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La coscienza e il ricordo di sè

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Uomo_Osservazione

“Una volta parlando con Gurdjieff, domandai se ritenesse possibile raggiungere la “coscienza cosmica” non soltanto per un istante, ma per un tempo più lungo. Per “coscienza cosmica” intendevo, come l’ho esposto nel mio libro Tertium Organum, la più alta coscienza accessibile all’uomo.
“Non so che cosa intendete per ‘coscienza cosmica’,” disse G. E’ un termine vago ed indefinito; ognuno può dare questo nome a ciò che gli pare. Nella maggior parte dei casi ciò che viene detto “coscienza cosmica” non è che fantasia, sogno, associazioni, accompagnate da un lavoro intensivo del centro emozionale. Talvolta ciò può giungere sino alla soglia dell’estasi, ma il più delle volte non si tratta che di un’esperienza emozionale soggettiva, a livello dei sogni. D’altronde, prima di parlare di “coscienza cosmica”, dobbiamo definire in generale che cos’è la coscienza.
“Come definite voi la coscienza?”
“La coscienza è considerata indefinibile, dissi. E in effetti, come potrebbe essere definita, se è una qualità interiore? Con i mezzi ordinari a nostra disposizione, è impossibile stabilire la presenza della coscienza in un altro uomo. Noi la conosciamo soltanto in noi stessi”.
“Tutto questo è spazzatura, disse G., il solito sofismo scientifico.
E’ ora che voi ve ne liberiate. C’è solo una cosa giusta in ciò che avete detto: che voi non potete conoscere la coscienza che in voi stesso. Ma, notate bene, potete conoscerla soltanto quando l’avete.
E quando non l’avete, potete riconoscere, al momento stesso, di non averla; lo potrete fare soltanto più tardi. Intendo dire che, quando essa ritorna, voi potete vedere che è mancata per molto tempo, e ricordare il momento in cui è scomparsa e quello in cui è riapparsa. Potrete così determinare i momenti in cui voi siete più vicino o più lontano dalla coscienza. Ma, osservando in voi stesso l’apparire e lo scomparire della coscienza, vedrete inevitabilmente un fatto che non vedete mai e del quale non vi eravate mai reso conto, cioè che i momenti di coscienza sono molto corti e separati gli uni dagli altri da lunghi intervalli di completa incoscienza, di lavoro automatico della macchina. Vedrete che potete pensare, sentire, agire, parlare, lavorare, senza esserne cosciente. E se imparate a vedere in voi stesso i momenti di coscienza e i lunghi periodi di meccanicità, vedrete negli altri con uguale certezza in quali momenti sono coscienti di ciò che fanno e in quali momenti non lo sono.
“Il vostro errore principale consiste nel credere di avere sempre la coscienza, e in generale che la coscienza sia sempre presente, oppure che non sia mai presente. In realtà, la coscienza è una proprietà che cambia continuamente. Ora è presente, altre volte manca. E vi sono differenti gradi, differenti livelli di coscienza. Ma la coscienza e i differenti livelli di coscienza devono essere compresi in noi stessi dalla sensazione, dal gusto che ne abbiamo. Nessuna definizione può aiutarci, e nessuna definizione è possibile, fintanto che non comprendiamo ciò che dobbiamo definire. La scienza e la filosofia non possono definire la coscienza, perché vogliono definirla là dove essa non c’è. E’ necessario distinguere la coscienza dalla possibilità di coscienza. Noi non abbiamo che la possibilità di coscienza, e dei rari sprazzi di coscienza.
Di conseguenza, non possiamo definire la coscienza”.

