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Da dove iniziare a tagliare i “fili” degli automatismi

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L_uomo_Arlecchino

Se certe domande sono sorte nella nostra interiorità e porgere attenzione a quei interrogativi diventa una nostra priorità, forse è giunto il momento in cui l’intera vita imbocca una strada diversa, quella di una nuova consapevolezza che già ci dirige e se anche solo la presa di coscienza di ciò che realmente siamo rappresentasse il lavoro di un’intera esistenza, avremmo comunque trovato il nostro compito, poiché la vita altro non è che il viaggio della Coscienza.

Ora, in un primo momento avviene una crisi fatta appunto di domande senza risposta, di crolli di certezze coltivate da sempre nella propria mente, e tutto questo sembra disorientante.
Cosa si può fare per iniziare a prendere le redini dell’intero nostro meccanismo?
All’uomo nell’attuale condizione non rimane che uno strumento: l’autosservazione.

Di solito, invece, si parte da cose che non sono alla portata del momento, che non sono affatto pratiche, ma che fanno comodo alla personalità per mantenere ancora il proprio dominio e compiacersi trovando nuovi passatempi e riempiendosi di paroloni che non hanno concretezza, né sono frutto di esperienza vissuta.
Questo svia e fa solo disperdere energie. E’ quello che spesso, anche in buona fede, fanno molti “educatori” nei vari campi della psicologia esoterica o delle discipline orientali, ovvero spostano l’accento su cose che non sono alla portata dell’essere umano che ancora deve prendere dimestichezza persino con la propria mente ed emozioni, e purtroppo così facendo alimentano illusioni facendo perdere tempo e denaro!

Innanzitutto bisogna valutare bene cosa si vuole apprendere da qualcun altro e con quale modalità.
Se un insegnante cerca di trasmettere conoscenze che non ha realizzato egli stesso nella propria vita, di sicuro non ci sarà uno scambio di energie di qualità, ma si giocherà sempre sulla mente condizionabile e ammaliabile dalle immagini presentate con una certa abilità.

Inoltre, altro inciampo che è facilmente riconoscibile, è quello di un insegnante che sale in cattedra e corregge l’allievo in modo diretto, critico e analitico, sottendendo un giudizio.

Un educatore che voglia svolgere il proprio ruolo in modo utile, ha il semplice compito di trasmettere ciò che egli stesso ha compreso con la propria diretta esperienza, non farà altro! Non correggerà chi ha davanti, non salirà sul pulpito, non darà (nemmeno in modo sottointeso) un giudizio, semplicemente perché non ha alcun interesse a farlo!
Semplicemente perché se ha raggiunto un certo livello di comprensione, inevitabilmente metterà costantemente in pratica ciò che ha compreso e si porgerà pertanto in modo neutrale verso ciò che lo circonda; avrà superato il giudizio, gli schemi mentali che rinchiudono l’uomo nei recinti delle convinzioni personali e mostrerà tutto ciò con i fatti.
Nessuno può trasmettere o condividere con gli altri ciò che non ha in sé, ciò di cui non è padrone; se così non è, si assiste a mediocri imitazioni che mostrano solo il carattere ancora scimmiesco della mente umana.

Dunque, tutto quello che l’uomo può fare nell’ambito dell’evoluzione personale è diventare maestro di se stesso, mai degli altri!

Detto ciò, come iniziare questa pratica concreta dell’autosservazione?

