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La coscienza e il ricordo di sè

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Uomo_Osservazione

“Una volta parlando con Gurdjieff, domandai se ritenesse possibile raggiungere la “coscienza cosmica” non soltanto per un istante, ma per un tempo più lungo. Per “coscienza cosmica” intendevo, come l’ho esposto nel mio libro Tertium Organum, la più alta coscienza accessibile all’uomo.
“Non so che cosa intendete per ‘coscienza cosmica’,” disse G. E’ un termine vago ed indefinito; ognuno può dare questo nome a ciò che gli pare. Nella maggior parte dei casi ciò che viene detto “coscienza cosmica” non è che fantasia, sogno, associazioni, accompagnate da un lavoro intensivo del centro emozionale. Talvolta ciò può giungere sino alla soglia dell’estasi, ma il più delle volte non si tratta che di un’esperienza emozionale soggettiva, a livello dei sogni. D’altronde, prima di parlare di “coscienza cosmica”, dobbiamo definire in generale che cos’è la coscienza.
“Come definite voi la coscienza?”
“La coscienza è considerata indefinibile, dissi. E in effetti, come potrebbe essere definita, se è una qualità interiore? Con i mezzi ordinari a nostra disposizione, è impossibile stabilire la presenza della coscienza in un altro uomo. Noi la conosciamo soltanto in noi stessi”.
“Tutto questo è spazzatura, disse G., il solito sofismo scientifico.
E’ ora che voi ve ne liberiate. C’è solo una cosa giusta in ciò che avete detto: che voi non potete conoscere la coscienza che in voi stesso. Ma, notate bene, potete conoscerla soltanto quando l’avete.
E quando non l’avete, potete riconoscere, al momento stesso, di non averla; lo potrete fare soltanto più tardi. Intendo dire che, quando essa ritorna, voi potete vedere che è mancata per molto tempo, e ricordare il momento in cui è scomparsa e quello in cui è riapparsa. Potrete così determinare i momenti in cui voi siete più vicino o più lontano dalla coscienza. Ma, osservando in voi stesso l’apparire e lo scomparire della coscienza, vedrete inevitabilmente un fatto che non vedete mai e del quale non vi eravate mai reso conto, cioè che i momenti di coscienza sono molto corti e separati gli uni dagli altri da lunghi intervalli di completa incoscienza, di lavoro automatico della macchina. Vedrete che potete pensare, sentire, agire, parlare, lavorare, senza esserne cosciente. E se imparate a vedere in voi stesso i momenti di coscienza e i lunghi periodi di meccanicità, vedrete negli altri con uguale certezza in quali momenti sono coscienti di ciò che fanno e in quali momenti non lo sono.
“Il vostro errore principale consiste nel credere di avere sempre la coscienza, e in generale che la coscienza sia sempre presente, oppure che non sia mai presente. In realtà, la coscienza è una proprietà che cambia continuamente. Ora è presente, altre volte manca. E vi sono differenti gradi, differenti livelli di coscienza. Ma la coscienza e i differenti livelli di coscienza devono essere compresi in noi stessi dalla sensazione, dal gusto che ne abbiamo. Nessuna definizione può aiutarci, e nessuna definizione è possibile, fintanto che non comprendiamo ciò che dobbiamo definire. La scienza e la filosofia non possono definire la coscienza, perché vogliono definirla là dove essa non c’è. E’ necessario distinguere la coscienza dalla possibilità di coscienza. Noi non abbiamo che la possibilità di coscienza, e dei rari sprazzi di coscienza.
Di conseguenza, non possiamo definire la coscienza”.

