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Cosa è “La Via di Oz”?

5 Luglio 2011

“La Via di Oz” è un cammino, un’apertura di un sentiero da percorrere; una Via di ricerca che è strumento. Per la Via occorre imparare ad orientarsi con sguardo vigile.

Il Viandante che affronta “tempeste, mostri, streghe”, giungerà alla consapevolezza che amici e nemici sono facce di una stessa medaglia con cui specchiarsi, misurarsi, armonizzarsi.

E quando nel nuovo orizzonte si svelerà la Città di Smeraldo, da buon “scalatore” non si farà distrarre dalla vetta e manterrà l’attenzione salda.

Partendo dalla fiaba “Il Meraviglioso Mago di Oz” a cui il nome di questo blog si ispira, si proverà a tracciare un filo conduttore fatto di connessioni “variopinte”, interpretazioni aperte che aiutano a spaziare oltre l’illusoria prevedibilità della mente logica per attingere ad un mondo di simbolismi-chiave e ritrovare il “nuovo orizzonte”.

Ecco che personaggi e vicende di favole, miti, racconti e vita vissuta si rivelano oltre la loro forma-apparenza, ricchi di più livelli di significati mai scollegati fra loro, ma intessuti in un’unica trama. E’ la luce con cui si sapranno guardare che offrirà nuove insospettabili prospettive.

Chi è dunque Dorothy?  Dove condurrà il suo viaggio? Cosa rappresentano i suoi compagni di ricerca? E cosa vogliono mostrare i vari ostacoli sul cammino? 

A queste domande si possono dare le risposte più varie ed individuali perché necessità vuole che non ci sia un percorso identico ad un altro, ognuno sarà arricchito da sfumature e note diverse e singolari, ma tutti facenti parte di un Piano la cui Bellezza sarà visibile solo al giusto momento o prendendo a prestito dal linguaggio alchemico a cui tanto si può far riferimento, si direbbe “a cottura ultimata”. 

“L’intera opera non è altro che riscaldamento, cottura: uno dei molti simboli che mostrano come l’intero processo alchemico non è altro che azione continua. Si può chiamare meditazione, o chiara consapevolezza, ma deve essere fatto di continuo. Questa è l’unico modo in cui la purificazione del corpo e dell’anima risulterà nello svelare la vera divina natura del praticante.”

Un’ interpretazione-guida dei personaggi e della favola

Partendo da un’analisi sui nomi e sulla funzione dei personaggi possiamo provare ad estrapolare un iniziale significato dell’intreccio.

Dorothy viene tradotto in Dorotea dal greco Doròn=Dono e Thèos=Dio “dono di Dio, regalo”  (emblema: cesto di frutta e fiori, numero portafortuna=9), dunque la protagonista è colei/colui che ha ricevuto il dono, è “ricco” per il divino che ha in sé come potenziale da riconoscere e sviluppare.

Dorothy è una dodicenne che vive con gli zii Enry (Enrico= “potente nella sua patria”) ed Emmy (Emma, la cui etimologia rimanda a più possibili significati, fra cui “nutrice” e “grande, potente”).

Zio ha come possibili origini etimologiche: “dal greco theîos, forse voce onomatopeica, collegata a theós, dio, donde il latino thius.  Altri la collegano alla radice sanscrita *dha, allattare e pertanto il significato originario sarebbe stato femminile e di nutrice, balia e poi applicato alla zia e quindi, per affinità, allo zio, sostituendo il latino avunculus, piccolo nonno, e amita, zia.”

La casa in cui vivono Dorothy e gli zii è piccola, molto semplice con pochi mobili, colori stinti e grigi con una “cantina da ciclone”. L’ambiente iniziale, la casa (domus) sembra rappresentare uno stato di partenza coscienziale in cui prima di iniziare il viaggio ci si trova con poche conoscenze, si ha visione ristretta, scarse certezze e mancanza di ampiezza. La “casa”, l’ambiente interiore che si padroneggia è limitato. Vi è però uno spazio inconscio, un rifugio sotterraneo (la cantina) per custodire, per salvaguardarsi dai cicloni (ciclone dal greco Kyklos=circolo, movimento vorticoso dell’aria).

