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Da dove iniziare a tagliare i “fili” degli automatismi

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L_uomo_Arlecchino

Se certe domande sono sorte nella nostra interiorità e porgere attenzione a quei interrogativi diventa una nostra priorità, forse è giunto il momento in cui l’intera vita imbocca una strada diversa, quella di una nuova consapevolezza che già ci dirige e se anche solo la presa di coscienza di ciò che realmente siamo rappresentasse il lavoro di un’intera esistenza, avremmo comunque trovato il nostro compito, poiché la vita altro non è che il viaggio della Coscienza.

Ora, in un primo momento avviene una crisi fatta appunto di domande senza risposta, di crolli di certezze coltivate da sempre nella propria mente, e tutto questo sembra disorientante.
Cosa si può fare per iniziare a prendere le redini dell’intero nostro meccanismo?
All’uomo nell’attuale condizione non rimane che uno strumento: l’autosservazione.

Di solito, invece, si parte da cose che non sono alla portata del momento, che non sono affatto pratiche, ma che fanno comodo alla personalità per mantenere ancora il proprio dominio e compiacersi trovando nuovi passatempi e riempiendosi di paroloni che non hanno concretezza, né sono frutto di esperienza vissuta.
Questo svia e fa solo disperdere energie. E’ quello che spesso, anche in buona fede, fanno molti “educatori” nei vari campi della psicologia esoterica o delle discipline orientali, ovvero spostano l’accento su cose che non sono alla portata dell’essere umano che ancora deve prendere dimestichezza persino con la propria mente ed emozioni, e purtroppo così facendo alimentano illusioni facendo perdere tempo e denaro!

Innanzitutto bisogna valutare bene cosa si vuole apprendere da qualcun altro e con quale modalità.
Se un insegnante cerca di trasmettere conoscenze che non ha realizzato egli stesso nella propria vita, di sicuro non ci sarà uno scambio di energie di qualità, ma si giocherà sempre sulla mente condizionabile e ammaliabile dalle immagini presentate con una certa abilità.

Inoltre, altro inciampo che è facilmente riconoscibile, è quello di un insegnante che sale in cattedra e corregge l’allievo in modo diretto, critico e analitico, sottendendo un giudizio.

Un educatore che voglia svolgere il proprio ruolo in modo utile, ha il semplice compito di trasmettere ciò che egli stesso ha compreso con la propria diretta esperienza, non farà altro! Non correggerà chi ha davanti, non salirà sul pulpito, non darà (nemmeno in modo sottointeso) un giudizio, semplicemente perché non ha alcun interesse a farlo!
Semplicemente perché se ha raggiunto un certo livello di comprensione, inevitabilmente metterà costantemente in pratica ciò che ha compreso e si porgerà pertanto in modo neutrale verso ciò che lo circonda; avrà superato il giudizio, gli schemi mentali che rinchiudono l’uomo nei recinti delle convinzioni personali e mostrerà tutto ciò con i fatti.
Nessuno può trasmettere o condividere con gli altri ciò che non ha in sé, ciò di cui non è padrone; se così non è, si assiste a mediocri imitazioni che mostrano solo il carattere ancora scimmiesco della mente umana.

Dunque, tutto quello che l’uomo può fare nell’ambito dell’evoluzione personale è diventare maestro di se stesso, mai degli altri!

Detto ciò, come iniziare questa pratica concreta dell’autosservazione?