Non posso dire che ciò che G. disse sulla coscienza mi fosse subito chiaro, ma uno dei colloqui seguenti mi spiegò i principi sui quali questi argomenti si basavano.
Un giorno, all’inizio di una riunione, G. fece una domanda alla quale tutti i presenti dovevano rispondere a turno: “Qual è la cosa più importante che ho visto durante le mie osservazioni?”. Alcuni dissero che, durante i loro tentativi di osservazione di sé, ciò che avevano sentito con particolar forza era un flusso incessante di pensieri che avevano trovato impossibile arrestare. Altri parlarono della difficoltà di distinguere il lavoro di un centro da quello di una altro centro. In quanto a me, evidentemente non avevo capito la domanda, oppure risposi ai miei propri pensieri; spiegai infatti che ciò che più mi aveva colpito nel sistema, era la connessione di tutti i suoi elementi, collegati tra loro in modo da formare un tutto, come se fosse un ‘organismo’, e il significato interamente nuovo che assumeva ora per me la parola ‘conoscere’, che includeva non più soltanto l’idea di conoscere questa o quella cosa, ma la relazione tra questa cosa e tutto il resto.
G. era visibilmente insoddisfatto di tutte le nostre risposte. Avevo già cominciato ad avvertire che in tali circostanze egli aspettava da noi delle indicazioni di qualcosa di definito che invece ci era sfuggito, o che non avevamo saputo comprendere.
“Non uno tra voi ha notato la cosa più importante, benché io ve l’avessi messa in evidenza, egli disse. Ossia, nessuno di voi ha notato che voi non vi ricordate di voi (egli diede a queste parole un accento particolare). Voi non sentite voi stessi; voi non siete coscienti di voi stessi. In voi, ‘qualcosa osserva’, come ‘qualcosa parla’, o ‘pensa’ o ‘ride’; voi non sentite: io osservo, io constato, io vedo. Tutto si constata da solo, si vede da solo… Per arrivare ad osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi (e di nuovo accentuò queste parole). Tentate di ricordarvi di voi stessi quando vi osservate e più tardi mi parlerete dei risultati. Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di se stessi hanno un valore. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso, quale può essere il loro valore?”
Queste parole di G. mi diedero molto da riflettere. Mi parve innanzitutto che fossero la chiave di tutto ciò che era stato già detto sulla coscienza. Tuttavia decisi di non trarne alcuna conclusione, ma di tentare soltanto di ricordarmi di me stesso mentre mi osservavo.
I primissimi tentativi mi mostrarono come ciò fosse difficile. I tentativi di ricordarmi di me stesso non mi diedero altro risultato all’infuori di quello di mostrarmi che di fatto noi non ci ricordiamo mai di noi stessi.
“Che cosa volete di più? disse G. Questa è una scoperta molto importante. Coloro che sanno questo (egli accentuò queste parole) sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se gli dite che non può ricordarsi di sé, o si irriterà, o penserà che siete matto. Tutta la vita è basata su questo fatto, tutta l’esistenza umana, tutta la cecità umana. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino ad una comprensione del suo essere”.
Tutto quello che G. diceva, tutto quello che io pensavo e soprattutto ciò che i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’ mi avevano mostrato, mi convinsero molto rapidamente che mi trovavo di fronte ad un problema interamente nuovo che scienza e filosofia avevano fin ora trascurato.
Ma prima di fare delle deduzioni, proverò a descrivere i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’.
La mia prima impressione fu che i tentativi di ricordarmi di me o di essere cosciente di me, di dirmi: sono io che cammino, sono io che faccio questo, tentando di sentire continuamente questo io, interrompevano i pensieri. Quando avevo la sensazione di me, non potevo né pensare, né parlare; le sensazioni stesse si oscuravano. E’ questa la ragione per cui ci si può ricordare di sé in questo modo soltanto per un tempo brevissimo.
Avevo già fatto certi esperimenti di interruzione del pensiero come sono menzionati nei libri di Yoga pratico, per esempio nel libro di Edward Carpenter “From Adam’s Peak to Elephanta”, per quanto qui si trattasse di una descrizione molto generica. I miei primi tentativi di ‘ricordo di sé’ mi riportarono alla memoria quei miei primi esperimenti. Infatti, vi è quasi identità tra le due esperienze, con la sola differenza che arrestando i pensieri, l’attenzione è interamente orientata verso lo sforzo di non ammettere pensieri, mentre nell’atto del ‘ricordarsi di sé’ l’attenzione si divide: una parte è diretta verso lo sforzo stesso, l’altra verso la sensazione di sé.
Quest’ultima constatazione mi permise di arrivare a una certa definizione del ‘ricordarsi di sé’, forse molto incompleta, ma che si rivelò assai utile nella pratica.
Parlo del ‘ricordarsi di sé’ come divisione di attenzione, che ne è il tratto caratteristico.
Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:
Io ————————–> il fenomeno osservato.
Quando, sempre osservando, tendo di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l’oggetto osservato e verso me stesso:
Io <--------------------------> il fenomeno osservato.
Stabilito questo punto, vidi che il problema consisteva nel dirigere l’attenzione su di sé senza lasciare che l’attenzione portata sul fenomeno osservato si indebolisse o si eclissasse. Inoltre, questo ‘fenomeno’ poteva essere sia in me che fuori di me.
I primissimi tentativi di tale divisione dell’attenzione mi mostrarono la sua possibilità. Al tempo stesso, feci altre due constatazioni.
Anzitutto vidi che il ‘ricordarsi di sé’ ottenuto in questo modo non aveva nulla in comune con l’ ‘introspezione’, o con l’ ‘analisi’. Si trattava di uno stato nuovo e molto interessante, in cui il gusto era stranamente familiare.
In secondo luogo, comprendevo che momenti di ricordo di sé appaiono nella vita, benché raramente, e che solo il produrli deliberatamente creava la sensazione di novità. Infatti, avevo sperimentato tali momenti fin dalla prima infanzia; si verificarono in circostanze nuove ed inattese, in un luogo insolito, fra estranei, per esempio durane un viaggio; ci si guarda attorno e ci si dice: “Che strano! Io, e in questo posto!”; o in momenti di emozione, di pericolo, nei quali è necessario non perdere la testa, quando si ascolta la propria voce, ci si vede e ci si osserva dal di fuori.
Vidi con molta chiarezza che i primi ricordi della mia vita, e nel mio caso questi ricordi risalivano alla primissima infanzia, erano momenti di ‘ricordo di sé’. Contemporaneamente ebbi la rivelazione di molte altre cose. Mi resi conto che ricordavo realmente soltanto i momenti in cui mi ero ricordato di me stesso. Degli altri momenti, sapevo solo che avevano avuto luogo. Non ero in grado di riviverli completamente, né di provarli di nuovo. Ma gli istanti in cui mi ero ‘ricordato di me’ erano vivi e non differivano per nulla dal presente. Temevo ancora di concludere troppo in fretta. Ma vedevo già che mi trovavo alla soglia di una grandissima scoperta. Mi avevano sempre stupito la debolezza e l’insufficienza della nostra memoria. Tante cose scompaiono, sono dimenticate. Mi sembrava che l’assurdità fondamentale della vita consistesse in questo oblio. Perché tante esperienze, per poi dimenticarle? Mi pareva inoltre che ci fosse qualcosa di degradante. Un uomo prova un sentimento che gli sembra molto grande, pensa che non lo dimenticherà mai; passano uno o due anni e non ne rimane nulla. Ma ora vedevo perché era così e perché non poteva essere altrimenti. Se veramente la nostra memoria mantiene vivi soltanto i momenti in cui si ricorda si sé, è chiaro che dev’essere molto povera.
Queste erano le mie esperienze dei primi giorni. Più tardi, quando cominciai ad imparare a dividere l’attenzione, vidi che ‘il ricordo di sé‘ dava delle sensazioni meravigliose che solo raramente e in condizioni eccezionali potevano prodursi da sole. Così, in quel periodo, mi piaceva molto passeggiare la notte per Pietroburgo e ‘sentire’ la presenza delle case e delle strade. Pietroburgo è ricca di queste strane sensazioni. Le case, particolarmente le vecchie case, erano proprio vive, quasi rivolgevo loro la parola. Non vi era ‘immaginazione’ in questo. Non pensavo a nulla, semplicemente me ne andavo a spasso cercando di ‘ricordare me stesso’ e mi guardavo attorno; le sensazioni venivano da sole.
Allo stesso modo avrei fatto, in seguito, molte e inaspettate scoperte.
[…]
Talvolta il ‘ricordo di sé’ non riusciva; altre volte, era accompagnato da curiose osservazioni.

