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Ogni cammino di saggezza inizia da qui.

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Spirito_materia

Sempre più spesso capita di ritrovarsi a cadere nell’equivoco che genera l’illusione che un cammino spirituale o di saggezza debba significare ascetismo, alienazione dalla condizione umana o rifiuto del quotidiano e della materialità.

L’errore più grossolano, che anche dopo anni di impegno verso un percorso di “liberazione”, può creare un blocco o una deviazione verso forme estreme di pratiche è appunto quello di partire da una visione “superficiale” e mal compresa di ciò che la Tradizione metafisica (unica anche se espressa in più linguaggi o forme) vuole trasmettere.

Un maestro dei giorni nostri come Arnaud Desjardins mette “in guardia” da simili abbagli e sintetizzando gli insegnamenti di Oriente e Occidente, apre un punto di osservazione obiettivo su cosa significhi “cammino spirituale o realizzazione” e soprattutto su come concretamente si possa iniziare tale percorso e portare avanti senza reprimere ciò che fa parte di un tutt’Uno rappresentato dall’essere umano, la manifestazione e i piani spirituali.

Ancora una volta un maestro a chiare lettere ci dice che la prima e l’ultima cosa da mettere in atto è il “Conosci te stesso” nel “qui e ora”, eliminando la scissura fra materia e spirito che invece è il principale inciampo di ogni aspirante che travisa l’insegnamento metafisico.

Ecco uno stralcio di quello che Arnaud Desjardins esprime nella sua testimonianza sul Cammino:

“Il Cammino si rivela sempre di una straordinaria semplicità, ma purtroppo il nostro mentale è incredibilmente complicato.
Oggi mi è difficile ricordare tutte le volte che Swamiji disse “Truth is so simple”. Allora trovavo questa frase quasi irritante. Adesso sì, sono d’accordo. Ma per anni queste parole mi hanno dato fastidio. Come poteva dirmi tranquillamente: “La verità è così semplice, Arnaud, la verità è così semplice”, mentre io mi dibattevo nelle mie contraddizioni, le mie incomprensioni, le mie sofferenze?
Che cosa cercano gli esseri viventi? Che cosa cerchiamo tutti noi? Di essere felici, unicamento questo. Le parole ‘felicità’ o ‘essere felici’ sono anche più importanti dei grandi termini della metafisica: Saggezza, Risveglio, Liberazione. Tutto il problema di vivere sta nel fatto che il desiderio fondamentale, che in seguito può assumere migliaia di forme diverse, è quello di questa idea centrale: felicità, gioia, piacere, contentezza, soddisfazione, e i loro opposti: infelicità, tristezza, dolore, scontento, delusione. C’è una felicità fisica, cioè l’essere in salute, il sentirsi bene nel proprio corpo. C’è una felicità emotiva, che fa sentire come una dilatazione nel petto. E poi ci sono le soddisfazioni intellettuali (la gioia che si prova nel compiere una ricerca, nel leggere un libro appassionante) che ci vengono dell’uso dell’intelligenza. Sappiamo anche della gioia che può dare l’espansività sessuale, e il suo contrario, la sofferenza, quando esiste una corrispondente delusione.
Il cammino della saggezza è, in ultima analisi, il cammino della felicità; la scienza esoterica è la scienza della felicità. E’ facile ma anche doloroso osservare il rapporto fra questa aspirazione generale alla felicità (che esiste anche nelle forme di vita inferiori) e la realtà delle esistenze intorno a noi. Quanto alla vostra esistenza personale, dovete ammettere che spesso siete infelici, o in ogni caso mai così felici come vorreste essere.
Il sanscrito usa due termini piuttosto conosciuti, ma i lettori di libri sull’induismo non sempre ne colgono la differenza. Uno è ‘ananda’, generalmente tradotto da noi con ‘beatitudine’ (c’è poi da mettersi d’accordo su ciò che si intende per beatitudine). L’altro termine è ‘sukha’ (piacere), l’opposto di ‘dukha’ (dolore). Un famoso detto del Buddha afferma: ‘Sarvam dukham’, tutto è sofferenza. Sukha, al contrario, significa il piacere e una certa forma di gioia che definiremo meglio in seguito. E qui c’è una grande differenza.
Infatti, se il desiderio di felicità è il motore essenziale di tutta la vostra esistenza dovunque e comunque, in generale non sapete come gestirlo né come porvi in rapporto ad esso. L’essere umano non è granché portato a distinguere tra felicità non-dipendente, che proviene dal profondo di noi stessi ed è relativa all’essere, e la felicità che dipende dall’avere, da ciò che la vita ci dà o non ci dà, che ci concede o ci toglie, vale a dire da condizioni piacevoli o da condizioni spiacevoli.
L’essere nel dualismo ha come conseguenza il fatto di non poter essere completamente distesi, proprio perché si è soggetti (non solo fisicamente, ma anche psichicamente) all’attrazione e alla repulsione, a ciò che desideriamo e a ciò che rifiutiamo. Si può essere distesi in tre modi: il primo è unirsi a ciò che ci piace (prenderlo, possederlo), il secondo è distruggere ciò che rifiutiamo, ciò che ci fa sentire il nostro limite, il terzo è fuggire ciò che si rivela causa di sofferenza. In questa tensione (intesa come non-distensione) che si presenta sotto forma di desiderio di possesso, di distruzione o di fuga, c’è sempre la ricerca di uno stato felice.
Il Buddha ha detto: “Essere separati da ciò che si ama è sofferenza. Essere uniti a ciò che non si ama è sofferenza”.Voi siete convinti di non essere felici perché non siete ‘uniti a ciò che amate’, di qualunque cosa si tratti. Può essere l’amore fra un uomo e una donna, ma possiamo anche essere uniti a una situazione, per esempio fare un certo lavoro, o uniti a un titolo, come Cavaliere del lavoro o presidente di un consiglio d’amministrazione. Finché non sarete uniti al compimento di questi desideri non potete considerarvi completamente felici. Di conseguenza la vostra felicità non è sentita ‘qui e ora’ ma è proiettata nel futuro: “Sarò felice quando ciò che chiedo mi sarà dato”.
Al contrario, nelle altre due modalità io sarò felice quando sarò liberato, sbarazzato, da ciò che non mi piace, sia che riesca a distruggerlo, a farlo sparire materialmente o simbolicamente, sia che riesca ad allontanarlo o a sfuggirlo.
A volte soffrite perché siete effettivamente uniti a ciò che non vi piace o non vi piace più: una situazione, un lavoro, una malattia, un marito o una moglie. Oppure perché avete paura che un timore possa davvero concretizzarsi; sarete perfettamente felici solo quando questo timore, qualunque aspetto della vita riguardi, non avrà più nessuna possibilità di realizzarsi, cioè quando sarete completamente rassicurati.