Non posso dire che ciò che G. disse sulla coscienza mi fosse subito chiaro, ma uno dei colloqui seguenti mi spiegò i principi sui quali questi argomenti si basavano.
Un giorno, all’inizio di una riunione, G. fece una domanda alla quale tutti i presenti dovevano rispondere a turno: “Qual è la cosa più importante che ho visto durante le mie osservazioni?”. Alcuni dissero che, durante i loro tentativi di osservazione di sé, ciò che avevano sentito con particolar forza era un flusso incessante di pensieri che avevano trovato impossibile arrestare. Altri parlarono della difficoltà di distinguere il lavoro di un centro da quello di una altro centro. In quanto a me, evidentemente non avevo capito la domanda, oppure risposi ai miei propri pensieri; spiegai infatti che ciò che più mi aveva colpito nel sistema, era la connessione di tutti i suoi elementi, collegati tra loro in modo da formare un tutto, come se fosse un ‘organismo’, e il significato interamente nuovo che assumeva ora per me la parola ‘conoscere’, che includeva non più soltanto l’idea di conoscere questa o quella cosa, ma la relazione tra questa cosa e tutto il resto.
G. era visibilmente insoddisfatto di tutte le nostre risposte. Avevo già cominciato ad avvertire che in tali circostanze egli aspettava da noi delle indicazioni di qualcosa di definito che invece ci era sfuggito, o che non avevamo saputo comprendere.
“Non uno tra voi ha notato la cosa più importante, benché io ve l’avessi messa in evidenza, egli disse. Ossia, nessuno di voi ha notato che voi non vi ricordate di voi (egli diede a queste parole un accento particolare). Voi non sentite voi stessi; voi non siete coscienti di voi stessi. In voi, ‘qualcosa osserva’, come ‘qualcosa parla’, o ‘pensa’ o ‘ride’; voi non sentite: io osservo, io constato, io vedo. Tutto si constata da solo, si vede da solo… Per arrivare ad osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi (e di nuovo accentuò queste parole). Tentate di ricordarvi di voi stessi quando vi osservate e più tardi mi parlerete dei risultati. Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di se stessi hanno un valore. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso, quale può essere il loro valore?”
Queste parole di G. mi diedero molto da riflettere. Mi parve innanzitutto che fossero la chiave di tutto ciò che era stato già detto sulla coscienza. Tuttavia decisi di non trarne alcuna conclusione, ma di tentare soltanto di ricordarmi di me stesso mentre mi osservavo.
I primissimi tentativi mi mostrarono come ciò fosse difficile. I tentativi di ricordarmi di me stesso non mi diedero altro risultato all’infuori di quello di mostrarmi che di fatto noi non ci ricordiamo mai di noi stessi.
“Che cosa volete di più? disse G. Questa è una scoperta molto importante. Coloro che sanno questo (egli accentuò queste parole) sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se gli dite che non può ricordarsi di sé, o si irriterà, o penserà che siete matto. Tutta la vita è basata su questo fatto, tutta l’esistenza umana, tutta la cecità umana. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino ad una comprensione del suo essere”.
Tutto quello che G. diceva, tutto quello che io pensavo e soprattutto ciò che i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’ mi avevano mostrato, mi convinsero molto rapidamente che mi trovavo di fronte ad un problema interamente nuovo che scienza e filosofia avevano fin ora trascurato.
Ma prima di fare delle deduzioni, proverò a descrivere i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’.
La mia prima impressione fu che i tentativi di ricordarmi di me o di essere cosciente di me, di dirmi: sono io che cammino, sono io che faccio questo, tentando di sentire continuamente questo io, interrompevano i pensieri. Quando avevo la sensazione di me, non potevo né pensare, né parlare; le sensazioni stesse si oscuravano. E’ questa la ragione per cui ci si può ricordare di sé in questo modo soltanto per un tempo brevissimo.
Avevo già fatto certi esperimenti di interruzione del pensiero come sono menzionati nei libri di Yoga pratico, per esempio nel libro di Edward Carpenter “From Adam’s Peak to Elephanta”, per quanto qui si trattasse di una descrizione molto generica. I miei primi tentativi di ‘ricordo di sé’ mi riportarono alla memoria quei miei primi esperimenti. Infatti, vi è quasi identità tra le due esperienze, con la sola differenza che arrestando i pensieri, l’attenzione è interamente orientata verso lo sforzo di non ammettere pensieri, mentre nell’atto del ‘ricordarsi di sé’ l’attenzione si divide: una parte è diretta verso lo sforzo stesso, l’altra verso la sensazione di sé.
Quest’ultima constatazione mi permise di arrivare a una certa definizione del ‘ricordarsi di sé’, forse molto incompleta, ma che si rivelò assai utile nella pratica.
Parlo del ‘ricordarsi di sé’ come divisione di attenzione, che ne è il tratto caratteristico.
Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:
Io ————————–> il fenomeno osservato.
Quando, sempre osservando, tendo di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l’oggetto osservato e verso me stesso:
Io <--------------------------> il fenomeno osservato.
Stabilito questo punto, vidi che il problema consisteva nel dirigere l’attenzione su di sé senza lasciare che l’attenzione portata sul fenomeno osservato si indebolisse o si eclissasse. Inoltre, questo ‘fenomeno’ poteva essere sia in me che fuori di me.
I primissimi tentativi di tale divisione dell’attenzione mi mostrarono la sua possibilità. Al tempo stesso, feci altre due constatazioni.
Anzitutto vidi che il ‘ricordarsi di sé’ ottenuto in questo modo non aveva nulla in comune con l’ ‘introspezione’, o con l’ ‘analisi’. Si trattava di uno stato nuovo e molto interessante, in cui il gusto era stranamente familiare.
In secondo luogo, comprendevo che momenti di ricordo di sé appaiono nella vita, benché raramente, e che solo il produrli deliberatamente creava la sensazione di novità. Infatti, avevo sperimentato tali momenti fin dalla prima infanzia; si verificarono in circostanze nuove ed inattese, in un luogo insolito, fra estranei, per esempio durane un viaggio; ci si guarda attorno e ci si dice: “Che strano! Io, e in questo posto!”; o in momenti di emozione, di pericolo, nei quali è necessario non perdere la testa, quando si ascolta la propria voce, ci si vede e ci si osserva dal di fuori.
Vidi con molta chiarezza che i primi ricordi della mia vita, e nel mio caso questi ricordi risalivano alla primissima infanzia, erano momenti di ‘ricordo di sé’. Contemporaneamente ebbi la rivelazione di molte altre cose. Mi resi conto che ricordavo realmente soltanto i momenti in cui mi ero ricordato di me stesso. Degli altri momenti, sapevo solo che avevano avuto luogo. Non ero in grado di riviverli completamente, né di provarli di nuovo. Ma gli istanti in cui mi ero ‘ricordato di me’ erano vivi e non differivano per nulla dal presente. Temevo ancora di concludere troppo in fretta. Ma vedevo già che mi trovavo alla soglia di una grandissima scoperta. Mi avevano sempre stupito la debolezza e l’insufficienza della nostra memoria. Tante cose scompaiono, sono dimenticate. Mi sembrava che l’assurdità fondamentale della vita consistesse in questo oblio. Perché tante esperienze, per poi dimenticarle? Mi pareva inoltre che ci fosse qualcosa di degradante. Un uomo prova un sentimento che gli sembra molto grande, pensa che non lo dimenticherà mai; passano uno o due anni e non ne rimane nulla. Ma ora vedevo perché era così e perché non poteva essere altrimenti. Se veramente la nostra memoria mantiene vivi soltanto i momenti in cui si ricorda si sé, è chiaro che dev’essere molto povera.
Queste erano le mie esperienze dei primi giorni. Più tardi, quando cominciai ad imparare a dividere l’attenzione, vidi che ‘il ricordo di sé‘ dava delle sensazioni meravigliose che solo raramente e in condizioni eccezionali potevano prodursi da sole. Così, in quel periodo, mi piaceva molto passeggiare la notte per Pietroburgo e ‘sentire’ la presenza delle case e delle strade. Pietroburgo è ricca di queste strane sensazioni. Le case, particolarmente le vecchie case, erano proprio vive, quasi rivolgevo loro la parola. Non vi era ‘immaginazione’ in questo. Non pensavo a nulla, semplicemente me ne andavo a spasso cercando di ‘ricordare me stesso’ e mi guardavo attorno; le sensazioni venivano da sole.
Allo stesso modo avrei fatto, in seguito, molte e inaspettate scoperte.
[…]
Talvolta il ‘ricordo di sé’ non riusciva; altre volte, era accompagnato da curiose osservazioni.