Percorrevo un giorno la Liteyny nella direzione della Prospettiva Nevsky e, nonostante tutti i miei sforzi, ero incapace di mantenere l’attenzione sul ‘ricordare me stesso’. Il rumore, il movimento, tutto mi distraeva. Ad ogni istante perdevo il filo dell’attenzione, lo ritrovavo e lo riperdevo. Alla fine, provai verso di me una specie di irritazione ridicola e girai in una via a sinistra, fermamente deciso, questa volta, a ricordarmi di me stesso almeno per qualche tempo, ad ogni modo fino a quando avessi raggiunto la via seguente. Raggiunsi la Nadejdinskaya senza perdere il filo dell’attenzione, salvo forse per brevi istanti. Allora rendendomi conto che mi era più facile, nelle vie tranquille, non perdere la linea del mio pensiero, e desiderando mettermi alla prova nelle vie più rumorose, decisi di ritornare alla Nevsky continuando a ricordarmi di me. La raggiunsi senza aver smesso di ricordarmi di me ed incominciavo già a provare lo strano stato emozionale di pace interiore e di fiducia che viene dopo grandi sforzi di questo tipo. Proprio all’angolo della Nevsky, vie era il tabaccaio che mi forniva le sigarette. Continuando a ricordarmi di me, mi dissi che sarei entrato ad ordinarne qualche scatola.
Due ore più tardi, mi svegliai nella Tavricheskaya, cioè molto lontano. Stavo andando in slitta dal mio editore. La sensazione del risveglio era straordinariamente viva. Posso quasi dire che ritornavo in me. Di colpo mi ricordai di tutto: come avevo percorso la Nadejdinskaya e come, a questo pensiero, ero caduto, come annientato, in un profondo sonno.
Tuttavia, mentre ero così immerso in questo sonno, avevo continuato a compiere delle azioni coerenti e opportune. Avevo lasciato il tabaccaio, telefonato al mio appartamento della Lieyny e al mio editore. Avevo scritto due lettere. Poi ero ritornato a casa. Avevo risalito la Nevsky sul marciapiede di sinistra fino alla Porta Gostiny con l’intenzione di raggiungere l’Offitzerskaya. Allora, cambiando idea, poiché si faceva tardi, avevo preso una slitta per andare dal mio editore nella Kavalergardkaya. Strada facendo, lungo la Tavricheskaya, cominciai a sentire uno strano malessere, come se avessi dimenticato qualcosa. E all’improvviso mi ricordai che avevo dimenticato di ricordarmi di me.