Riprendo nuovamente le parole di Vimala Thakar:
“Dobbiamo imparare a guardare e osservare, per poterci lanciare nella ricerca; non abbiamo altro che questo atto di osservare. Ci siamo lasciati alle spalle il sentiero della conoscenza, dell’esperienza e della memoria che è il movimento del passato, cioè il condizionamento, la cui autorità non ha aiutato il genere umano in milioni di anni a liberarsi da questa agonia del costante conflitto nei rapporti. Devo osservare, devo guardare, quando il pensiero si muove. Sono capace di guardare? Sono capace di osservare? Comprendo che cos’è l’osservazione?
Questa è la mia sola risorsa. Io comprendo come osservare? Mi siedo in silenzio, comincio a osservare e noto dopo pochi minuti che l’osservazione non mi è possibile, perché nel momento in cui guardo il movimento del pensiero, si insinua nella mia mente un giudizio. La mia percezione, senza saperlo, è diventata un movimento di confronto, valutazione e giudizio.
Non è il movimento dell’osservazione, che è libera da ogni tipo di interpretazione, valutazione e giudizio.
Osservare è guardare con innocenza, guardare in un modo libero dalla reazione, osservare in un modo libero da resistenze. Ma quando osservo o guardo, in pochi minuti mi trovo a faccia a faccia con questo imponente movimento dell’interpretazione, della valutazione, del giudizio.
Ora dopo pochi minuti, quando ho il coraggio di mettermi seduta a imparare, c’è la scoperta del fatto puro e semplice che non so osservare, che non riesco a sostenere lo stato di osservazione, di attenzione non reattiva, nemmeno per pochi minuti. E’ una bella scoperta.
Mi dice che per tutta la vita mi do da fare a interpretare, valutare e giudicare. Perciò, quando dico: “Io penso”, “Io voglio”, “Io sento”, non sono io che voglio, sento o penso; è la conoscenza acquisita, la memoria e l’esperienza che stanno proiettandosi attraverso di me. […]
Quando mi siedo e comincio a osservare, vedo che non riesco, neppure per uno o due minuti, a conservare un’attenzione non reattiva, non riesco a stare in uno stato di osservazione. Cosa significa?
Significa che continua l’interpretazione, la valutazione, il giudizio. E’ un flusso; il flusso del pensiero si sta muovendo. Attraverso di me sta scorrendo il flusso del pensiero collettivo e il mio pensiero è una risposta a quella memoria, è un movimento di quel flusso del pensiero. Credevo che fosse il mio pensiero, la mia sensazione, il mio desiderio. Non c’è nulla di mio, si tratta invece di un flusso organizzato di conoscenze, valutazioni, principi, sistemi di valori. E tutte queste cose scorrono nel letto del mio corpo, per così dire.
Accorgersi che l’osservazione è sempre reattiva è una scoperta grandiosa.
Bisogna imparare a guardare e osservare; parole così semplici, che prima si credeva di conoscere e in cui si pensava non ci fosse nulla di difficile: che c’è da imparare sull’osservazione? Ma se si è onesti e sinceri ci si accorge che la semplicità è la cosa più difficile e complessa che ci sia. Ci si accorge anche di un’altra cosa: che il “me” e il “movimento del pensiero” non possono essere separati.
Qualsiasi movimento faccia il “me”, l'”io” si muove con le parole che porta con sé. Il movimento del “me” è il movimento della parola, del pensiero e di tutto ciò che il pensiero contiene. Perciò, il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose separate, ma sono la stessa identica cosa. Questa è la scoperta che interviene nei momenti di osservazione. Perciò quando osservo i miei pensieri, osservo i pensieri collettivi organizzati dall’intero genere umano e io ne faccio parte.
L'”io” è parte di questo; l'”io” non può essere separato da quel movimento. Non è più possibile conservare l’illusione che l'”io” possa esistere al di fuori del flusso del pensiero, sulle sponde del fiume del pensiero, e osservarlo dall’esterno. Non potete farlo.
Quando vi guardate nello specchio, non ci sono due entità distinte. Siete riflessi dallo specchio. Siete quello che guarda e siete ciò che è guardato. Siete l’osservatore e ciò che è osservato. Allo stesso modo la corrente del pensiero è voi stessi: voi siete quello. Il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose diverse. Sono la stessa identica cosa.
Se veramente capiamo questo fatto semplice, a quel punto ogni ambizione di cambiare me stessa, la speranza che “io” riuscirò a produrre un cambiamento in me stessa, nel mio comportamento, che “io” sarò libera, che “io” raggiungerò l’illuminazione – sapete quelle illusioni tanto care che nutriamo e abbiamo nutrito per secoli – tutto questo svanisce.
La percezione della verità sfocia nella scomparsa del falso. […]