Ma quando arriva il ciclone Dorothy non fa in tempo a rifugiarsi nella cantina perché il suo fedele e inseparabile compagno di giochi, il cagnolino Toto, scappa via. Toto, dal nome Antonio (colui che fronteggia i suoi avversari, che combatte) è la parte di Dorothy che affronta, che non si tira indietro, che fa iniziare seppur impaurita, un cammino di presa di coscienza. E’ infatti inseguendo Toto che Dorothy non riesce stavolta a rifugiarsi nel sotterraneo della cantina e il vento ciclonico spazza via la casetta insieme ai due amici.

Dorothy si risveglia nel bellissimo Regno di Oz (Oz =abbreviazione dell’oncia, unità di misura del peso, ma anche di lunghezza variabile e utilizzata come moneta nel medioevo). L’oncia come unità di misura del peso veniva utilizzata per quantificare le pietre preziose e in particolare l’oro.

In termini psicologici-alchemici, è l’inizio di un viaggio che porterà a svelare i contenuti inconsci per portarli alla luce della coscienza. E’ rilevante l’importanza del simbolo della cantina come “luogo di rifugio”, come “contenitore” degli archetipi e legame con il mondo dell’inconscio collettivo, in cui bisogna imparare a non perdersi. La cantina è rifugio quando i contenuti della psiche vengono rimossi o lasciati latenti per paura di affrontare le ombre, ma è analogicamente equivalente alla parte dell’inconscio inferiore dell’uomo in cui bisogna “scendere” per affrontare il processo di individualizzazione (rif.to alla psicologia junghiana).

Evidente l’associazione con la Via Regia, la ricerca dell’oro alchemico, ma per il conseguimento dell’Opera occorre imparare a “pesare” a discernere e conoscere con coscienza nuova, in un “regno” che rappresenta un livello differente da quello del luogo di partenza. E’ qui che si dovrà dissolvere il vecchio e coagulare il nuovo “sublimato”.

La demolizione inizia proprio con l’atterraggio della casa nel paese dei Munch-kin (sgranocchia parenti- coloro che distruggono le apparenze); la casa atterrando uccide la strega cattiva dell’Est.

Nel Regno di Oz vengono alla luce i quattro punti cardinali che formano la croce Est-Ovest / Nord-Sud raffigurate dalle streghe (due cattive Est-Ovest, due buone Nord-Sud), mentre il paese di Oz è al centro.

Il percorso si colloca dunque in senso verticale, di ascesa poiché il simbolo delle streghe buone Sud-Nord indicano che in quest’asse si ha la direzione giusta, la retta via, ma si deve prima andare al centro, chiaro simbolo del centro della Croce (vedi anche simbolismo della tradizione Rosacrociana).

Con l’uccisione della strega cattiva dell’Est i Munchkin vengono liberati dalla loro schiavitù, la valenza di distruzione delle prime illusioni che tengono imprigionata la coscienza è dunque molto forte nell’episodio.

Dorothy eredita così le scarpette d’argento della strega cattiva, scarpette dal colore rosso lucente con grandi poteri. Esse sembrano raffigurare il dominio sull’annebbiamento lunare (elemento argento), da portare in atto poi in seguito, alla fine del viaggio. Ancora il rosso delle scarpe può ricondurci alla fase alchemica della “rubedo”*(vedi nota).

Il desiderio di Dorothy è di ritornare a casa, ma l’unico modo per farlo è andare dal Mago di Oz, nella Città di Smeraldo come da consiglio della strega buona del Nord: «Devi andarci a piedi. È un viaggio molto lungo attraverso un paese ora bellissimo, ora cupo e pauroso…»

Il Mago di Oz potrebbe realizzare il desiderio della bambina, è il centro cui deve giungere ogni ricercatore, è la visione che deve conquistare colui che percorre la Via. Raggiungere il “Mago di Oz” , sarà forse l’acquisire nuova Coscienza, ciò che può far ottenere il ricongiungimento, il ritorno a casa. La figura del Mago potrebbe suggerirci anche il primo degli Arcani Maggiori, “Il Bagatto”, carico di tutto il suo significato simbolico. Il “Mago” è un elemento che Dorothy dovrà scoprire in sé poiché  l’uomo che impersona il Mago nella città di Oz si rivelerà solo un impostore che non ha alcun potere, un “illusionista” che inganna con i suoi trucchi. Ciò a rimarcare l’illusorietà di una ricerca rivolta all’esterno di sé, tranello e iniziale inciampo di ogni percorso in cui la fede si rivolge dapprima verso un oggetto, un maestro, un guru, una religione o una setta.
(Si può fare riferimento anche al percorso dei Tarocchi che va dall’Arcano n.0 “Il Matto” – che in una delle possibili interpretazioni iniziatiche è colui che ha una visione “diversa” – all’Arcano n.1 “Il Bagatto” – sviluppo delle potenzialità insite nel “Matto”, inizio della fase dell’immaginazione attiva e apprendimento dell’utilizzo dei propri strumenti. –
“Così il Bagatto è colui che può attingere all’universo dei simboli per applicarli alla realtà contingente e trasferirne il potere sulla propria anima e sul mondo.” – Sul significato simbolico di alcune lame dei tarocchi di Alessandro Orlandi – Esonet.it ).