Percorrevo un giorno la Liteyny nella direzione della Prospettiva Nevsky e, nonostante tutti i miei sforzi, ero incapace di mantenere l’attenzione sul ‘ricordare me stesso’. Il rumore, il movimento, tutto mi distraeva. Ad ogni istante perdevo il filo dell’attenzione, lo ritrovavo e lo riperdevo. Alla fine, provai verso di me una specie di irritazione ridicola e girai in una via a sinistra, fermamente deciso, questa volta, a ricordarmi di me stesso almeno per qualche tempo, ad ogni modo fino a quando avessi raggiunto la via seguente. Raggiunsi la Nadejdinskaya senza perdere il filo dell’attenzione, salvo forse per brevi istanti. Allora rendendomi conto che mi era più facile, nelle vie tranquille, non perdere la linea del mio pensiero, e desiderando mettermi alla prova nelle vie più rumorose, decisi di ritornare alla Nevsky continuando a ricordarmi di me. La raggiunsi senza aver smesso di ricordarmi di me ed incominciavo già a provare lo strano stato emozionale di pace interiore e di fiducia che viene dopo grandi sforzi di questo tipo. Proprio all’angolo della Nevsky, vie era il tabaccaio che mi forniva le sigarette. Continuando a ricordarmi di me, mi dissi che sarei entrato ad ordinarne qualche scatola.
Due ore più tardi, mi svegliai nella Tavricheskaya, cioè molto lontano. Stavo andando in slitta dal mio editore. La sensazione del risveglio era straordinariamente viva. Posso quasi dire che ritornavo in me. Di colpo mi ricordai di tutto: come avevo percorso la Nadejdinskaya e come, a questo pensiero, ero caduto, come annientato, in un profondo sonno.
Tuttavia, mentre ero così immerso in questo sonno, avevo continuato a compiere delle azioni coerenti e opportune. Avevo lasciato il tabaccaio, telefonato al mio appartamento della Lieyny e al mio editore. Avevo scritto due lettere. Poi ero ritornato a casa. Avevo risalito la Nevsky sul marciapiede di sinistra fino alla Porta Gostiny con l’intenzione di raggiungere l’Offitzerskaya. Allora, cambiando idea, poiché si faceva tardi, avevo preso una slitta per andare dal mio editore nella Kavalergardkaya. Strada facendo, lungo la Tavricheskaya, cominciai a sentire uno strano malessere, come se avessi dimenticato qualcosa. E all’improvviso mi ricordai che avevo dimenticato di ricordarmi di me.