Riprendo nuovamente le parole di Vimala Thakar:
“Dobbiamo imparare a guardare e osservare, per poterci lanciare nella ricerca; non abbiamo altro che questo atto di osservare. Ci siamo lasciati alle spalle il sentiero della conoscenza, dell’esperienza e della memoria che è il movimento del passato, cioè il condizionamento, la cui autorità non ha aiutato il genere umano in milioni di anni a liberarsi da questa agonia del costante conflitto nei rapporti. Devo osservare, devo guardare, quando il pensiero si muove. Sono capace di guardare? Sono capace di osservare? Comprendo che cos’è l’osservazione?
Questa è la mia sola risorsa. Io comprendo come osservare? Mi siedo in silenzio, comincio a osservare e noto dopo pochi minuti che l’osservazione non mi è possibile, perché nel momento in cui guardo il movimento del pensiero, si insinua nella mia mente un giudizio. La mia percezione, senza saperlo, è diventata un movimento di confronto, valutazione e giudizio.
Non è il movimento dell’osservazione, che è libera da ogni tipo di interpretazione, valutazione e giudizio.
Osservare è guardare con innocenza, guardare in un modo libero dalla reazione, osservare in un modo libero da resistenze. Ma quando osservo o guardo, in pochi minuti mi trovo a faccia a faccia con questo imponente movimento dell’interpretazione, della valutazione, del giudizio.
Ora dopo pochi minuti, quando ho il coraggio di mettermi seduta a imparare, c’è la scoperta del fatto puro e semplice che non so osservare, che non riesco a sostenere lo stato di osservazione, di attenzione non reattiva, nemmeno per pochi minuti. E’ una bella scoperta.
Mi dice che per tutta la vita mi do da fare a interpretare, valutare e giudicare. Perciò, quando dico: “Io penso”, “Io voglio”, “Io sento”, non sono io che voglio, sento o penso; è la conoscenza acquisita, la memoria e l’esperienza che stanno proiettandosi attraverso di me. […]
Quando mi siedo e comincio a osservare, vedo che non riesco, neppure per uno o due minuti, a conservare un’attenzione non reattiva, non riesco a stare in uno stato di osservazione. Cosa significa?
Significa che continua l’interpretazione, la valutazione, il giudizio. E’ un flusso; il flusso del pensiero si sta muovendo. Attraverso di me sta scorrendo il flusso del pensiero collettivo e il mio pensiero è una risposta a quella memoria, è un movimento di quel flusso del pensiero. Credevo che fosse il mio pensiero, la mia sensazione, il mio desiderio. Non c’è nulla di mio, si tratta invece di un flusso organizzato di conoscenze, valutazioni, principi, sistemi di valori. E tutte queste cose scorrono nel letto del mio corpo, per così dire.
Accorgersi che l’osservazione è sempre reattiva è una scoperta grandiosa.
Bisogna imparare a guardare e osservare; parole così semplici, che prima si credeva di conoscere e in cui si pensava non ci fosse nulla di difficile: che c’è da imparare sull’osservazione? Ma se si è onesti e sinceri ci si accorge che la semplicità è la cosa più difficile e complessa che ci sia. Ci si accorge anche di un’altra cosa: che il “me” e il “movimento del pensiero” non possono essere separati.
Qualsiasi movimento faccia il “me”, l'”io” si muove con le parole che porta con sé. Il movimento del “me” è il movimento della parola, del pensiero e di tutto ciò che il pensiero contiene. Perciò, il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose separate, ma sono la stessa identica cosa. Questa è la scoperta che interviene nei momenti di osservazione. Perciò quando osservo i miei pensieri, osservo i pensieri collettivi organizzati dall’intero genere umano e io ne faccio parte.
L'”io” è parte di questo; l'”io” non può essere separato da quel movimento. Non è più possibile conservare l’illusione che l'”io” possa esistere al di fuori del flusso del pensiero, sulle sponde del fiume del pensiero, e osservarlo dall’esterno. Non potete farlo.
Quando vi guardate nello specchio, non ci sono due entità distinte. Siete riflessi dallo specchio. Siete quello che guarda e siete ciò che è guardato. Siete l’osservatore e ciò che è osservato. Allo stesso modo la corrente del pensiero è voi stessi: voi siete quello. Il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose diverse. Sono la stessa identica cosa.
Se veramente capiamo questo fatto semplice, a quel punto ogni ambizione di cambiare me stessa, la speranza che “io” riuscirò a produrre un cambiamento in me stessa, nel mio comportamento, che “io” sarò libera, che “io” raggiungerò l’illuminazione – sapete quelle illusioni tanto care che nutriamo e abbiamo nutrito per secoli – tutto questo svanisce.
La percezione della verità sfocia nella scomparsa del falso. […]