Perciò il desiderio, l’ambizione, il bisogno di nuove esperienze, l’ambizione di raggiungere l’illuminazione, di raggiungere la libertà, tutte queste cose infantili e adolescenziali svaniscono dalla vita del ricercatore.
La ricerca ha una sua propria disciplina. E’ un movimento della vita. […]

Quando si conduce una ricerca, ciascun passo comporta un movimento che ci allontana dal falso che è nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti quotidiani. Quando imparo a osservare e l’attenzione non reattiva arriva a essere una fiamma che arde costantemente nella mia coscienza, molte cose false e secondarie svaniscono. […]

La serietà dei problemi che ci si prospettano non è un movimento incentrato sull’io volto ad acquisire qualcosa di nuovo, a ottenere qualcosa di nuovo o arrivare in qualche posto nuovo. Quando osservo e arrivo al fatto e comprendo che l’intero movimento del “me” e del pensiero è un movimento meccanico, è una ripetizione del passato, solo con una lieve modifica o specificazione, che non c’è libertà sul piano del pensiero, sul piano della conoscenza e dell’esperienza, come agisce questa verità sulla qualità del mio essere?
La struttura del pensiero ha creato l’idea di essere un induista, un musulmano o un cristiano. La divisione, la frammentazione razziale, nazionale o ideologica è una creazione del pensiero. L’idea di dividere la vita in secolare e spirituale, è una costruzione del pensiero. La divisione della vita in “me” e “non me”, è una costruzione della mente.
Ora, se il ricercatore ha visto, nella sua osservazione, che questa struttura del pensiero che scorre attraverso “me” e funziona attraverso “me” è un movimento meccanico e ripetitivo, continuerà a portarsi dietro nella propria vita quotidiana l’autorità del me?
Il ricercatore, dopo aver compreso la natura del pensiero e del “me”, sentirà di appartenere a un paese, a una razza, a una religione organizzata, istituzionalizzata? Dopo, continuerà a portarsi dietro nella vita l’autorità di qualche sistema di valori? […]

Se siamo ricercatori spirituali, religiosi, interessati a porre fine all’angoscia, al dolore, ai conflitti e alle contraddizioni, a porre fine agli squilibri e alle impurità, allora naturalmente la comprensione della natura del pensiero e delle implicazioni del movimento del pensiero sfocerà in un dissolversi di ogni forma di autorità costruita dall’uomo. Se l’autorità non muore significa che la ricerca spirituale ci interessa solo in teoria.
Ci interessa conoscere le cose piuttosto che viverle, e religione significa vivere la verità che comprendiamo. La spiritualità è l’atto di viverla, non il conoscerla.
Conoscenza, erudizione, cultura, danno lustro al cervello e al comportamento cerebrale e verbale, non trasformano l’essere umano.
Abbiamo vissuto nell’autorità della mente e del cervello per molti e molti secoli, e senza dubbio quel pensiero ha dato molte cose importanti come la scienza e la tecnologia. E siamo ora al vertice dell’era del computer. Cose meravigliose. Perciò conoscenza, esperienza, quel movimento del pensiero che reca in sé tutti i concetti, i simboli, le idee, le ideologie, hanno rilievo per la nostra vita relativamente al suo funzionamento su un piano meccanico. Ma per quanto riguarda la ricerca di cosa siano libertà, pace, amore, se esiste un’azione totalmente libera dal pensiero, se esista, una dimensione coscienziale al di là della conoscenza, per tutta questa ricerca, per questa indagine, il movimento del pensiero è assolutamente irrilevante. Capisco questo? Permetto alla libertà dall’autorità del pensiero di esprimersi e manifestarsi nella mia vita quotidiana?
Oppure divido la mia vita: questa è la ricerca religiosa e nella mia vita quotidiana come individuo concreto sono un olandese, un inglese, un indiano, un induista, un comunista, un socialista? In questo caso stiamo indulgendo a un gioco intellettuale, a un passatempo emotivo, spacciandolo per ricerca spirituale. La ricerca spirituale è una cosa seria. Non ci si può giocare a casaccio. E’ qualcosa di estremamente fondamentale.
Perciò permetto all’autorità del pensiero e a ciò che il pensiero ha costruito di scomparire completamente dalla mia vita? Non appena ho imparato a osservare e ho compreso la struttura e il movimento del pensiero, che cosa succede alla qualità della mia vita? Mi sveglio al mattino e osservo se sto facendo le cose in forza delle abitudini che sono state coltivate dalla mente e dal pensiero? Se comincio la giornata con la ripetizione delle abitudini vivo nelle tenebre del passato. Quando mi lavo i denti, mi faccio il bagno o faccio colazione in modo meccanico, quando porto a termine questi movimenti occupata in qualche pensiero, assente da quello che sta accadendo al corpo e alla coscienza, in quei movimenti disattenti c’è tenebra, non c’è libertà. Ho già accettato l’autorità dell’abitudine.