(Tratto da: “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” – Ouspensky)

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Sapere cosa si vuole…

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autosservazione

Soffermandosi ad osservare le tendenze del momento è possibile constatare che da molti anni proliferano le pratiche, i corsi e le associazioni psico-spirituali, pseudo-esoteriche; le parole “yoga”, “meditazione”, “illuminazione”, “trascendenza”, “realizzazione”, abbondano e servono per attirare chiunque sia attratto dall’ignoto, dal mistero o dall’acquisizione di un qualche potere che possa innalzare dalla condizione di routine e mediocrità quotidiana, azzittendo le frustrazioni a cui più o meno ogni essere umano va incontro nella vita.

In tutto questo si perde il punto focale, tanto semplice eppure arduo da comprendere, proprio perché in fondo chi si “stordisce” in mille direzioni e acquisizioni di pratiche, orgoglioso di riempire il proprio curriculum vitae, non ha ancora chiarezza su cosa veramente cerchi o desideri; purtroppo ingurgitare concetti e alimentare tutto il repertorio di complessi, paranoie e nevrosi che nascono dalla condizione di insoddisfazione personale non aiuta, ma a volte aggiunge un ulteriore fardello.

Si tratta di un’esperienza più frequente di quanto si immagini; ancor prima di accorgersi di quanto si rimanga irretiti da certi sistemi che giocano sulle debolezze comuni al genere umano, si trascorre un tempo che varia da persona a persona, sprecando le proprie energie e offuscando la coscienza dalla direzione originale.

Ma, e se, balena il dubbio che forse ci si ritrova sempre al punto di partenza e che tutti i corsi e le ore di seminari ammassate nel girovagare qua e là, non sono serviti poi a molto, la domanda da porsi è: Cosa voglio veramente?

Su questa domanda occorre riflettere molto profondamente e non dare risposte superficiali o istintive, solo così si può innescare un importante processo di conoscenza interiore che può far uscire da certi “vicoli ciechi”.

E’ l’inizio dell’autosservazione, fondamentale e indispensabile per avviare una trasformazione.

“Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.” (Gurdjieff)

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Le tre virtù teologali: Fede, Speranza e Carità-Amore

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“La Fede è l’uccello che sente la luce e canta quando l’alba è ancora oscura.” (Rabindranath Tagore).