Perciò il desiderio, l’ambizione, il bisogno di nuove esperienze, l’ambizione di raggiungere l’illuminazione, di raggiungere la libertà, tutte queste cose infantili e adolescenziali svaniscono dalla vita del ricercatore.
La ricerca ha una sua propria disciplina. E’ un movimento della vita. […]

Quando si conduce una ricerca, ciascun passo comporta un movimento che ci allontana dal falso che è nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti quotidiani. Quando imparo a osservare e l’attenzione non reattiva arriva a essere una fiamma che arde costantemente nella mia coscienza, molte cose false e secondarie svaniscono. […]

La serietà dei problemi che ci si prospettano non è un movimento incentrato sull’io volto ad acquisire qualcosa di nuovo, a ottenere qualcosa di nuovo o arrivare in qualche posto nuovo. Quando osservo e arrivo al fatto e comprendo che l’intero movimento del “me” e del pensiero è un movimento meccanico, è una ripetizione del passato, solo con una lieve modifica o specificazione, che non c’è libertà sul piano del pensiero, sul piano della conoscenza e dell’esperienza, come agisce questa verità sulla qualità del mio essere?
La struttura del pensiero ha creato l’idea di essere un induista, un musulmano o un cristiano. La divisione, la frammentazione razziale, nazionale o ideologica è una creazione del pensiero. L’idea di dividere la vita in secolare e spirituale, è una costruzione del pensiero. La divisione della vita in “me” e “non me”, è una costruzione della mente.
Ora, se il ricercatore ha visto, nella sua osservazione, che questa struttura del pensiero che scorre attraverso “me” e funziona attraverso “me” è un movimento meccanico e ripetitivo, continuerà a portarsi dietro nella propria vita quotidiana l’autorità del me?
Il ricercatore, dopo aver compreso la natura del pensiero e del “me”, sentirà di appartenere a un paese, a una razza, a una religione organizzata, istituzionalizzata? Dopo, continuerà a portarsi dietro nella vita l’autorità di qualche sistema di valori? […]

Se siamo ricercatori spirituali, religiosi, interessati a porre fine all’angoscia, al dolore, ai conflitti e alle contraddizioni, a porre fine agli squilibri e alle impurità, allora naturalmente la comprensione della natura del pensiero e delle implicazioni del movimento del pensiero sfocerà in un dissolversi di ogni forma di autorità costruita dall’uomo. Se l’autorità non muore significa che la ricerca spirituale ci interessa solo in teoria.
Ci interessa conoscere le cose piuttosto che viverle, e religione significa vivere la verità che comprendiamo. La spiritualità è l’atto di viverla, non il conoscerla.
Conoscenza, erudizione, cultura, danno lustro al cervello e al comportamento cerebrale e verbale, non trasformano l’essere umano.
Abbiamo vissuto nell’autorità della mente e del cervello per molti e molti secoli, e senza dubbio quel pensiero ha dato molte cose importanti come la scienza e la tecnologia. E siamo ora al vertice dell’era del computer. Cose meravigliose. Perciò conoscenza, esperienza, quel movimento del pensiero che reca in sé tutti i concetti, i simboli, le idee, le ideologie, hanno rilievo per la nostra vita relativamente al suo funzionamento su un piano meccanico. Ma per quanto riguarda la ricerca di cosa siano libertà, pace, amore, se esiste un’azione totalmente libera dal pensiero, se esista, una dimensione coscienziale al di là della conoscenza, per tutta questa ricerca, per questa indagine, il movimento del pensiero è assolutamente irrilevante. Capisco questo? Permetto alla libertà dall’autorità del pensiero di esprimersi e manifestarsi nella mia vita quotidiana?
Oppure divido la mia vita: questa è la ricerca religiosa e nella mia vita quotidiana come individuo concreto sono un olandese, un inglese, un indiano, un induista, un comunista, un socialista? In questo caso stiamo indulgendo a un gioco intellettuale, a un passatempo emotivo, spacciandolo per ricerca spirituale. La ricerca spirituale è una cosa seria. Non ci si può giocare a casaccio. E’ qualcosa di estremamente fondamentale.
Perciò permetto all’autorità del pensiero e a ciò che il pensiero ha costruito di scomparire completamente dalla mia vita? Non appena ho imparato a osservare e ho compreso la struttura e il movimento del pensiero, che cosa succede alla qualità della mia vita? Mi sveglio al mattino e osservo se sto facendo le cose in forza delle abitudini che sono state coltivate dalla mente e dal pensiero? Se comincio la giornata con la ripetizione delle abitudini vivo nelle tenebre del passato. Quando mi lavo i denti, mi faccio il bagno o faccio colazione in modo meccanico, quando porto a termine questi movimenti occupata in qualche pensiero, assente da quello che sta accadendo al corpo e alla coscienza, in quei movimenti disattenti c’è tenebra, non c’è libertà. Ho già accettato l’autorità dell’abitudine.