(Tratto da “Il Mistero del silenzio” – V. Thakar).

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Comments (0) Feb 23 2015

Il perché la trasformazione sembra complicata

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Fili_ingarbugliati

Mi trovavo a dialogare anni fa in maniera un po’ speculativa su argomenti di trasformazione interiore, di superamento dei propri limiti, del cosiddetto percorso spirituale. Ero in una fase in cui avevo compreso dopo anni di “giri a vuoto” nelle personali ristrette convinzioni, che a complicare il percorso intrapreso è solo la mente che ha il pieno controllo di tutto e ciò fa sfuggire che è proprio su quell’aspetto che si deve “lavorare“.

Compreso ciò, tutto mi apparve meno complicato, avevo trovato il fulcro di tutto il mio perdermi nei labirinti apparentemente senza via d’uscita. Tutto il nocciolo della questione era che non mi ero ancora focalizzata effettivamente, in maniera pratica, sul vero lavoro; mi piaceva forse più parlarne, filosofeggiare, arricchirmi a livello intellettuale, ma non facevo altro che alimentare il movimento delle rotelle che rendono l’essere umano automa, cioè, imbrigliato nei propri meccanismi automatici.

Non riuscì a far arrivare il senso della mia “scoperta” all’interlocutore che per tutta risposta mi beffeggiò con ironia insinuando che era l’esatto opposto, cioè, secondo la sua ottica, più si va avanti e più si complica tutto.

La dimostrazione che la mia comprensione mi fu utile è che mi misi a praticare ciò che avevo intuito che occorreva fare, smisi di farmi distogliere dalle chiacchiere della mia stessa mente e da quelle altrui.

Quel dialogo mi fu d’aiuto nell’osservare come nell’ordinario si parla senza alcuna cognizione di ciò che si dice e senza aver sperimentato di prima mano le affermazioni che si fanno. E’ un tranello in cui si cade continuamente e peraltro inevitabile se non si conoscono altri modi di interloquire e di ragionare se non quelli di basarsi sulle concettualizzazioni “incollate” e “rimodulate” nella mente.

Alcune personalità che hanno parlato della loro comprensione acquisita con vera pratica, per fortuna, hanno lasciato testimonianza nei loro scritti e incontrarli anche solo per il tramite di un libro, trasmette un’energia di qualità differente da molte speculazioni che sovente si trovano magari dietro l’angolo di casa.

Vimala Thakar, questa saggia indiana, forse meno conosciuta rispetto ad altri maestri, ha una sensibilità particolare nel raccontare e nel trasmettere la sua comprensione, la sua viva esperienza, ed è una di quelle personalità illuminate che hanno fatto la differenza.
Quando lessi i suoi scritti la prima volta non ne colsi subito l’intensità, mi occorsero più letture intervallate per apprezzare meglio il messaggio che inviano.
Ad esempio, riguardo alla difficoltà di una trasformazione interiore, Vimala Thakar così si esprime:
“La libertà non è difficile da raggiungere. La trascendenza, dall’energia condizionata al regno dell’energia incondizionata, non è nulla di misterioso. La trasformazione che avviene nel contenuto della psiche non è una cosa straordinariamente difficile, fuori dalla portata di un essere umano ordinario come voi e me, ma il punto è: noi amiamo il piacere. Possiamo prendere le distanze dai piaceri del corpo sul piano tangibile, fisico, grossolano, ma siamo talmente attratti, innamorati del piacere delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni, delle esperienze, che accettiamo l’autorità del passato.
Senza accettare l’autorità del passato, sperimentare non è possibile. Perciò accettiamo l’autorità del passato, accettiamo l’autorità della mente, dell’io-coscienza, e continuiamo a muoverci orizzontalmente da un campo di esperienza a un altro. C’è un modo di uscirne? E se c’è, come ci si pone? Prima di tutto ne sento il bisogno?“.
(Tratto da “Il Mistero del Silenzio”- V. Thakar)