(Tratto da: “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” – Ouspensky)

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Comments (0) Mar 16 2015

Da dove iniziare a tagliare i “fili” degli automatismi

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L_uomo_Arlecchino

Se certe domande sono sorte nella nostra interiorità e porgere attenzione a quei interrogativi diventa una nostra priorità, forse è giunto il momento in cui l’intera vita imbocca una strada diversa, quella di una nuova consapevolezza che già ci dirige e se anche solo la presa di coscienza di ciò che realmente siamo rappresentasse il lavoro di un’intera esistenza, avremmo comunque trovato il nostro compito, poiché la vita altro non è che il viaggio della Coscienza.

Ora, in un primo momento avviene una crisi fatta appunto di domande senza risposta, di crolli di certezze coltivate da sempre nella propria mente, e tutto questo sembra disorientante.
Cosa si può fare per iniziare a prendere le redini dell’intero nostro meccanismo?
All’uomo nell’attuale condizione non rimane che uno strumento: l’autosservazione.

Di solito, invece, si parte da cose che non sono alla portata del momento, che non sono affatto pratiche, ma che fanno comodo alla personalità per mantenere ancora il proprio dominio e compiacersi trovando nuovi passatempi e riempiendosi di paroloni che non hanno concretezza, né sono frutto di esperienza vissuta.
Questo svia e fa solo disperdere energie. E’ quello che spesso, anche in buona fede, fanno molti “educatori” nei vari campi della psicologia esoterica o delle discipline orientali, ovvero spostano l’accento su cose che non sono alla portata dell’essere umano che ancora deve prendere dimestichezza persino con la propria mente ed emozioni, e purtroppo così facendo alimentano illusioni facendo perdere tempo e denaro!

Innanzitutto bisogna valutare bene cosa si vuole apprendere da qualcun altro e con quale modalità.
Se un insegnante cerca di trasmettere conoscenze che non ha realizzato egli stesso nella propria vita, di sicuro non ci sarà uno scambio di energie di qualità, ma si giocherà sempre sulla mente condizionabile e ammaliabile dalle immagini presentate con una certa abilità.

Inoltre, altro inciampo che è facilmente riconoscibile, è quello di un insegnante che sale in cattedra e corregge l’allievo in modo diretto, critico e analitico, sottendendo un giudizio.