(Tratto da “Il Mistero del silenzio” – V. Thakar).

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Comments (0) Feb 23 2015

Il perché la trasformazione sembra complicata

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Fili_ingarbugliati

Mi trovavo a dialogare anni fa in maniera un po’ speculativa su argomenti di trasformazione interiore, di superamento dei propri limiti, del cosiddetto percorso spirituale. Ero in una fase in cui avevo compreso dopo anni di “giri a vuoto” nelle personali ristrette convinzioni, che a complicare il percorso intrapreso è solo la mente che ha il pieno controllo di tutto e ciò fa sfuggire che è proprio su quell’aspetto che si deve “lavorare“.

Compreso ciò, tutto mi apparve meno complicato, avevo trovato il fulcro di tutto il mio perdermi nei labirinti apparentemente senza via d’uscita. Tutto il nocciolo della questione era che non mi ero ancora focalizzata effettivamente, in maniera pratica, sul vero lavoro; mi piaceva forse più parlarne, filosofeggiare, arricchirmi a livello intellettuale, ma non facevo altro che alimentare il movimento delle rotelle che rendono l’essere umano automa, cioè, imbrigliato nei propri meccanismi automatici.

Non riuscì a far arrivare il senso della mia “scoperta” all’interlocutore che per tutta risposta mi beffeggiò con ironia insinuando che era l’esatto opposto, cioè, secondo la sua ottica, più si va avanti e più si complica tutto.

La dimostrazione che la mia comprensione mi fu utile è che mi misi a praticare ciò che avevo intuito che occorreva fare, smisi di farmi distogliere dalle chiacchiere della mia stessa mente e da quelle altrui.

Quel dialogo mi fu d’aiuto nell’osservare come nell’ordinario si parla senza alcuna cognizione di ciò che si dice e senza aver sperimentato di prima mano le affermazioni che si fanno. E’ un tranello in cui si cade continuamente e peraltro inevitabile se non si conoscono altri modi di interloquire e di ragionare se non quelli di basarsi sulle concettualizzazioni “incollate” e “rimodulate” nella mente.

Alcune personalità che hanno parlato della loro comprensione acquisita con vera pratica, per fortuna, hanno lasciato testimonianza nei loro scritti e incontrarli anche solo per il tramite di un libro, trasmette un’energia di qualità differente da molte speculazioni che sovente si trovano magari dietro l’angolo di casa.