Vimala pone dei quesiti ai quali per rispondere occorre iniziare a praticare su di sè. Prima di tutto bisogna che alcune domande sorgano nella propria interiorità e con una tale forza da pressare per ottenere tutta l’attenzione e una possibile risposta.
Alcune volte ad una prima spinta iniziale, possibilmente dovuta ad una crisi momentanea, segue un placido accomodarsi nelle abitudini e nel conosciuto e Vimala sottolinea: “il punto è: noi amiamo il piacere.”
Quando le abitudini e ciò che conosciamo non hanno più una presa tale su di noi da distoglierci dall’esplorazione interiore, si può davvero dire che prendiamo sul serio il percorso di trasformazione, che l’automatismo che è l’unica cosa che ci ha fatto vivere fino a quel momento, non è più sufficiente.
Lì c’è il momento in cui occorre forse il maggior coraggio: guardarsi allo specchio senza più veli e far crollare immagini costruite da milioni di anni di eredità atavica.

Burattini

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Comments (0) Feb 14 2015

Sapere cosa si vuole…

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autosservazione

Soffermandosi ad osservare le tendenze del momento è possibile constatare che da molti anni proliferano le pratiche, i corsi e le associazioni psico-spirituali, pseudo-esoteriche; le parole “yoga”, “meditazione”, “illuminazione”, “trascendenza”, “realizzazione”, abbondano e servono per attirare chiunque sia attratto dall’ignoto, dal mistero o dall’acquisizione di un qualche potere che possa innalzare dalla condizione di routine e mediocrità quotidiana, azzittendo le frustrazioni a cui più o meno ogni essere umano va incontro nella vita.

In tutto questo si perde il punto focale, tanto semplice eppure arduo da comprendere, proprio perché in fondo chi si “stordisce” in mille direzioni e acquisizioni di pratiche, orgoglioso di riempire il proprio curriculum vitae, non ha ancora chiarezza su cosa veramente cerchi o desideri; purtroppo ingurgitare concetti e alimentare tutto il repertorio di complessi, paranoie e nevrosi che nascono dalla condizione di insoddisfazione personale non aiuta, ma a volte aggiunge un ulteriore fardello.

Si tratta di un’esperienza più frequente di quanto si immagini; ancor prima di accorgersi di quanto si rimanga irretiti da certi sistemi che giocano sulle debolezze comuni al genere umano, si trascorre un tempo che varia da persona a persona, sprecando le proprie energie e offuscando la coscienza dalla direzione originale.

Ma, e se, balena il dubbio che forse ci si ritrova sempre al punto di partenza e che tutti i corsi e le ore di seminari ammassate nel girovagare qua e là, non sono serviti poi a molto, la domanda da porsi è: Cosa voglio veramente?

Su questa domanda occorre riflettere molto profondamente e non dare risposte superficiali o istintive, solo così si può innescare un importante processo di conoscenza interiore che può far uscire da certi “vicoli ciechi”.

E’ l’inizio dell’autosservazione, fondamentale e indispensabile per avviare una trasformazione.

“Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.” (Gurdjieff)

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Ogni cammino di saggezza inizia da qui.

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Spirito_materia

Sempre più spesso capita di ritrovarsi a cadere nell’equivoco che genera l’illusione che un cammino spirituale o di saggezza debba significare ascetismo, alienazione dalla condizione umana o rifiuto del quotidiano e della materialità.