Un educatore che voglia svolgere il proprio ruolo in modo utile, ha il semplice compito di trasmettere ciò che egli stesso ha compreso con la propria diretta esperienza, non farà altro! Non correggerà chi ha davanti, non salirà sul pulpito, non darà (nemmeno in modo sottointeso) un giudizio, semplicemente perché non ha alcun interesse a farlo!
Semplicemente perché se ha raggiunto un certo livello di comprensione, inevitabilmente metterà costantemente in pratica ciò che ha compreso e si porgerà pertanto in modo neutrale verso ciò che lo circonda; avrà superato il giudizio, gli schemi mentali che rinchiudono l’uomo nei recinti delle convinzioni personali e mostrerà tutto ciò con i fatti.
Nessuno può trasmettere o condividere con gli altri ciò che non ha in sé, ciò di cui non è padrone; se così non è, si assiste a mediocri imitazioni che mostrano solo il carattere ancora scimmiesco della mente umana.

Dunque, tutto quello che l’uomo può fare nell’ambito dell’evoluzione personale è diventare maestro di se stesso, mai degli altri!

Detto ciò, come iniziare questa pratica concreta dell’autosservazione?

Riprendo nuovamente le parole di Vimala Thakar:
“Dobbiamo imparare a guardare e osservare, per poterci lanciare nella ricerca; non abbiamo altro che questo atto di osservare. Ci siamo lasciati alle spalle il sentiero della conoscenza, dell’esperienza e della memoria che è il movimento del passato, cioè il condizionamento, la cui autorità non ha aiutato il genere umano in milioni di anni a liberarsi da questa agonia del costante conflitto nei rapporti. Devo osservare, devo guardare, quando il pensiero si muove. Sono capace di guardare? Sono capace di osservare? Comprendo che cos’è l’osservazione?
Questa è la mia sola risorsa. Io comprendo come osservare? Mi siedo in silenzio, comincio a osservare e noto dopo pochi minuti che l’osservazione non mi è possibile, perché nel momento in cui guardo il movimento del pensiero, si insinua nella mia mente un giudizio. La mia percezione, senza saperlo, è diventata un movimento di confronto, valutazione e giudizio.
Non è il movimento dell’osservazione, che è libera da ogni tipo di interpretazione, valutazione e giudizio.
Osservare è guardare con innocenza, guardare in un modo libero dalla reazione, osservare in un modo libero da resistenze. Ma quando osservo o guardo, in pochi minuti mi trovo a faccia a faccia con questo imponente movimento dell’interpretazione, della valutazione, del giudizio.
Ora dopo pochi minuti, quando ho il coraggio di mettermi seduta a imparare, c’è la scoperta del fatto puro e semplice che non so osservare, che non riesco a sostenere lo stato di osservazione, di attenzione non reattiva, nemmeno per pochi minuti. E’ una bella scoperta.
Mi dice che per tutta la vita mi do da fare a interpretare, valutare e giudicare. Perciò, quando dico: “Io penso”, “Io voglio”, “Io sento”, non sono io che voglio, sento o penso; è la conoscenza acquisita, la memoria e l’esperienza che stanno proiettandosi attraverso di me. […]
Quando mi siedo e comincio a osservare, vedo che non riesco, neppure per uno o due minuti, a conservare un’attenzione non reattiva, non riesco a stare in uno stato di osservazione. Cosa significa?
Significa che continua l’interpretazione, la valutazione, il giudizio. E’ un flusso; il flusso del pensiero si sta muovendo. Attraverso di me sta scorrendo il flusso del pensiero collettivo e il mio pensiero è una risposta a quella memoria, è un movimento di quel flusso del pensiero. Credevo che fosse il mio pensiero, la mia sensazione, il mio desiderio. Non c’è nulla di mio, si tratta invece di un flusso organizzato di conoscenze, valutazioni, principi, sistemi di valori. E tutte queste cose scorrono nel letto del mio corpo, per così dire.
Accorgersi che l’osservazione è sempre reattiva è una scoperta grandiosa.
Bisogna imparare a guardare e osservare; parole così semplici, che prima si credeva di conoscere e in cui si pensava non ci fosse nulla di difficile: che c’è da imparare sull’osservazione? Ma se si è onesti e sinceri ci si accorge che la semplicità è la cosa più difficile e complessa che ci sia. Ci si accorge anche di un’altra cosa: che il “me” e il “movimento del pensiero” non possono essere separati.
Qualsiasi movimento faccia il “me”, l'”io” si muove con le parole che porta con sé. Il movimento del “me” è il movimento della parola, del pensiero e di tutto ciò che il pensiero contiene. Perciò, il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose separate, ma sono la stessa identica cosa. Questa è la scoperta che interviene nei momenti di osservazione. Perciò quando osservo i miei pensieri, osservo i pensieri collettivi organizzati dall’intero genere umano e io ne faccio parte.
L'”io” è parte di questo; l'”io” non può essere separato da quel movimento. Non è più possibile conservare l’illusione che l'”io” possa esistere al di fuori del flusso del pensiero, sulle sponde del fiume del pensiero, e osservarlo dall’esterno. Non potete farlo.
Quando vi guardate nello specchio, non ci sono due entità distinte. Siete riflessi dallo specchio. Siete quello che guarda e siete ciò che è guardato. Siete l’osservatore e ciò che è osservato. Allo stesso modo la corrente del pensiero è voi stessi: voi siete quello. Il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose diverse. Sono la stessa identica cosa.
Se veramente capiamo questo fatto semplice, a quel punto ogni ambizione di cambiare me stessa, la speranza che “io” riuscirò a produrre un cambiamento in me stessa, nel mio comportamento, che “io” sarò libera, che “io” raggiungerò l’illuminazione – sapete quelle illusioni tanto care che nutriamo e abbiamo nutrito per secoli – tutto questo svanisce.
La percezione della verità sfocia nella scomparsa del falso. […]