Tutte le situazioni della vita e tutti gli stati d’animo entrano inevitabilmente in una di queste tre forme di tensione: la tensione ‘verso’ (unirsi) o le due tensioni ‘contro’ (distruggere, fuggire). La tensione non è mai sentita come una condizione felice, a meno di avere la certezza che quella tensione stia per rilassarsi, che stia per portare a uno stato di pace. Potete essere felici nella tensione solo se contiene la promessa di un momento di felicità futura, per esempio quando sentite un intenso desiderio con la certezza che riuscirete a realizzarlo. La prova ne è che se un fatto imprevisto sconvolge questa vostra certezza, la tensione diventa di colpo dolore.
In generale la tensione è sentita come sofferenza. Affermare che sempre, in ogni circostanza, tutti gli esseri viventi cercano la felicità sotto questa o quell’altra forma, equivale a dire che cercano il ritorno all’assenza di tensione, nuova tensione, rilassamento di questa tensione. Cercate esempi nella vostra vita, situazioni di cui vi ricordate, o che state vivendo ora, o che vi si presenteranno nei prossimi giorni.
Se siamo totalmente distesi fisicamente, emotivamente, mentalmente proveremo quello stato chiamato ‘ananda’.
Ecco cosa bisogna capire bene su questo stato tanto discusso. Ananda non designa solo la beatitudine suprema. La beatitudine suprema, quella del saggio, Swamiji la chiamava ‘amrit’, che significa ‘immortalità’ o ‘non-morte’. Fra i diversi rivestimenti che ricoprono il Sé, i diversi ‘kosha’, ce n’è uno estremamente sottile, estremamente tenue, ma classificato comunque come kosha: l’ananda-mayakosha, il rivestimento più interno, il più trasparente alla luce del Sé.
Anche se non siete ancora vicini a questa luce del Sé, la cosa vi riguarda perché tutti voi, che siate impegnati in un cammino spirituale o lontani di mille miglia, avete il desiderio di ananda, di questa assenza di tensioni, di questa libertà dalle paure e dai desideri in grado di farvi ritornare a voi stessi. Non attratti né respinti, ci ritroviamo stabili nel nostro essere reale, non dipendente dalle circostanze: ‘io in collera’ non è davvero ‘io, e neppure ‘io pazzo di gioia’, perché se mi piomba dal cielo una brutta notizia sarò di nuovo triste. Questi stati variabili, instabili, sono modi della superficie del nostro essere. E quando torniamo a noi stessi proviamo ananda. Invece suka, felicità (come opposto di infelicità), corrisponde a ciò che si prova quando si è identificati con un piacere, una gioia, cioè quando siete presi da un’emozione momentanea.
Anche se può sembrarvi un po’ teorica, questa definizione fra sukha e ananda ha un’utilità concreta per capire come funzionate e che cosa cercate. Quando un’emozione si impadronisce di noi, possiamo sentirci furiosi, scontenti, disperati, oppure contenti, allegri, pazzi di gioia, ma senza provare la vera distensione che genera il ritorno a se stessi. Imparate a distinguere queste due forme di felicità che vi sono generalmente accessibili. Provate a sentire su voi stessi la differenza di livello che esiste fra sukha e ananda, perché la vostra esistenza possa diventare il cammino della libertà.
E’ possibile che siate in genere felici. Ma di che felicità si tratta? Se si tratta semplicemente di ‘felici’ come contrario di ‘infelici’, non siete ancora stufi di questi stati d’animo su cui non avete nessun potere, tanto sono legati a situazioni contingenti? Anche se avete qualche piccolo potere di creare situazioni felici ed evitare situazioni infelici, in realtà non avete nessun potere sull’emozione in se stessa.
E’ anche possibile che vi sentiate in uno stato felice, calmo, che emana dalla profondità del vostro essere. Certo, al punto in cui siete sul cammino non è uno stato definitivo, ma la sua qualità si rivela diversa. ‘Io sono’: se poteste ESSERE, semplicemente e nient’altro, senza che venga aggiunto “sono allegro o sono triste”, sareste felici in quanto completamente distesi. La felicità è inerente all’essere. Tutti coloro che hanno fatto un minimo di progresso in una via spirituale lo sanno. Man mano che le agitazioni, gli affanni quotidiani dell’esistenza diminuiscono, e ogni volta che si riesce a ritrovare il silenzio interiore, anche in assenza di gioie occasionali o di condizioni eccezionali, si prova uno stato di pienezza. Solo il mentale può credere che sia uno stato opaco e monotono, e che manchi il sale della vita se non ci sono eccitazioni e soddisfazioni esteriori.
In tutti voi c’è questa aspirazione a una molteplicità di esperienze: è anche per questo che ci si reincarna innumerevoli volte. Le vostre richieste, aggiunte alla convinzione di non poter essere felici senza ciò che vi viene dato dall’esterno, vi inducono a scegliere la dipendenza. Ma quando un desiderio è soddisfatto, cominciate a pensare: “Che cosa succede in me? Qui e ora mi sento felice, ma forse sono felice solo perché la soddisfazione di quel desiderio o la sparizione di quella sofferenza mi ha semplicemente ricondotto a me stesso, e perché trovandomi nello stato di non-desiderio e non-paura, di non-attrazione e non-repulsione, mi ritrovo stabilito nel cuore di me stesso”. Con l’esperienza arriverete molto presto a riconoscere questo stato. E’ fondamentale per voi riuscire a distinguere la differenza tra il piacere che riguarda solo la periferia di voi stessi, e la gioia che emana dal cuore della vostra coscienza.”