Vimala Thakar, questa saggia indiana, forse meno conosciuta rispetto ad altri maestri, ha una sensibilità particolare nel raccontare e nel trasmettere la sua comprensione, la sua viva esperienza, ed è una di quelle personalità illuminate che hanno fatto la differenza.
Quando lessi i suoi scritti la prima volta non ne colsi subito l’intensità, mi occorsero più letture intervallate per apprezzare meglio il messaggio che inviano.
Ad esempio, riguardo alla difficoltà di una trasformazione interiore, Vimala Thakar così si esprime:
“La libertà non è difficile da raggiungere. La trascendenza, dall’energia condizionata al regno dell’energia incondizionata, non è nulla di misterioso. La trasformazione che avviene nel contenuto della psiche non è una cosa straordinariamente difficile, fuori dalla portata di un essere umano ordinario come voi e me, ma il punto è: noi amiamo il piacere. Possiamo prendere le distanze dai piaceri del corpo sul piano tangibile, fisico, grossolano, ma siamo talmente attratti, innamorati del piacere delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni, delle esperienze, che accettiamo l’autorità del passato.
Senza accettare l’autorità del passato, sperimentare non è possibile. Perciò accettiamo l’autorità del passato, accettiamo l’autorità della mente, dell’io-coscienza, e continuiamo a muoverci orizzontalmente da un campo di esperienza a un altro. C’è un modo di uscirne? E se c’è, come ci si pone? Prima di tutto ne sento il bisogno?“.
(Tratto da “Il Mistero del Silenzio”- V. Thakar)

Vimala pone dei quesiti ai quali per rispondere occorre iniziare a praticare su di sè. Prima di tutto bisogna che alcune domande sorgano nella propria interiorità e con una tale forza da pressare per ottenere tutta l’attenzione e una possibile risposta.
Alcune volte ad una prima spinta iniziale, possibilmente dovuta ad una crisi momentanea, segue un placido accomodarsi nelle abitudini e nel conosciuto e Vimala sottolinea: “il punto è: noi amiamo il piacere.”
Quando le abitudini e ciò che conosciamo non hanno più una presa tale su di noi da distoglierci dall’esplorazione interiore, si può davvero dire che prendiamo sul serio il percorso di trasformazione, che l’automatismo che è l’unica cosa che ci ha fatto vivere fino a quel momento, non è più sufficiente.
Lì c’è il momento in cui occorre forse il maggior coraggio: guardarsi allo specchio senza più veli e far crollare immagini costruite da milioni di anni di eredità atavica.

Burattini

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Comments (0) Feb 14 2015

Ercole e l’Idra di Lerna

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“ Noi ci eleviamo inginocchiandoci; conquistiamo arrendendoci; guadagniamo donando. Và, figlio di Dio e dell’uomo, va e conquista.” 

 

Nell’ottava fatica Ercole affronta il mostro che si nasconde nella palude di Lerna, l’Idra dalle nove teste, una sorta di serpente o drago acquatico. L’Idra vive e si nutre nelle acque fetide della palude, ha dimora nella buia caverna e corrompe tutta la campagna circostante.

“La palude stagnante di Lerna sgomentava tutti coloro che vi si avvicinavano. Il fetore ammorbava l’atmosfera per uno spazio di sette miglia.”

Le sue nove teste non possono essere distrutte con i mezzi comuni, non è sufficiente la forza fisica o le armi per tagliare le teste. Ercole viene ammonito: “Preparati a combattere contro questa bestia ripugnante. Non pensare che i mezzi comuni possano servirti: distruggendo una testa ne appariranno subito altre due.”

L’eroe rimane giorno e notte ad attendere che il mostro venga allo scoperto dalla sua tana, ma inutilmente. Solo usando lo stratagemma di lanciare delle frecce di pece infuocata  l’Idra viene allo scoperto agitandosi: “Il mostro si ergeva dall’alto dei suoi tre metri, cosa orrenda a vedersi, sembrava fosse costituita di tutti i pensieri più ripugnanti ed osceni concepiti fin dall’inizio dei tempi. L’idra si slanciò contro Ercole, cercando di avvolgerne i piedi.”

