con il saio francescano, che indica un chiaro riferimento all’interesse degli ordini francescani per l’alchimia.
L’alchimista francescano in quest’immagine riceve la luce da un raggio che proviene dall’alto, l’illuminazione che si riceve per l’aspirazione spirituale, che si vede nell’atteggiamento di preghiera. L’aspetto di misticismo è rappresentato anche dalla postura dell’eremita, in ginocchio rivolge lo sguardo verso il cielo. E’ la necessaria condizione di fiducioso abbandono di se stessi al Superiore che fa scendere un primo raggio di ispirazione, intuizione spirituale.

(Il testo che segue è estratto da http://www.centroicone.it/pereira2.htm)
“Il paragone alchimia/agricoltura è raffigurato con i due buoi che tirano l’aratro; l’eremita appare nella veste dell’agricoltore che prepara i solchi. I due buoi sono uno d’oro e uno d’argento, vera foglia d’oro e vera foglia d’argento ovviamente nella miniatura (il manoscritto è una meraviglia). E il piccolo personaggio che sta sopra il carro è Mercurio, con i piedi alati e con uno strumento musicale. È una delle prime testimonianze del legame fra l’alchimia e la musica, che poi sarà sviluppato soprattutto in età barocca. Probabilmente qui è un’allusione al fatto che l’alchimia si inserisce in una visione del mondo basata sull’armonia, la visione del mondo che noi conosciamo come dottrina della ‘simpatia universale’, quella cioè per cui in un cosmo che è sostanzialmente unitario le cose si collegano fra loro non in maniera meccanica, ma per influssi qualitativi, per somiglianze, per affinità – appunto simpatie.
Di fatto questa è una dottrina ermetica e l’ermetismo, ovvero la filosofia che fa capo alla figura mitica di Mercurio è lo sfondo filosofico dell’alchimia. La Tabula Smaragdina, testo ellenistico che gli alchimisti considerano come il fondamento del loro sapere, si narrava fosse stata ritrovata incisa in una tavola di smeraldo che la statua di Ermete reggeva nelle mani, in un luogo sotterraneo – quindi ritrovata al termine di un percorso iniziatico. Questo testo comincia dicendo “ciò che è in alto è come ciò che è in basso e ciò che è in basso è come ciò che è in alto per realizzare il miracolo della realtà che è una”. E quindi Ermete è presentato come il capostipite, il padre, l’origine della sapienza alchemica.

L’alchimista, che nell’immagine precedente preparava la terra, ora la semina con semi d’oro e d’argento, come d’oro e d’argento erano i due buoi che tiravano il carro. Questi sono i semi della perfezione, e l’immagine sta a significare che l’alchimista non lavora in maniera innaturale o contro natura, ma prende ciò che già esiste a livello di perfezione embrionale, appunto di seme, per portare a perfezione anche tutto il resto della realtà materiale, che i processi naturali hanno lasciato imperfetto o incompiuto. Per poter compiere ciò è necessario produrre un qualcosa, il famoso lapis philosophorum, che non è una pietra, anche se il suo nome significa ‘pietra dei filosofi’’

Come dice Morieno, un alchimista arabo il cui testo fu il primo tradotto in latino nel XII secolo, “Ricordati bene che le pietre non hanno nessuna parte in quest’opera”. Quindi lapis philosophorum è un nome emblematico per dire il prodotto incorruttibile dell’opus (anche chiamato elixir), prodotto che è ottenuto seminando la perfezione, che è come il frutto di perfezione che diffonde la perfezione, moltiplicandosi e rendendo perfetto tutto ciò con cui viene in contatto.

L’interazione fra l’alchimista e la natura non è dunque uno stravolgimento o un intervento estrinseco sul corso naturale, ma è l’inserimento dell’intenzionalità cosciente umana, che vuole portare alla perfezione totale l’intero cursus naturae che, come dice il nostro alchimista nel Testamentum, talvolta si distorce, cioè devia dalla originaria direzione verso la perfezione. Questa direzione viene recuperata attraverso l’intenzionalità umana, la coscienza: ecco dunque l’alchimista come ‘seminatore’. Ma l’immagine del seminare è anche un’immagine che può passare dalla metafora agricola a quella sessuale: e, come vedremo, c’è uno sviluppo di questo tema. L’interazione fra l’alchimista e la natura, visualizzata come immagine femminile divina, viene ad essere pensata in termini nuziali, nei termini della coniunctio.”

Gli alchimisti dicevano: “Dopo la semina nel corpo della Terra, durante il NERO inverno, succede la BIANCA primavera, la ROSSA estate e l’AUREO autunno nel quale il frutto è maturo e può essere colto”.

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La Miniera: la Natura e l’Alchimista

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“O Re, io vi confesso la verità: Dio, per il suo piacere, ha creato questa cosa mirabilissima in voi e in qualunque luogo voi siate, essa è in voi, e non potreste esserne separato … Voi siete la Miniera, perché essa si trova in voi e, per confessare il vero, siete voi stesso a prenderla e a riceverla. Chi cercherà un’altra pietra nel Magistero, sarà deluso nella sua opera…”
Questo è ciò che dice l’alchimista Morieno al Re arabo Kalid in uno dei primi testi alchemici giunti in Occidente.