L’errore più grossolano, che anche dopo anni di impegno verso un percorso di “liberazione”, può creare un blocco o una deviazione verso forme estreme di pratiche è appunto quello di partire da una visione “superficiale” e mal compresa di ciò che la Tradizione metafisica (unica anche se espressa in più linguaggi o forme) vuole trasmettere.

Un maestro dei giorni nostri come Arnaud Desjardins mette “in guardia” da simili abbagli e sintetizzando gli insegnamenti di Oriente e Occidente, apre un punto di osservazione obiettivo su cosa significhi “cammino spirituale o realizzazione” e soprattutto su come concretamente si possa iniziare tale percorso e portare avanti senza reprimere ciò che fa parte di un tutt’Uno rappresentato dall’essere umano, la manifestazione e i piani spirituali.

Ancora una volta un maestro a chiare lettere ci dice che la prima e l’ultima cosa da mettere in atto è il “Conosci te stesso” nel “qui e ora”, eliminando la scissura fra materia e spirito che invece è il principale inciampo di ogni aspirante che travisa l’insegnamento metafisico.

Ecco uno stralcio di quello che Arnaud Desjardins esprime nella sua testimonianza sul Cammino:

“Il Cammino si rivela sempre di una straordinaria semplicità, ma purtroppo il nostro mentale è incredibilmente complicato.
Oggi mi è difficile ricordare tutte le volte che Swamiji disse “Truth is so simple”. Allora trovavo questa frase quasi irritante. Adesso sì, sono d’accordo. Ma per anni queste parole mi hanno dato fastidio. Come poteva dirmi tranquillamente: “La verità è così semplice, Arnaud, la verità è così semplice”, mentre io mi dibattevo nelle mie contraddizioni, le mie incomprensioni, le mie sofferenze?
Che cosa cercano gli esseri viventi? Che cosa cerchiamo tutti noi? Di essere felici, unicamento questo. Le parole ‘felicità’ o ‘essere felici’ sono anche più importanti dei grandi termini della metafisica: Saggezza, Risveglio, Liberazione. Tutto il problema di vivere sta nel fatto che il desiderio fondamentale, che in seguito può assumere migliaia di forme diverse, è quello di questa idea centrale: felicità, gioia, piacere, contentezza, soddisfazione, e i loro opposti: infelicità, tristezza, dolore, scontento, delusione. C’è una felicità fisica, cioè l’essere in salute, il sentirsi bene nel proprio corpo. C’è una felicità emotiva, che fa sentire come una dilatazione nel petto. E poi ci sono le soddisfazioni intellettuali (la gioia che si prova nel compiere una ricerca, nel leggere un libro appassionante) che ci vengono dell’uso dell’intelligenza. Sappiamo anche della gioia che può dare l’espansività sessuale, e il suo contrario, la sofferenza, quando esiste una corrispondente delusione.
Il cammino della saggezza è, in ultima analisi, il cammino della felicità; la scienza esoterica è la scienza della felicità. E’ facile ma anche doloroso osservare il rapporto fra questa aspirazione generale alla felicità (che esiste anche nelle forme di vita inferiori) e la realtà delle esistenze intorno a noi. Quanto alla vostra esistenza personale, dovete ammettere che spesso siete infelici, o in ogni caso mai così felici come vorreste essere.
Il sanscrito usa due termini piuttosto conosciuti, ma i lettori di libri sull’induismo non sempre ne colgono la differenza. Uno è ‘ananda’, generalmente tradotto da noi con ‘beatitudine’ (c’è poi da mettersi d’accordo su ciò che si intende per beatitudine). L’altro termine è ‘sukha’ (piacere), l’opposto di ‘dukha’ (dolore). Un famoso detto del Buddha afferma: ‘Sarvam dukham’, tutto è sofferenza. Sukha, al contrario, significa il piacere e una certa forma di gioia che definiremo meglio in seguito. E qui c’è una grande differenza.