Ercole riesce però a staccargli una testa, ma ne crescono altre due;  più il combattimento diventa animato e violento e più l’Idra acquista forza. E’ solo nel momento in cui Ercole ricorda il consiglio che gli è stato dato “ Noi ci eleviamo inginocchiandoci; conquistiamo arrendendoci; guadagniamo donando. Và, figlio di Dio e dell’uomo, va e conquista.”  che ha la chiarezza di piegarsi sulle ginocchia, afferrare il mostro e sollevarlo in alto, sopra la sua testa, alla luce e all’aria purificatrice.

L’aria e i raggi del sole indeboliscono il mostro e avvizziscono le nove teste, sconfiggendolo completamente.

Solo una testa è immortale, quella mistica, che appare all’appassire delle altre; Ercole la mozza e la seppellisce sotto una roccia.

Questo mito contiene delle chiavi per trovare gli strumenti indispensabili e indirizzarsi verso un corretto percorso di conoscenza e crescita. Sia che si interpreti in chiave psicologica, sia che si trovino livelli più trascendenti e metafisici, esso ci mostra delle tappe fondamentali che non possono essere trascurate per chi compie un lavoro su se stesso.

Presso il fiume Amimone (significato etimologico “senza colpa”), prese dimora l’Idra che trasforma il luogo in fetida palude. In mezzo al fango e all’acqua stagnante della putrida palude di Lerna può regnare un mostro che si nasconde in una caverna e che rende pestifera tutta la natura intorno.

Il simbolo dell’acqua stagnante e morta, in contrapposizione al fiume che scorre con le sue acque zampillanti e vive,  è già un importante riferimento al ristagno delle energie del subconscio in cui fermentano nel buio della “caverna” istinti, passioni, desideri non controllati, non compresi perché appunto nascosti alla coscienza.

L’Idra, con il corpo di serpente o drago ha nove teste (3×3), numero che ha più riferimenti: nove sono le prove da affrontare per ritrovare la Liberazione dalla tirannia dell’ego, nove sono i difetti da distruggere per far “morire” l’io usurpatore. Nove è la porta di accesso alla dimensione dell’Anima-Sè, è il raggiungimento di un nuovo livello di esistenza, il completamento di un ciclo.

E… ancora nove sono le fasi alchemiche: “1. calcinazione, riduzione dei corpi in calce, che può essere secca o umida – 2. putrefazione, dissoluzione dei corpi fino al loro completo disfacimento – 3. soluzione o separazione, riduzione della materia nel suo primo elemento vitale, detto seme, che si attua unendo il fisso nascosto nella cenere con il volatile celato nell’acqua per mezzo di un fuoco esterno molto lento – 4. distillazione, si purifica la materia prima – l’umido radicale – affinché divenendo volatile possa salire e darci un acqua distillata – 5. sublimazione, porta l’umido radicale a divenire un sale bianchissimo avente la caratteristica di fondere con molta facilità – 6. unione, è l’unione permanente tra il fisso ed il volatile – 7. fissazione, dopo aver ottenuto gradi progressivi di purificazione con varie sublimazioni, si fissa definitivamente il misto – 8. moltiplicazione, consente di operare su tutti in regni della Natura e di discernere tra la pietra semplice e la pietra moltiplicatrice – 9. trasmutazione, operare la vera trasmutazione in oro o in argento.”


Saranno poi le frecce infuocate, simboli di aspirazione al miglioramento (lo scoccare della freccia verso l’alto), e di Volontà spirituale (il fuoco) a far emergere l’esistenza di un “mostro” che vive e si nutre in un luogo interiore, nell’ombra, facendo ristagnare quell’energia che altrimenti scorrerebbe come in un fiume vivo.

Le “frecce infuocate”, possono nascere dai momenti di crisi in cui un’irrequietezza che ha origini più profonde della superficie cristallizzata della personalità, smuove quelle energie latenti e cerca di far emergere i “nodi” presenti.

Il dolore generato da una nuova aspirazione e ben rappresentato dal simbolo del fuoco, diventa strumento per sondare angoli sconosciuti, portare alla luce, purificare. Solo quando l’Idra con tutte le sue teste viene allo scoperto, ovvero solo quando tutti gli aspetti subpersonali, i molteplici io e i coaguli energetici vengono riconosciuti, si può iniziare l’opera di distruzione, per liberare  le energie imprigionate e avviarsi verso la “trasformazione-trasfigurazione”.