– [A livello psicologico nella fase di individualizzazione vi è l’esigenza di proiezione su una figura archetipale (guida paterna, vecchio saggio, donna amata); un esempio di simbolismi pregni di significati archetipici si trova nell’opera della “Divina Commedia” di Dante in cui il poeta si “serve” di più immagini di personaggi umani che lo accompagnano nel suo viaggio interiore.
Ognuna di queste immagini rappresenta un archetipo che racchiude particolari qualità che il ricercatore deve fare proprie, assimilare e com-prendere nella propria coscienza. Alla fine di questo processo, le proiezioni utili per la comprensione di peculiari energie da attivare nella propria psiche-interiorità, vengono poi ritirate e non si ha più bisogno di raffigurarle esteriorizzate]. –

Inizia il viaggio verso il centro, la Città di Smeraldo (evidente il richiamo alla Tavola di Smeraldo di Ermete Trismegisto), ma ancora lo smeraldo è importante per ciò che rappresenta il colore tipico della pietra, il verde speranza, il verde di rinascita, il regno della natura, legato al Cuore (il centro dell’essere umano, collegamento al divino). Il verde è anche il colore di Venere (Afrodite), si ritrova in alchimia (l’oro verde, il Leone Verde o la fase “viriditas” da cui procede la “rubedo”).

Lo smeraldo è carico di significati, si ritrova in moltissimi miti, racconti medievali e biblici, esso è l’elemento che può trasformare il piombo in oro, può congiungere l’aspetto lunare con quello solare. Si trova riferimento nel Parsifal, è simbolo del Santo Graal, è la pietra che è custodita dai draghi, è Shamballah (in sanscrito “città degli smeraldi“).

In viaggio Dorothy incontra i suoi compagni che affronteranno le difficoltà insieme per giungere alla meta.

Ecco che incontra: lo Spaventapasseri che vuole chiedere al Mago un cervello; il Taglialegna di Latta che desidera un cuore e il Leone codardo che vuole il coraggio.

La figura dello Spaventapasseri o uomo di paglia è rilevante nel mostrare la fragilità dell’essere umano nella sua condizione di non-realizzato. Esso si rifà anche all’idea del manichino, del fantoccio, del burattino; la materia  di cui è fatto è la paglia elemento che prende facilmente fuoco (“[…] c’è una sola cosa che al mondo mi fa più paura […] un fiammifero acceso”), inoltre lo spaventapasseri è esposto a tutti gli eventi naturali (acqua, vento, sole…) ed ha un ruolo passivo, ne subisce gli effetti.  Ma oltre alla natura precaria, inconsistente, esso ha una funzione tanto nobile quanto semplice, esso è posto a guardia della natura anche se non ne controlla gli eventi e non può intervenire attivamente per prevenirne i danni.

“Al di là dello steccato si stendeva un gran campo di grano e, in mezzo al grano c’era uno Spaventapasseri, infilato in cima a un palo per tenere lontano gli uccelli”.

(Lo “Spaventapasseri” , simbolo perenne di una fragilità umana su cui vento e acqua imperversano per fatalità di natura e di Storia, si è tramutato in un elemento funzionale alle composizione stessa….”) ( D.Carlesi).

Ma l’uomo di paglia, lo Spaventapasseri, l’uomo leggero che non ha padronanza della mente, non sa nemmeno di possederne una, si “sveglia” prende un primo ruolo attivo e inizia anche lui il viaggio alla ricerca di un cervello-intelletto, primo strumento per poter conoscere.