Perciò il desiderio, l’ambizione, il bisogno di nuove esperienze, l’ambizione di raggiungere l’illuminazione, di raggiungere la libertà, tutte queste cose infantili e adolescenziali svaniscono dalla vita del ricercatore.
La ricerca ha una sua propria disciplina. E’ un movimento della vita. […]

Quando si conduce una ricerca, ciascun passo comporta un movimento che ci allontana dal falso che è nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti quotidiani. Quando imparo a osservare e l’attenzione non reattiva arriva a essere una fiamma che arde costantemente nella mia coscienza, molte cose false e secondarie svaniscono. […]

La serietà dei problemi che ci si prospettano non è un movimento incentrato sull’io volto ad acquisire qualcosa di nuovo, a ottenere qualcosa di nuovo o arrivare in qualche posto nuovo. Quando osservo e arrivo al fatto e comprendo che l’intero movimento del “me” e del pensiero è un movimento meccanico, è una ripetizione del passato, solo con una lieve modifica o specificazione, che non c’è libertà sul piano del pensiero, sul piano della conoscenza e dell’esperienza, come agisce questa verità sulla qualità del mio essere?
La struttura del pensiero ha creato l’idea di essere un induista, un musulmano o un cristiano. La divisione, la frammentazione razziale, nazionale o ideologica è una creazione del pensiero. L’idea di dividere la vita in secolare e spirituale, è una costruzione del pensiero. La divisione della vita in “me” e “non me”, è una costruzione della mente.
Ora, se il ricercatore ha visto, nella sua osservazione, che questa struttura del pensiero che scorre attraverso “me” e funziona attraverso “me” è un movimento meccanico e ripetitivo, continuerà a portarsi dietro nella propria vita quotidiana l’autorità del me?
Il ricercatore, dopo aver compreso la natura del pensiero e del “me”, sentirà di appartenere a un paese, a una razza, a una religione organizzata, istituzionalizzata? Dopo, continuerà a portarsi dietro nella vita l’autorità di qualche sistema di valori? […]