Le tre Virtù Teologali nell’Alchimia spirituale assumono importanza e significato profondo, imprescindibili per il lavoro interiore e per riconquistare il legame con il divino.

Virtù è un termine che deriva dal latino “Virtus, Virtutem” che a sua volta deriva da “Vir” (uomo), ha perciò esplicito significato etimologico di: virilità, forza, predisposizione d’animo, qualità, valore, forza morale. Dunque la virtù è strumento per il lavoro interiore, ma è anche il risultato delle trasformazioni delle forze che ci sono nell’animo umano. La virtù è infatti il contrario del vizio, è l’altra faccia della medaglia, il suo polo opposto; essa deriva dall’equilibrio delle energie e dal loro giusto direzionamento. Chi ha virtù è sapiente, agisce con arte e in armonia.
Da ciò si potrebbe dire che la prima virtù-qualità che necessita per l’acquisizione delle altre e del loro perfezionamento è la “Forza di Volontà”. La Volontà, origine e base di ogni movimento vitale, con i suoi necessari aspetti di forza, sapienza-intelletto e amore, ha infatti un ruolo centrale nella direzione dell’opera interiore. In Psicosintesi, Assagioli ne rileva la specifica importanza: essa è strumento dell’io centralizzatore che opera per riportare l’essere umano caotico nel suo nucleo, sintesi della vera natura, riflesso del Sé-Atman a cui poi si giungerà con la Volontà Transpersonale.

Le Virtù teologali riguardano le facoltà che l’anima deve acquisire per partecipare ai mondi Superiori; è interessante come ad ognuna corrisponda un colore ben preciso: Speranza=verde, Fede=bianco, Carità-Amore=rosso.

Dante vede le tre virtù come stelle nel canto VIII del Purgatorio ai versi 85-93, in cui egli mirando al cielo vede le tre stelle che sono apparse al posto delle quattro viste al mattino (le quattro virtù cardinali). Virgilio gli spiega che le tre stelle luminose che rappresentano le virtù teologali, sono salite nel cielo al tramontare delle quattro stelle delle virtù cardinali:

85-“Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,
pur là dove le stelle son più tarde,
sì come rota più presso a lo stelo.

E ‘l duca mio: «Figliuol, che là sù guarde?»
E io a lui: «A quelle tre facelle
di che ‘l polo di qua tutto quanto arde.

Ond’elli a me: «Le quattro chiare stelle
che vedevi staman, son di là basse,
e queste son salite ov’eran quelle.”

Meditando ancora sul valore “alchemico” delle tre virtù teologali, riporto un estratto dal sito: http://www.esopedia.it in cui si rileva il simbolismo-corrispondenza con i principi dell’Opera Alchemica.

Il Principio Zolfo: la Fede
La Fede è la virtù che rende la nostra intelligenza fermamente aderente e senza dubbio d’ingannarsi, benché essa non percepisca questo in modo intelligibile, a tutto ciò che gli giunge attraverso il canale della Rivelazione Tradizionale e di conseguenza da Dio stesso, nella Sua Volontà di comunicare all’uomo del Suo fine ultimo per lui, che è la Reintegrazione e sull’esistenza d’un mondo invisibile di cui quello dell’uomo non è che il riflesso imperfetto e rovesciato.

Il dono dello Spirito Santo che corrisponde alla Fede è l’intelligenza, che però non va confusa con quella Virtù sublimale dallo stesso nome. Il dono d’intelligenza, che non è dunque l’Intelligenza, aiuta la Virtù di Fede nella conoscenza della Verità divina, permettendo allo spirito dell’uomo sotto l’azione dello Spirito Santo, di penetrare il senso velato, nei termini e nelle affermazioni della Rivelazione Tradizionale, per poterla comprendere, ed almeno avvicinare i Misteri più profondi mantenendone intatto tutto il suo compendio d’importanti significati. La Fede corrisponde, nella Vita Iniziatica, al voto d’Obbedienza e che permette anch’esso il raggiungimento del dono d’intelligenza.