(Tratto da: “La Via del Cuore” – Arnaud Desjardins – pagg. 113-116.)

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Comments (0) Mag 10 2014

Rimanendo testimone di Wolter Keers

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Periodico Vidya – Ottobre 1997 – Rimanendo testimone – di Wolter Keers (Mountain Path Gennaio 1979).

D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri Ramana Maharsi, che apparentemente ottenne l’illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non c’è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D’altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a diciassette anni, Venkataraman fu preso dal panico e sentì che stava per morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante, cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell’età egli era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici, l’illuminazione sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo di fare qualcosa, quando dimentichiamo il “facitore” in noi, frutto di proiezioni, e rimaniamo “testimoni” di ogni evento che appare e scompare. Inoltre egli adottò il “punto di vista del Testimone” nel momento più critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell’individualità si precipitò su di lui.

Questo è forse l’aspetto più sorprendente dell’intera storia. Infatti il panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l’arrendersi all’inevitabile, senza il desiderio di modificarlo o di scansarlo; l’aver adottato la posizione del Testimone, e l’assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest’ultimo aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c’è in me il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c’è ancora parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sådhanå nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni…

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile il riconoscimento che sono l’ultima realtà anche ora. La speranza implica il desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che sono un’individualità proiettata, un’immagine, che sta vivendo attraverso gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c’è niente nel futuro in cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che non sono realmente “Io”, poiché ciò che sono non può essere mai separato da me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo compito.

Questo è l’atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è chiamata realizzazione del Sé. Se la paura più definitiva e più profonda è accettata in modo così totale, per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa succedere, niente altro potrà trattenerti. L’ego non potrà più ricattarti, e niente ti potrà più spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte. Questa totale resa e l’assenza del desiderio di continuare a vivere, sono qualcosa che vale la pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è l’individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L’io, l’individualità desidera la realizzazione, ma l’individualità non può sapere cosa significano queste parole. L’individualità, o ciò che va sotto tale nome, appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel livello la libertà diviene un’idea, un concetto. Però la libertà non ha niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo, totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza tuttavia accettarli? L’omicidio e la violenza non rimangono comunque inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse: «Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni cosa con un certo disgusto».

Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e osservazione. Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei movimenti personali, del tutto intimi, all’interno della sua psiche, come il disgusto che aveva menzionato.

Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente accettazione dei fatti. L’accettazione del fatto che ci sono assassini, che c’è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come conflittuale con l’armonia. I modi sottili o subdoli di difesa dell’io, quando sono osservati oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni. Noi possiamo vederli e osservarli così come guardiamo un film. All’inizio saremo tentati di unirci al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a poterli osservare senza esserne coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo modo di osservare a una sfilata di moda: tu siedi in una comoda poltrona e vedi la sfilata delle modelle che mostrano un vestito dopo l’altro. Ma non salti sul palco con un paio di forbici per modificare i vestiti in mostra! Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l’accettazione, potremmo dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all’interno di mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte nostra, nella consapevolezza che noi siamo. Molto spesso ciò è abbastanza facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un dolore di rivelarsi. Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni quando qualcuno ci fa qualcosa di sgradevole. La pratica dell’Osservatore diviene più difficile solo quando noi siamo preda della paura o della vergogna. In tali circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti. Così vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al momento era il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per la paura, è la ricerca dell’amore e della felicità. Quando ciò è visto chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad accettare la nostra vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all’occhio interiore della consapevolezza. Quando rifiutiamo certi sentimenti e ricordi, noi creiamo un ego che sente che deve proteggersi, ma quando permettiamo alle cose di accadere senza interferire allora non c’è ego: c’è solo la coscienza in cui i sentimenti sorgono e passano, in cui i pensieri vengono e vanno. Noi siamo allora il Testimone. Là in quel preciso non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la porta, per così dire, tra sogno e illusione da una parte, e ciò che viene chiamato il Sé dall’altra. Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano. Ma nel caso di Sri Ramana Maharsi non si trova traccia di altri sentieri. Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jñåni o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c’è traccia di qualcosa simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d’Amore. Se egli non avesse amato il suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per “Amore” non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami o quando sei felice, che cosa avviene?

L’evento che noi chiamiamo: “io sono felice” consiste di due parti. Una è la parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso dell’io, dai sentimenti dell’io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono e l’armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.

Ma ciò che avviene quando dici: “io amo” o “io sono felice” è che per un momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le tensioni cessano e l’accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è la parte sensibile dell’evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il sentimento è solo un sintomo di ciò che l’Amore veramente è, un effetto, il risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi. Ogni idea su noi stessi è comunque un’idea strana. Pensare di essere buoni è altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione, una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l’accettazione, vera accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza, senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l’aspetto di “testimone” dell’ultima Realtà. E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le paure e i desideri terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella consapevolezza che noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non è qualche cosa che debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la consapevolezza anche ora. La sola cosa che la sådhanå consente, è di sbarazzarsi dell’idea che noi siamo qualche cosa di diverso dalla consapevolezza. Quando questa idea se n’è andata, immediatamente ci imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra penetrarci, o anche esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente affinché questo non-evento avvenga.

Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo d’essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con profonda attenzione.

Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos’è che non va nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta. Recentemente un alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so perché bevo – è perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli continuava a bere perché non aveva approfondito il senso della sua affermazione. Solo quando fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo la sua condizione di bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo letto la notte, completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua infelicità. E quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall’aria così triste era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta insensibilità. E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c’era niente che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e continuare a nutrire la paura di non essere amato.