Si prende l’immagine della Miniera per rimandare al significato di un luogo interno, sotterraneo, in cui si trova la materia prima. Le miniere rappresentano luoghi in cui si scava, con fatica e sacrificio, e con il duro lavoro dell’uomo si estraggono materie preziose che il tempo e le altre leggi di natura hanno forgiato.
Si può accostare la “Miniera” anche alla “Caverna”, per le sue caratteristiche di buio, di profondità, di luogo scavato nella roccia. Nella Miniera così come nella Caverna, occorre inoltrarsi muniti di un lume per far luce, ben accorti sui possibili pericoli. L’ingresso in questi luoghi è assimilabile all’ingresso in un bosco, all’inizio di un viaggio da cui si risalirà portando fuori il “tesoro”.
Non è dunque un caso che compaiano spesso come simboli in racconti mitologici e favole.

Ma la Miniera è assimilata anche all’Athanor, da cui si estraggono i “Metalli” per compiere le Operazioni.


Miniatura di Jean Perreal, XVI sec. L’alchimista dialoga con la Natura, raffigurata con un diadema che reca i simboli dei sette metalli, seduta su un albero cavo al cui interno arde il fuoco filosofico.

In un dialogo contenuto ne “Il Nuovo lume chimico”, il Cosmopolita ci mostra come lo Zolfo sia chiuso in un durissimo carcere da cui non potrà uscire se non dopo un tempo lunghissimo e con gran fatica. In quel carcere ha dei custodi che lo costringono a fare ciò che essi vogliono e viene detto che lo Zolfo è l’artefice degli odori e dei colori del mondo, dei fiori e dell’intelletto degli animali, dell’aria pura e di quella corrotta:

“Alchimista: «Signore, in quale soggetto è lo Zolfo?»

Saturno: «Sappi per certo che questo Zolfo ha grande virtù: la sua miniera sono tutte le cose del mondo perché è nei metalli, nelle erbe, negli alberi, nelle pietre e nelle miniere»”.

E, più avanti:

Saturno: «Lo Zolfo è la virtù di tutte le cose ed è secondo per nascita ma più vecchio di tutti, più forte, più degno, ma fanciullo obbediente».


Da A. Libavio, Commentariorum Alchymia, Tractatus quartus, De Lapide Philosophorum, Francfort 1606 – La Scala dei Filosofi.
Questo disegno, “La scala dei Filosofi”, è uno dei più misteriosi in cui si ritrovano parecchi simboli alchemici che si riferiscono al procedimento che, per mezzo delle leggi della Natura, conduce alla creazione dell’Oro alchemico.

“Nella parte bassa del disegno, indicato con A, vi sono due leoni mercuriali (che dalla didascalia apprendiamo essere verdi) con una sola testa che vomitano il solvente verde (mercurio filosofico) che darà inizio al processo di fabbricazione della quintessenza. E’ il simbolo della prima materia estratta dalla miniera che originerà la Pietra Filosofale. Sui sette gradini della scala di Salomone vi sono 5 leoni per lato (B) che indicano la comune origine dei 5 metalli. I leoni di sinistra sono solari e quelli di destra lunari. I metalli, mediante le 7 trasformazioni, si trasferiscono nel Sole (C) e nella Luna (D). In E vi sono un re (zolfo) ed una regina (mercurio) in un bagno chimico o fontana dei filosofi (il solvente nel quale vengono uniti lo Zolfo ed il Mercurio filosofici). Tale bagno è una specie di letto dal quale si genera la stirpe reale. Il re (F) e la regina sono nudi per indicare la purezza primitiva della materia necessaria per completare l’Opus. Un poco più in alto vi è un giardino (il mitico giardino delle Esperidi) con un albero che produce frutti d’oro, l’albero del sole o albero della vita. Coronano il tutto delle stelle d’oro (G) che simboleggiano i metalli bruciati, la moltiplicazione e l’aumento fino alla proiezione.”
(Descrizione tratta da: www.fisicamente.net)

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Comments (3) Lug 01 2012

Il Mulino mistico, l’Uovo filosofale, simbologie e correlazioni

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Questo articolo nasce da uno studio su alcuni simboli apparsi in sogno: la farina bianca ed il pane. Le tradizioni millenarie hanno sempre dato particolare attenzione allo studio dei simboli onirici, a quelle immagini, parole e scenari che inviano precisi significati, tracciando alcune volte un percorso che ci invita ad “ascoltarci” dall’interno.
Così mettendo in atto ciò che arriva dall’antica Saggezza, “Visita Interiora Terrae Rectificando Invenies Occultum Lapidem Veram Medicinam”, vado alla ricerca e all’approfondimento di possibili significati che i simboli colti attraverso sogni e intuizioni possono rivelare, risalendo a tutto un nuovo mondo di correlazioni.