Il Principio Mercurio: la Speranza
La Speranza è la Virtù che rende la nostra volontà sostenuta dall’Azione divina che, venendo essa stessa verso di noi, ci conduce alle Verità Eterne, quali la Fede ce le rivela e come ciò che può e deve essere la nostra completa illuminazione. Questa Virtù è assolutamente inaccessibile senza la Fede, che presuppone necessariamente, giacché è la Fede sola che dà alla Speranza oggetto e motivo sul quale basarsi. Il dono dello Spirito Santo che corrisponde alla Virtù di Speranza è il dono della Scienza, la quale sotto l’azione dello Spirito Santo, deve poter giudicare con certezza assoluta e verità infallibile, e senza affatto usare il naturale procedimento del ragionamento, ma intuitivamente, il vero carattere delle cose create in tutti i loro rapporti con quelle della Speranza. Che esse debbano essere ammesse e professate o servire a scopi o soggetti per la nostra condotta, affermando così immediatamente, ciò che nel mondo Naturale è in armonia con le Verità Eterne, o al contrario, è loro opposto. La Virtù di Speranza corrisponde, nella vita iniziatica, al voto di Castità, che non ha nulla in comune con la continenza sessuale. Ed è la Castità che permette all’uomo di liberarsi poco alla volta della servitù dei sensi. Così come permette alla comune coppia umana, agendo in modo naturale e legittimo, la continuazione della creazione delle forme della specie, senza decadere o depravarsi reciprocamente. È con il voto di Castità che si raggiunge egualmente il dono della Scienza.

Il Principio Sale: La Carità
La Carità è la Virtù che ci eleva ad una vita di comunicazione con le Potenze Celesti, intermediarie del Piano Divino, e con il Piano Divino stesso, se sia di sua felicità e giudizio farlo. La Carità come aspetto di contatto e di comunicazione mistica, suppone in noi due cose: una partecipazione alla Natura Divina che, divinizzando la nostra, ci eleva al di sopra, e a dispetto di ogni ordine naturale umano ed angelico. Oltre dunque al modo ultimo di manifestazione nella creazione mondana e sino a quello proprio di DIO e facendo di noi degli dei secondari evidentemente, ed introducendoci nella Sua intimità: Salmo LXXXII: “Dio sta nell’Assemblea Celeste, Egli giudica tra gli Dei…” ; Vangelo di Giovanni, X,34: “Ho detto, voi siete degli dei…”

Dei Principi d’azione proporzionati a questo stato divino e che ci mettono in grado di agire da veri agenti secondari, figli di Dio e come agisce Lui stesso, conoscendolo come Lui ci conosce, amandolo come Lui ci ama e compiacendoci in Lui come Lui si compiace in noi. Queste due realizzazioni mistiche sono intimamente legate alla presenza, nell’Anima dell’Adepto, della Carità assoluta che sgorga da un atto d’amore totale, con il quale l’Uomo vuole a Dio quel bene infinito che la Fede gli ha rivelato, e che prova anche per se stesso e per tutti gli altri uomini.

La Carità comporta anche altri aspetti secondari: la Misericordia che c’impietosisca sul dolore degli Esseri, in tutti gli aspetti della vita, e che si soffra di questa miseria e di questa angoscia come proprie, realmente ed intimamente proprie. La Generosità che ci fa essere sempre ed immediatamente portati ad ostacolare il Male ed a facilitare il Bene, tanto nel dominio spirituale che in quello materiale. L’uomo, essere dotato di una coscienza che non partecipa ai suoi compromessi, non saprebbe ignorare né il Male, né il Bene, conoscendo l’uno e l’altro, pretendersi al di là, al di fuori dell’uno o dell’altro, e cioè eludere le proprie responsabilità. Il dono dello Spirito Santo che corrisponde alla Virtù di Carità, è il dono di saggezza che non bisogna però confondere con la Virtù Sublimale di questo nome. Il dono di saggezza, che non sarà la Saggezza, fa si che l’uomo sotto l’azione occulta dello Spirito Santo, giudichi ogni cosa con la sua ispirazione prendendo per norma e per regola propria i giudizi della più alta e sublime di tutte le Cause, la Saggezza Divina, tale quale essa si è degnata manifestarsi a noi, con la Fede che è lo Zolfo dei Filosofi.

La Carità corrisponde, nella Vita iniziatica, al voto di povertà (essenzialità della vita): il Disinteresse ai beni, agli onori, ai piaceri di questo mondo inferiore, è con questo voto di Povertà che si raggiunge egualmente il dono di saggezza.