Infatti, se il desiderio di felicità è il motore essenziale di tutta la vostra esistenza dovunque e comunque, in generale non sapete come gestirlo né come porvi in rapporto ad esso. L’essere umano non è granché portato a distinguere tra felicità non-dipendente, che proviene dal profondo di noi stessi ed è relativa all’essere, e la felicità che dipende dall’avere, da ciò che la vita ci dà o non ci dà, che ci concede o ci toglie, vale a dire da condizioni piacevoli o da condizioni spiacevoli.
L’essere nel dualismo ha come conseguenza il fatto di non poter essere completamente distesi, proprio perché si è soggetti (non solo fisicamente, ma anche psichicamente) all’attrazione e alla repulsione, a ciò che desideriamo e a ciò che rifiutiamo. Si può essere distesi in tre modi: il primo è unirsi a ciò che ci piace (prenderlo, possederlo), il secondo è distruggere ciò che rifiutiamo, ciò che ci fa sentire il nostro limite, il terzo è fuggire ciò che si rivela causa di sofferenza. In questa tensione (intesa come non-distensione) che si presenta sotto forma di desiderio di possesso, di distruzione o di fuga, c’è sempre la ricerca di uno stato felice.
Il Buddha ha detto: “Essere separati da ciò che si ama è sofferenza. Essere uniti a ciò che non si ama è sofferenza”.Voi siete convinti di non essere felici perché non siete ‘uniti a ciò che amate’, di qualunque cosa si tratti. Può essere l’amore fra un uomo e una donna, ma possiamo anche essere uniti a una situazione, per esempio fare un certo lavoro, o uniti a un titolo, come Cavaliere del lavoro o presidente di un consiglio d’amministrazione. Finché non sarete uniti al compimento di questi desideri non potete considerarvi completamente felici. Di conseguenza la vostra felicità non è sentita ‘qui e ora’ ma è proiettata nel futuro: “Sarò felice quando ciò che chiedo mi sarà dato”.
Al contrario, nelle altre due modalità io sarò felice quando sarò liberato, sbarazzato, da ciò che non mi piace, sia che riesca a distruggerlo, a farlo sparire materialmente o simbolicamente, sia che riesca ad allontanarlo o a sfuggirlo.
A volte soffrite perché siete effettivamente uniti a ciò che non vi piace o non vi piace più: una situazione, un lavoro, una malattia, un marito o una moglie. Oppure perché avete paura che un timore possa davvero concretizzarsi; sarete perfettamente felici solo quando questo timore, qualunque aspetto della vita riguardi, non avrà più nessuna possibilità di realizzarsi, cioè quando sarete completamente rassicurati.
Tutte le situazioni della vita e tutti gli stati d’animo entrano inevitabilmente in una di queste tre forme di tensione: la tensione ‘verso’ (unirsi) o le due tensioni ‘contro’ (distruggere, fuggire). La tensione non è mai sentita come una condizione felice, a meno di avere la certezza che quella tensione stia per rilassarsi, che stia per portare a uno stato di pace. Potete essere felici nella tensione solo se contiene la promessa di un momento di felicità futura, per esempio quando sentite un intenso desiderio con la certezza che riuscirete a realizzarlo. La prova ne è che se un fatto imprevisto sconvolge questa vostra certezza, la tensione diventa di colpo dolore.
In generale la tensione è sentita come sofferenza. Affermare che sempre, in ogni circostanza, tutti gli esseri viventi cercano la felicità sotto questa o quell’altra forma, equivale a dire che cercano il ritorno all’assenza di tensione, nuova tensione, rilassamento di questa tensione. Cercate esempi nella vostra vita, situazioni di cui vi ricordate, o che state vivendo ora, o che vi si presenteranno nei prossimi giorni.
Se siamo totalmente distesi fisicamente, emotivamente, mentalmente proveremo quello stato chiamato ‘ananda’.
Ecco cosa bisogna capire bene su questo stato tanto discusso. Ananda non designa solo la beatitudine suprema. La beatitudine suprema, quella del saggio, Swamiji la chiamava ‘amrit’, che significa ‘immortalità’ o ‘non-morte’. Fra i diversi rivestimenti che ricoprono il Sé, i diversi ‘kosha’, ce n’è uno estremamente sottile, estremamente tenue, ma classificato comunque come kosha: l’ananda-mayakosha, il rivestimento più interno, il più trasparente alla luce del Sé.