Le prime armi a disposizione per questo riconoscimento, per l’esplorazione di sé, non possono che essere l’intelletto e la volontà. Le teste dell’Idra se staccate con la violenza, si moltiplicano, ma al contrario seccano, muoiono, perdono il loro alimento se portate all’aria e alla luce del sole.

Non si possono combattere i “nemici” dandogli la stessa energia di cui si nutrono, ma occorre con la chiarezza e il discernimento, trovare, con la luce di una visione più alta, il polo opposto che li neutralizzi.

Gli istinti e le passioni primarie dell’essere umano vanno compresi nella loro funzione, equilibrati e quindi le loro energie sublimate, innalzate a scopi migliorativi, di accrescimento ed evoluzione.

Finché Ercole, l’uomo-eroe che affronta con coraggio le prove, combatte con la forza irruenta l’Idra, il nemico, prende sempre più vigore, ma quando s’inginocchia e lo afferra a mani nude, senza armi esterne (egli butta via la clava), dunque senza ulteriori artifici e costruzioni,  riesce a neutralizzarlo a togliergli l’alimento, il solo modo per giungere alla vittoria.

L’azione di Ercole mostra anche che dimenandosi nel fango si cade, si affonda sempre più perdendo di vista il gesto essenziale da fare. La mente analitica che si agita, senza l’apertura di un nuovo spiraglio della parte intuitiva, si lascia trascinare dalle emozioni-pulsioni, da nuovi istinti e desideri che la soggiogano, ma fermandosi, deponendo le armi improprie al combattimento, si trova la giusta azione.

Le “mani nude” sembrano sottolineare che è solo con la semplicità, spoglia da nuovi meccanismi egoici (che farebbero nascere altre teste all’Idra), che bisogna affrontare la natura “corrotta” per risolverla. Inoltre Ercole si inginocchia e questo gesto indica l’estrema umiltà che occorre per vedere e riconoscere ciò che alberga nel buio dell’inconscio e degli automatismi; arrendersi per conquistare, comprendere per risolvere. Da questa nuova prospettiva, con il nemico ben afferrato, visto da una nuova luce (l’Idra è sollevata sul capo di Ercole), si ottiene naturalmente la vittoria.

“Rimanendo in ginocchio Ercole tenne l’idra al disopra della sua testa affinché l’aria purificatrice e la luce potessero avere il loro effetto.”

In questa ottava fatica di Ercole non mancano i 4 elementi: acqua, terra, fuoco, aria. Tutti hanno un’inequivocabile valenza di necessità vitale, in una concomitanza di azioni-reazioni, come nell’equilibrio che genera la vita e la fa espandere.

L’acqua (necessaria al fluire della vita) è imputridita dalla presenza dell’Idra (la natura inferiore corrotta intrappola l’energia) che la fa ristagnare nella terra, creando il fango pestilente; un primo fuoco (quello delle frecce, il fervore, aspirazione e volontà) è l’elemento che porta allo scoperto il mostro che si infiamma uscendo dalla tana buia; l’aria è l’elemento che agisce purificando e indebolendo la bestia, a rappresentare anche una sfera più sottile e alta di vita in cui l’inferiore degenerato non può sopravvivere. I raggi del sole (la luce della saggezza), sono l’elemento finale che estirpano e “asciugano” la radice del ristagno; l’azione di un fuoco puro, del Fuoco originale risolve e fa ascendere ad una nuova condizione di vita.

Uccise le nove teste, una sola ne viene fuori, immortale, come un tesoro nascosto, la “testa mistica”; questo particolare ricorda come sia ricorrente il simbolismo dello scrigno, del gioiello nascosto, del tesoro, del Graal, o della Principessa, che si trovano custoditi da un drago da affrontare e uccidere. Anche in questo mito non manca tale riferimento che certamente ci dice che intrappolata nella natura inferiore c’è l’energia creatrice, immortale, la vera Vita che viene così liberata.