Capitello romanico della cattedrale di Vezelay (Francia – Borgogna), sec. XII

Il capitello illustra il passaggio dal vecchio al nuovo testamento, per opera del cristianesimo. Nella parte superiore, Mosé versa nell’imbuto di un piccolo mulino – mosso dalla ruota con la croce (simbolo dell’evento cristiano) – il grano grezzo della Vecchia legge. Sotto, san Paolo raccoglie in un sacco la farina bianca della Nuova legge, per espanderla nel mondo.

E’ un esempio mirabile dell’efficacia della catechesi visiva per mezzo dei simboli scolpiti nel libro di pietra della Bibbia dei Poveri dell’arte romanica.

“Alcune volte si nota tra i fregi delle cattedrali il mulino e l’uomo che raccoglie la farina. A prima vista sembra una scena banale, comune: un uomo versa grano in un mulino mentre un altro raccoglie la farina. In realtà le Scritture ci insegnano che è Mosè a portare il grano al mulino ed è san Paolo a raccogliere la farina. In senso simbolico, il mulino mistico è lo strumento attraverso il quale una sapienza passata, rappresentata da Mosè, diventa sapienza presente, indicata da san Paolo.”

Il prodotto del Mulino mistico

L’alimento mistico che conduce alla trasmutazione dell’Essere è il “Pane”(in ebraico “Lechem” = 78 che racchiude tre volte il Nome Yud Hey Vav Hey,che vale 26. Infatti 26 x 3 = 78) cioè il “Pane di Vita”, simbolo della Nuova Coscienza Messianica di cui Gesù stesso è portatore per trasmetterla a coloro che sapranno accoglierla (i cosidetti Uomini di Buona Volontà, capaci di sottomettere il loro Ego). Gesù infatti incarna in sè l’aspetto trinitario ma unificato del “Pane”( Lechem= Pane = 78 = 3 x 26(YHVH), cioè Padre-Figlio-Spirito Santo).

Il pane è alimento che nutre e dà energia; considerato dono di Dio o degli dèi sin dall’antichità, rappresenta un alimento sacro introdotto in rituali e liturgie. Esso è frutto della terra e del duro lavoro dell’uomo; è fatto con farina (composta da tanti chicchi di grano), con acqua e lievito (unione di tre elementi).

In linguaggio alchemico Dom Pernety scrive queste parole sulla fermentazione:

“Il fermento sta nell’opera come il lievito sta nella panificazione. Non si può fare del pane senza lievito, come non si può fare dell’oro senza oro. L’oro è dunque l’anima di ciò che determina la forma intrinseca della pietra. Non temiamo di imparare di fare l’oro e l’argento, come il panettiere che fa il pane, il quale è solamente un insieme di acqua e di farina plasmata e fermentata e non differisce l’uno dall’altro che per la cottura. Parimenti la medicina dorata è solamente una composizione di terra e di acqua, vale a dire, di zolfo e di mercurio fermentato con l’oro; ma con un oro rinnovato. Perché come non si può fare del lievito col pane cotto, così non si può fare l’oro con l’oro volgare, finché rimane oro volgare. Il mercurio, o acqua mercuriale è questa acqua, lo zolfo questa farina che si inacidisce con una lunga fermentazione diventando lievito, con il quale si fanno l’oro e l’argento. Così come il lievito si moltiplica eternamente e serve sempre come materia per fare del pane, anche la medicina Filosofica si moltiplica e serve eternamente da lievito per fare dell’oro.”

Il mulino che si ritrova anche ricorrentemente nei presepi (ricostruzioni di paesaggi mistici), è un elemento importante per il significato di “movimento” e di vita; la ruota o le pale si muovono sfruttando l’energia dell’acqua o del vento (elementi naturali vitali). La ruota o le pale rappresentano lo scorrere del tempo, mentre la farina bianca, quella che deve essere lavorata, ha un significato di morte. La farina però diventa pane e quest’ultimo è, per definizione, il simbolo della Vita nuova e nutrimento spirituale.
Dal processo meccanico del movimento del mulino (la vita fisica legata alla ruota del tempo), si ricava la farina, materia prima.
Vi è un processo di vita-morte che genera Vita immortale: trasmutazione da materia grezza, la farina bianca, al prodotto finito, il pane, simbolo della pietra cubica o pietra filosofale.

“Questa pietra riunisce in sé tutti i colori. E’ bianca, rossa, gialla, azzurra, verde…” – (Trattato delle tre Parole)”

La rottura dell’uovo filosofale (il vaso di Ermete) con la spada (fuoco) originerà il pulcino (pietra filosofale).

L’uovo filosofale, contenente il pulcino (pietra filosofale) veniva aperto con il fuoco (simbolicamente rappresentato da una spada) che era il calore della cova e quindi un calore dosato con estrema cura, ed infatti, come accennato, era proprio il dosaggio del calore uno dei problemi più grandi degli alchimisti.
(Tratto da http://www.fisicamente.net)


“Nutrix ejus terra” (Ermete Trismegisto)

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Comments (2) Giu 28 2012