Anche se non siete ancora vicini a questa luce del Sé, la cosa vi riguarda perché tutti voi, che siate impegnati in un cammino spirituale o lontani di mille miglia, avete il desiderio di ananda, di questa assenza di tensioni, di questa libertà dalle paure e dai desideri in grado di farvi ritornare a voi stessi. Non attratti né respinti, ci ritroviamo stabili nel nostro essere reale, non dipendente dalle circostanze: ‘io in collera’ non è davvero ‘io, e neppure ‘io pazzo di gioia’, perché se mi piomba dal cielo una brutta notizia sarò di nuovo triste. Questi stati variabili, instabili, sono modi della superficie del nostro essere. E quando torniamo a noi stessi proviamo ananda. Invece suka, felicità (come opposto di infelicità), corrisponde a ciò che si prova quando si è identificati con un piacere, una gioia, cioè quando siete presi da un’emozione momentanea.
Anche se può sembrarvi un po’ teorica, questa definizione fra sukha e ananda ha un’utilità concreta per capire come funzionate e che cosa cercate. Quando un’emozione si impadronisce di noi, possiamo sentirci furiosi, scontenti, disperati, oppure contenti, allegri, pazzi di gioia, ma senza provare la vera distensione che genera il ritorno a se stessi. Imparate a distinguere queste due forme di felicità che vi sono generalmente accessibili. Provate a sentire su voi stessi la differenza di livello che esiste fra sukha e ananda, perché la vostra esistenza possa diventare il cammino della libertà.
E’ possibile che siate in genere felici. Ma di che felicità si tratta? Se si tratta semplicemente di ‘felici’ come contrario di ‘infelici’, non siete ancora stufi di questi stati d’animo su cui non avete nessun potere, tanto sono legati a situazioni contingenti? Anche se avete qualche piccolo potere di creare situazioni felici ed evitare situazioni infelici, in realtà non avete nessun potere sull’emozione in se stessa.
E’ anche possibile che vi sentiate in uno stato felice, calmo, che emana dalla profondità del vostro essere. Certo, al punto in cui siete sul cammino non è uno stato definitivo, ma la sua qualità si rivela diversa. ‘Io sono’: se poteste ESSERE, semplicemente e nient’altro, senza che venga aggiunto “sono allegro o sono triste”, sareste felici in quanto completamente distesi. La felicità è inerente all’essere. Tutti coloro che hanno fatto un minimo di progresso in una via spirituale lo sanno. Man mano che le agitazioni, gli affanni quotidiani dell’esistenza diminuiscono, e ogni volta che si riesce a ritrovare il silenzio interiore, anche in assenza di gioie occasionali o di condizioni eccezionali, si prova uno stato di pienezza. Solo il mentale può credere che sia uno stato opaco e monotono, e che manchi il sale della vita se non ci sono eccitazioni e soddisfazioni esteriori.
In tutti voi c’è questa aspirazione a una molteplicità di esperienze: è anche per questo che ci si reincarna innumerevoli volte. Le vostre richieste, aggiunte alla convinzione di non poter essere felici senza ciò che vi viene dato dall’esterno, vi inducono a scegliere la dipendenza. Ma quando un desiderio è soddisfatto, cominciate a pensare: “Che cosa succede in me? Qui e ora mi sento felice, ma forse sono felice solo perché la soddisfazione di quel desiderio o la sparizione di quella sofferenza mi ha semplicemente ricondotto a me stesso, e perché trovandomi nello stato di non-desiderio e non-paura, di non-attrazione e non-repulsione, mi ritrovo stabilito nel cuore di me stesso”. Con l’esperienza arriverete molto presto a riconoscere questo stato. E’ fondamentale per voi riuscire a distinguere la differenza tra il piacere che riguarda solo la periferia di voi stessi, e la gioia che emana dal cuore della vostra coscienza.”

(Tratto da: “La Via del Cuore” – Arnaud Desjardins – pagg. 113-116.)

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Comments (0) Mag 10 2014