Se siamo ricercatori spirituali, religiosi, interessati a porre fine all’angoscia, al dolore, ai conflitti e alle contraddizioni, a porre fine agli squilibri e alle impurità, allora naturalmente la comprensione della natura del pensiero e delle implicazioni del movimento del pensiero sfocerà in un dissolversi di ogni forma di autorità costruita dall’uomo. Se l’autorità non muore significa che la ricerca spirituale ci interessa solo in teoria.
Ci interessa conoscere le cose piuttosto che viverle, e religione significa vivere la verità che comprendiamo. La spiritualità è l’atto di viverla, non il conoscerla.
Conoscenza, erudizione, cultura, danno lustro al cervello e al comportamento cerebrale e verbale, non trasformano l’essere umano.
Abbiamo vissuto nell’autorità della mente e del cervello per molti e molti secoli, e senza dubbio quel pensiero ha dato molte cose importanti come la scienza e la tecnologia. E siamo ora al vertice dell’era del computer. Cose meravigliose. Perciò conoscenza, esperienza, quel movimento del pensiero che reca in sé tutti i concetti, i simboli, le idee, le ideologie, hanno rilievo per la nostra vita relativamente al suo funzionamento su un piano meccanico. Ma per quanto riguarda la ricerca di cosa siano libertà, pace, amore, se esiste un’azione totalmente libera dal pensiero, se esista, una dimensione coscienziale al di là della conoscenza, per tutta questa ricerca, per questa indagine, il movimento del pensiero è assolutamente irrilevante. Capisco questo? Permetto alla libertà dall’autorità del pensiero di esprimersi e manifestarsi nella mia vita quotidiana?
Oppure divido la mia vita: questa è la ricerca religiosa e nella mia vita quotidiana come individuo concreto sono un olandese, un inglese, un indiano, un induista, un comunista, un socialista? In questo caso stiamo indulgendo a un gioco intellettuale, a un passatempo emotivo, spacciandolo per ricerca spirituale. La ricerca spirituale è una cosa seria. Non ci si può giocare a casaccio. E’ qualcosa di estremamente fondamentale.
Perciò permetto all’autorità del pensiero e a ciò che il pensiero ha costruito di scomparire completamente dalla mia vita? Non appena ho imparato a osservare e ho compreso la struttura e il movimento del pensiero, che cosa succede alla qualità della mia vita? Mi sveglio al mattino e osservo se sto facendo le cose in forza delle abitudini che sono state coltivate dalla mente e dal pensiero? Se comincio la giornata con la ripetizione delle abitudini vivo nelle tenebre del passato. Quando mi lavo i denti, mi faccio il bagno o faccio colazione in modo meccanico, quando porto a termine questi movimenti occupata in qualche pensiero, assente da quello che sta accadendo al corpo e alla coscienza, in quei movimenti disattenti c’è tenebra, non c’è libertà. Ho già accettato l’autorità dell’abitudine.

(Tratto da “Il Mistero del silenzio” – V. Thakar).

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Comments (0) Feb 23 2015

Sapere cosa si vuole…

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autosservazione

Soffermandosi ad osservare le tendenze del momento è possibile constatare che da molti anni proliferano le pratiche, i corsi e le associazioni psico-spirituali, pseudo-esoteriche; le parole “yoga”, “meditazione”, “illuminazione”, “trascendenza”, “realizzazione”, abbondano e servono per attirare chiunque sia attratto dall’ignoto, dal mistero o dall’acquisizione di un qualche potere che possa innalzare dalla condizione di routine e mediocrità quotidiana, azzittendo le frustrazioni a cui più o meno ogni essere umano va incontro nella vita.

In tutto questo si perde il punto focale, tanto semplice eppure arduo da comprendere, proprio perché in fondo chi si “stordisce” in mille direzioni e acquisizioni di pratiche, orgoglioso di riempire il proprio curriculum vitae, non ha ancora chiarezza su cosa veramente cerchi o desideri; purtroppo ingurgitare concetti e alimentare tutto il repertorio di complessi, paranoie e nevrosi che nascono dalla condizione di insoddisfazione personale non aiuta, ma a volte aggiunge un ulteriore fardello.

Si tratta di un’esperienza più frequente di quanto si immagini; ancor prima di accorgersi di quanto si rimanga irretiti da certi sistemi che giocano sulle debolezze comuni al genere umano, si trascorre un tempo che varia da persona a persona, sprecando le proprie energie e offuscando la coscienza dalla direzione originale.

Ma, e se, balena il dubbio che forse ci si ritrova sempre al punto di partenza e che tutti i corsi e le ore di seminari ammassate nel girovagare qua e là, non sono serviti poi a molto, la domanda da porsi è: Cosa voglio veramente?

Su questa domanda occorre riflettere molto profondamente e non dare risposte superficiali o istintive, solo così si può innescare un importante processo di conoscenza interiore che può far uscire da certi “vicoli ciechi”.

E’ l’inizio dell’autosservazione, fondamentale e indispensabile per avviare una trasformazione.

“Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.” (Gurdjieff)

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Comments (0) Feb 13 2015