La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l’amore, e che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento egli non ebbe più bisogno dell’alcool.

Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni. Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità intellettuale, altri ancora costruiscono un’immagine di se stessi quali grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.

Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la ricerca dell’amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.

La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l’ego, questa difesa estrema che apparentemente ci separa dall’Amore che siamo noi stessi. Ma questo ego non è un’entità reale. Non è altro che un modo di vedere. Quando lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c’è eccetto che nella tua immaginazione.

Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare per farlo scomparire.

Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà dall’illusione che vi sia un ego. Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per qualche tempo con l’impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po’ di tempo come se mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora siamo legati dalla sua assenza. Questa è l’ultima cosa che ci dice che siamo ancora limitati. Quando questa assenza è vista come un oggetto col quale ci identifichiamo essa può dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente questa è libertà. La vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se stesso di momento in momento, e che rimane come semplice radianza quando non c’è più il mondo.

Il sonno profondo – l’assenza di nome e forma – allora si converte nella luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che credevamo che fosse.

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Comments (0) Ott 05 2013

Il santo sdegno del non-sè (Shancharacharya)

Posted: under La Coscienza.
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Si acquisisce un sapere onorato dalla bocca del maestro, e poi?
Si diventa ricco ed influente, e poi?
Ci si diverte con una bella donna, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Ci si agghinda di braccialetti e altri gioielli, e poi?
Ci si riveste di abiti di seta, e poi?
Ci si diletta con cibi squisiti, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si visitano luoghi incantevoli, e poi?
Parenti e alleati vengono nutriti e rispettati, e poi?
I tormenti dell’indigenza e altre infelicità sono soppressi, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Ci si bagna nel Gange o in qualche altro fiume sacro, e poi?
Si distribuiscono in elemosina delle monete, e poi?
Un rosario viene portato con rispetto, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si confortano gli indigenti con dei pasti, e poi?
Si soddisfano gli dei con i sacrifici, e poi?
Si è glorificati ovunque, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si purifica il proprio corpo con il digiuno, e poi?
Si hanno figli legittimi, e poi?
Si pratica la ritenzione del soffio, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Il nemico viene vinto in battaglia, e poi?
L’amico è meglio avvantaggiato, e poi?
I poteri dello Yoga sono conquistati, e poi?

Si cammina sulle acque, e poi?
Si rinchiude il vento in una brocca, e poi?
Si solleva il monte Meru in una mano, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si beve veleno come latte, e poi?
Si mangia fuoco come riso, e poi?
Si vola in cielo come un uccello, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

I cinque elementi sono dominati, e poi?
Delle vere ferite non sono che rossori, e poi?
Pietre vengono lanciate da mani invisibili, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si diventa Imperatore, e poi?
Si possiede la potenza di un Dio, e poi?
Ci si innalza fino al potere di Shiva, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si domina ogni cosa con formule magiche, e poi?
Si è attraversati senza danno dalle frecce, e poi?
Si conosce la sorte attraverso le stelle, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

La notte della confusione è dissipata, e poi?
Nulla più sulla terra ci esalta, e poi?
La stretta del desiderio è respinta, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si conquista il mondo di Brahma, e poi?
Si contempla il mondo di Vishnu , e poi?
Si comanda nel mondo di Shiva, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Colui nel cuore del quale zampilla costantemente e pienamente
questo santo sdegno del non-Sé,
è un vaso di elezione per la percezione diretta del Sé
che non conoscono quaggiù coloro che si perdono
nel turbine di un universo illusorio.

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Per l’insegnamento sempre ben noto.

Posted: under Il Leone - La Volontà.
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1. Per l’insegnamento sempre ben noto.

“Tutto quanto esiste è Brahman. Nel riconoscere l’inizio,
la fine e il presente di ogni cosa occorre essere nella pace.
L’uomo è materiato di volontà; allorché l’uomo abbandona
la vita diviene ciò che in fatto di volontà ha concepito in
questo mondo. Bisogna pertanto che eserciti la sua volontà.
Spirito puro il cui corpo è soffio di vita, la cui forma è
luce, il cui concetto è verità, la cui essenza è spazio,
sorgente di ogni attività, di ogni desiderio, di ogni percezione,
di odore o di gusto, abbracciante quanto vi è, muto, indifferente…
è questo sé dentro il mio cuore…”

(Chandogya up.: III, XIV, 1-3)
(Tratto da Brahmasutra – Traduzione dal sanscrito e Commento di Raphael – Cap. II)

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