“Dorothy si alzò sulla punta dei piedi e staccò lo Spaventapasseri; non fece per niente fatica perché riempito di paglia com’era, pesava pochissimo.[…]”

«[…] a me non importa di avere le braccia, le gambe, tutto il corpo insomma pieno di paglia; non mi dispiace per niente anzi perché così non posso farmi male. Se qualcuno mi pesta i piedi o mi punge con uno spillo non sento niente. Bello no? Ma non mi va che la gente mi consideri
uno stupido. E come faccio a diventare intelligente se al posto del cervello ho in testa della paglia?»

E’ aiutato da Dorothy a liberarsi dalla sua passività, esso può rappresentare anche un aspetto della stessa bambina (l’intelletto che deve essere diretto verso la conoscenza attiva), così come gli altri suoi compagni di viaggio non saranno altro che funzioni da sviluppare e realizzare.

In viaggio Dorothy, Toto e lo Spaventapasseri incontrano il Taglialegna di Latta che viene salvato proprio dal loro intervento. Il povero Taglialegna scricchiolava da un bel po’ di tempo, ma nessuno era andato ad aiutarlo.

Finalmente Dorothy con l’aiuto dello Spaventapasseri olia tutte le giunture dell’uomo di latta e insieme lo liberano dalla ruggine che lo constringeva da tempo a stare con l’ascia in mano.

L’uomo di latta è  molto gentile e conosce bene la gratitudine, egli racconta di aver avuto un cuore ed anche un cervello, ma di aver perso tutto a causa di una strega. Ricorda però la felicità di quando era innamorato della fanciulla che avrebbe dovuto sposare se la strega non fosse stata di ostacolo e l’avesse fatto ridurre con un corpo interamente di latta.

Perciò vuole più di ogni altra cosa avere un cuore per poter conoscere di nuovo l’amore e realizzare il suo sogno di sposare la fanciulla che lo attende.

Anche l’uomo di latta con la sua corazza che si arrugginisce se prende un acquazzone, si mette in viaggio insieme al resto della compagnia. Egli è l’uomo corazzato, che ha perso la capacità di amare, ha in verità perso il vero contatto con il suo Cuore. Ora con l’acqua si arrugginisce e deve essere oliato per potersi nuovamente muovere, utilizzare le gambe e le braccia (l’acqua simbolo dell’emotività incrina i meccanismi, danneggia le altre parti, intrappola e immobilizza).

Nasce il dibattito fra il Taglialegna di Latta e lo Spaventapasseri su cosa sia più utile: per l’uno è il cuore, per l’altro il cervello.

“Lo Spaventapasseri, però, non aveva cambiato opinione. «La tua storia è interessante Taglialegna, ma io chiederò ugualmente un cervello» disse con aria ostinata. «E sai perché? Uno stupido non saprebbe che farsene del cuore, se lo avesse.»”

«Io preferisco il cuore» ribatté l’altro «perché il cervello non rende felici, da solo, e la felicità è ciò che più conta al mondo.»

Il dibattito mette in evidenza la scissione fra due aspetti fondamentali dell’essere umano: cuore e mente. C’è la predominanza di uno o l’altro degli aspetti, ma non c’è la sintesi, l’unione che è una conquista da fare nel Viaggio.

Cuore e mente non equilibrati, dove il cuore è ancora a livello emotivo e la mente è in balìa dei suoi moti. E’ necessario prima l’intelletto (lo Spaventapasseri viene incontrato prima del Taglialegna) per far venire alla luce la condizione in cui ci si trova. E’ la mente analitica che agisce prima come strumento di esplorazione di se stessi, è la funzione di unione e di sintesi del cuore che si collega alla mente e che realizza un nuovo stato. Occorre una padronanza mentale per uscire dagli annebbiamenti emotivo-astrali della condizione di kama-manas (desiderio-mente), del sè inferiore.

Ma la padronanza del mentale sull’emotivo richiede un altro importante elemento, funzione direttrice e coordinatrice: la Volontà.

La Volontà è lo strumento con cui l’io dal suo punto di centralità cerca di mettere in atto il suo controllo sugli altri elementi inferiori, ma deve presentare anche degli aspetti che si devono legare strettamente alla sua funzione: forza, intelligenza e bontà.

La Volontà deve dunque essere anche saggia (buona e intelligente), quella saggezza che deriva dal Cuore (unito alla mente): è ciò che cerca il Leone, l’ultimo dei compagni che si metterà in viaggio per Oz.