(Dal sito: www.riflessioni.it)
LE TRE VIRTU’ TEOLOGALI (Divine) sono:
FEDE, SPERANZA, CARITA’ (Amore)

La FEDE perfeziona l’Intelletto, per cui conosciamo ciò che dobbiamo credere intorno a Dio. Credere come veri determinati assunti o concetti basandosi su di una personale convinzione. Aderire con l’intelligenza, sorretta dalla Grazia, alla verità della parola di Dio.
La SPERANZA per cui confidiamo di ottenerLo; per essa si attende con fiducia la vita eterna e il soccorso della grazia divina per ottenerla.
La CARITA’ o Amore per cui Lo amiamo. Per cui si ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di DIO.

Queste prime tre virtù sono innate nell’uomo, o più precisamente sono in embrione, ma mentre in alcuni si sviluppano verso la coscienza, in altri (causa anche la non educazione) si sviluppano verso il sentimento o addirittura verso il corpo, per cui prendono una via che li porta alla ricerca di falsi valori, e costoro sono comunemente chiamati MATERIALISTI.

Ci sono quindi tre livelli di Fede, di Speranza e di Amore e sono:

1) La FEDE nella COSCIENZA è LIBERTA’
2) La FEDE nel Sentimento é SCHIAVITU’
3) La FEDE nel Corpo é STUPIDITA’.

1) La SPERANZA della COSCIENZA è FORZA
2) La SPERANZA del Sentimento é CODARDIA (VILTA’)
3) La SPERANZA nel Corpo é MALATTIA.

1) L’AMORE Conscio evoca la stessa cosa in risposta
2) L’AMORE Emotivo evoca l’OPPOSTO
3) L’AMORE Fisico dipende dal tipo e la polarità .
Gurdjieff (I racconti di Belzebù a suo nipote)

Dal tempo in cui l’uomo iniziò a vivere sulla terra, dal tempo di Adamo in poi, cominciò a formarsi in lui, con l’aiuto di Dio, della Natura, e di tutti i suoi compagni vicini, un organo la cui funzione è la COSCIENZA MORALE. Tutti gli uomini hanno quest’organo, e chiunque è guidato da esso vive automaticamente secondo i comandamenti di Dio. Se le nostre coscienze fossero chiare, e non sepolte, non ci sarebbe bisogno di parlare di morale, poiché consciamente o inconsciamente tutti si comporterebbero in conformità con i comandamenti di Dio. Fortunatamente la Coscienza Morale é ricoperta da una sorta di crosta che può essere forata soltanto dall’intensa sofferenza; allora la coscienza parla. Ma dopo un poco l’uomo si arresta e l’organo viene ancora una volta ricoperto e sepolto.
Gurdjieff (Belzebù)

COSCIENZA – Facoltà immediata di avvertire, comprendere, valutare i fatti che si verificano nella sfera dell’esperienza individuale o si prospettano in un futuro più o meno vicino. E’ vista come “il guardiano” “la vocina misteriosa” che guida ad ottenere il GIUSTO INTELLETTO o RETTA RAGIONE e perciò è Divina.

SENTIMENTO – E’ contraria all’intelletto: quindi molto volubile; ora si ama ora si odia.

CORPO – – la materialità che si perde prima o poi. E’ Effimero.

LE TRE VIRTU’ SUPERIORI CHE SI RIFERISCONO ALLA COSCIENZA PERFEZIONANO LA VOLONTA’.

VOLONTA’ =Lo sforzarsi dell’animo a conseguire o ad allontanare una data maniera d’essere; facoltà propria dell’uomo di tendere con decisione e piena autonomia alla realizzazione di fini determinati, di natura spirituale, per il superamento della nostra natura animale.
(La Volontà vera esiste soltanto quando un solo IO governa, quando c’é un “padrone” nella casa. Un uomo comune non ha “Padrone”. Egli é governato ora dalla mente, ora dai sentimenti e ora dal corpo. Spesso l’ordine arriva dall’apparato formatorio e ancora più spesso quest’uomo riceve gli ordini dal centro sessuale. La libera VOLONTÀ é la funzione del PADRONE in noi. La nostra VOLONTÀ é la SUPREMAZIA di un DESIDERIO su un ALTRO. )
Gurdjieff (Quarta via)

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Comments (0) Lug 25 2012