Un importante richiamo a questa serie di significati si ha in Alchimia, in cui dalla sublimazione del mercurio grezzo si ottiene il Mercurio dei Filosofi, la pietra Filosofale.

“La testa immortale, staccata dal corpo dell’idra, è seppellita sotto una roccia. Ciò implica il concetto che l’energia concentrata che ha creato il problema rimane ancora, ma purificata, riorientata e incrementata dopo che la vittoria è stata conseguita. Questo potere deve allora essere giustamente controllato e incanalato. Sotto la roccia della volontà persistente, la testa immortale diviene una fonte di potere.”

Ercole, l’eroe che agisce utilizzando la volontà, la luce dell’intelletto e l’umiltà, ha in sé un coraggio (l’agire con il cuore) che è la base per l’inizio dell’esplorazione; la ricerca della natura nascosta richiede una forza che proviene dal centro del proprio essere, da un’apertura del Cuore.

“Ercole invoca una luce ancora più luminosa e potente di quella della mente analitica. Egli, invece di agitarsi continuamente nel pantano del subcosciente, cerca di elevare il suo problema ad una dimensione superiore. Sforzandosi di vedere il suo dilemma nella luce di quella saggezza che noi chiamiamo anima, egli l’affronta in una nuova prospettiva.”

Infine nel simbolismo delle nove teste, è possibile trarre le radici principali dei mali che affliggono la natura umana, ci si può rifare anche ai nove vizi capitali, poi ridotti a 7, ma si possono certamente riconoscere: superbia, vanità, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia, paura (codardia). Vizi celati fra le pieghe delle mille sfaccettature della personalità che covano, si alimentano e fermentano incatenando l’uomo finché non osa scendere nelle caverne e fare luce con la sua fiaccola infiammata di buona e saggia Volontà.

Bibliografia e citazioni da: “Le Fatiche di Ercole” di Alice a. Bailey

 

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Comments (0) Giu 26 2012

Little boxes – Malvina Reynolds

Posted: under Fra le note...fra le righe.
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“Little boxes on the hillside,
Little boxes made of ticky tacky
Little boxes on the hillside,
Little boxes all the same,
There’s a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky tacky
And they all look just the same

And the people in the houses
All went to the university
Where they were put in boxes
And they came out all the same
And there’s doctors and lawyers
And business executives
And they’re all made out of ticky tacky
And they all look just the same

And they all play on the golf course
And drink their martinis dry
And they all have pretty children
And the children go to school,
And the children go to summer camp
And then to the university
Where they are put in boxes
And they come out all the same

And the boys go into business
And marry and raise a family
In boxes made of ticky tacky
And they all look just the same,
There’s a green one and a pink one
And a blue one and a yellow one
And they’re all made out of ticky tacky
And they all look just the same.”

Testo tradotto:

“Piccole scatole sulla collina, piccola scatole fatte di ticky tacky
Piccole scatole sulla collina, piccola scatole tutte uguali
Ce n’è una verde e una rosa e una blu e una gialla
E sono tutte fatte di ticky tacky e sembrano proprio tutte uguali.

E la gente nelle case va tutta all’università
Dove viene messa in (altre) scatole e (poi) ne escono fuori tutti assieme
E ci sono dottori e ci sono avvocati e uomini d’affari
E sono tutti fatti di ticky tacky e sembrano proprio tutti uguali.

E giocano tutti sul campo da golf e sorseggiano il loro Martini dry
E hanno tutti graziosi bambini e i bambini vanno a scuola
E i bambini vanno al campo scuola estivo e poi all’università
Dove vengono messi in (altre) scatole e (poi) ne escono fuori tutti assieme

E i ragazzi entrano nel mondo del lavoro e si sposano e mettono su famiglia
In scatole fatte di ticky tacky e che poi sembrano tutte uguali”

 

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Comments (0) Giu 24 2012