(Il leone: Che cos’è che di un misero fa un re? Il coraggio! Quale portento fa una bandiera sventolare al vento? Il coraggio! Chi rende ardita l’umile mosca nella foschia fosca nella notte losca… e fa sì che un moscerino la paura mai conosca? Il coraggio! Perché l’esploratore non teme l’avventura? Perché ha coraggio! Perché quando è in pericolo non prova mai paura? Perché ha coraggio! Perché Riccardo Cuor di Leone metteva i suoi nemici in apprensione? Che cosa aveva lui che io non ho?
Dorothy, Spaventapasseri e Uomo di latta: Il coraggio! – dal film Il Mago di Oz)

Egli vuole acquisire il coraggio (dal latino “coraticum”, aggettivo derivante da “cor, cordis”= cuore. L’etimologia della parola parla da sé, il coraggio è una virtù che si identifica con la purezza di cuore.) Coraggio significa “agire con il Cuore”.

Il Leone vigliacco sa ruggire, spaventa i suoi avversari con il suo verso minaccioso, ma sente e riconosce di non avere il vero coraggio. Egli ha la forza (uno degli aspetti della volontà), aggredisce infatti la compagnia di Dorothy, ma si prostra davanti all’audacia della bimba che senza esitare difende gli amici.

Egli possiede un cuore e una mente, ma non coordina l’azione con gli altri aspetti.

“«Tu sapessi come sono infelice! Ma non riesco a vincermi: se sento odor di pericolo, il cuore comincia a battermi all’impazzata.» «Forse hai un cuore malato» disse il Taglialegna.”

Il Leone è anche un importante elemento simbolico perché rappresenta la regalità, la forza, la saggezza; è un elemento solare, simbolo molto presente in alchimia (Leone verde che viene divorato dal Leone rosso, che raffigura l’oro alchemico).

Si completano così i personaggi che compiranno il viaggio per la Città di Smeraldo, in tutto sono cinque (con il cagnolino Toto), numero che ci richiama  alla stella a cinque punte e all’uomo trasfigurato. Il cammino verso il centro della città inizierà imboccando la “Yellow Brick Road” (la strada di mattoni gialli-oro); si tratta di una strada a spirale che è chiaro riferimento al “Sentiero d’Oro”.

 

Note: *”Nelle filosofie orientali la Rubedo corrisponde alla formazione del “corpo di diamante”, un termine appropriato alla pura e permanente Pietra Filosofale.

Nel Cristianesimo corrisponde alla resurrezione di Cristo. Gesù “salda” l’indumento di luce di Cristo. Gesù ha abbandonato il suo vecchio corpo e portato il suo essere divino interiore, il corpo di Cristo, alla coscienza e lo ha reso la sua realtà. Ciò che Gesù fece duemila anni fa può essere fatto allo stesso modo da ognuno di noi, perché siamo tutti partecipi del divino, e tutti portiamo l’essenza divina, o corpo di Cristo, in noi.

Quando si è realizzata la Rubedo, l’alchimista ha accettato la sua eredità spirituale. È divenuto ciò che è sempre stato senza averlo mai saputo. Ha realizzato la sua essenza divina mentre era ancora nel suo corpo fisico. È ciò che gli gnostici chiamavano pneuma, lo spirito divino in ogni uomo, nascosto nella profonda oscurità del mondo, che può essere reso di nuovo conscio. Quando la Rubedo è stata manifestata, l’uomo è maestro sia sul mondo fisico che su quello spirituale. Egli è divenuto il Re, maestro di se stesso.

Quando l’unificazione di tutte le energie dei quattro aspetti della totalità è stata ottenuta, sorge un nuovo stato d’essere che non è più soggetto a cambiamenti. L’alchimia cinese lo chiama il “corpo di diamante”, che corrisponde al corpus incorruptibile (corpo intoccabile) dell’alchimia europea. È analogo anche al corpus glorificationis (corpo glorificato) della tradizione Cristiana. Nelle tradizioni yoga, la Rubedo corrisponde all’unificazione dello spirito umano, chiamato atman, con il Brahman. L’Atman è parte del Brahman. Brahman è l’anima del Tutto, è il respiro o l’energia che scorre dentro di noi e ci dà vita e coscienza. Atman è il sé individuale, Brahman è il sé universale.” (Tratto da Esopedia).

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