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Rimanendo testimone di Wolter Keers

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Periodico Vidya – Ottobre 1997 – Rimanendo testimone – di Wolter Keers (Mountain Path Gennaio 1979).

D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri Ramana Maharsi, che apparentemente ottenne l’illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non c’è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D’altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a diciassette anni, Venkataraman fu preso dal panico e sentì che stava per morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante, cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell’età egli era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici, l’illuminazione sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo di fare qualcosa, quando dimentichiamo il “facitore” in noi, frutto di proiezioni, e rimaniamo “testimoni” di ogni evento che appare e scompare. Inoltre egli adottò il “punto di vista del Testimone” nel momento più critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell’individualità si precipitò su di lui.

Questo è forse l’aspetto più sorprendente dell’intera storia. Infatti il panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l’arrendersi all’inevitabile, senza il desiderio di modificarlo o di scansarlo; l’aver adottato la posizione del Testimone, e l’assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest’ultimo aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c’è in me il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c’è ancora parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sådhanå nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni…

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile il riconoscimento che sono l’ultima realtà anche ora. La speranza implica il desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che sono un’individualità proiettata, un’immagine, che sta vivendo attraverso gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c’è niente nel futuro in cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che non sono realmente “Io”, poiché ciò che sono non può essere mai separato da me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo compito.

Questo è l’atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è chiamata realizzazione del Sé. Se la paura più definitiva e più profonda è accettata in modo così totale, per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa succedere, niente altro potrà trattenerti. L’ego non potrà più ricattarti, e niente ti potrà più spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte. Questa totale resa e l’assenza del desiderio di continuare a vivere, sono qualcosa che vale la pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è l’individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L’io, l’individualità desidera la realizzazione, ma l’individualità non può sapere cosa significano queste parole. L’individualità, o ciò che va sotto tale nome, appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel livello la libertà diviene un’idea, un concetto. Però la libertà non ha niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo, totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza tuttavia accettarli? L’omicidio e la violenza non rimangono comunque inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse: «Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni cosa con un certo disgusto».

Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e osservazione. Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei movimenti personali, del tutto intimi, all’interno della sua psiche, come il disgusto che aveva menzionato.

Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente accettazione dei fatti. L’accettazione del fatto che ci sono assassini, che c’è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come conflittuale con l’armonia. I modi sottili o subdoli di difesa dell’io, quando sono osservati oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni. Noi possiamo vederli e osservarli così come guardiamo un film. All’inizio saremo tentati di unirci al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a poterli osservare senza esserne coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo modo di osservare a una sfilata di moda: tu siedi in una comoda poltrona e vedi la sfilata delle modelle che mostrano un vestito dopo l’altro. Ma non salti sul palco con un paio di forbici per modificare i vestiti in mostra! Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l’accettazione, potremmo dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all’interno di mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte nostra, nella consapevolezza che noi siamo. Molto spesso ciò è abbastanza facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un dolore di rivelarsi. Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni quando qualcuno ci fa qualcosa di sgradevole. La pratica dell’Osservatore diviene più difficile solo quando noi siamo preda della paura o della vergogna. In tali circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti. Così vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al momento era il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per la paura, è la ricerca dell’amore e della felicità. Quando ciò è visto chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad accettare la nostra vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all’occhio interiore della consapevolezza. Quando rifiutiamo certi sentimenti e ricordi, noi creiamo un ego che sente che deve proteggersi, ma quando permettiamo alle cose di accadere senza interferire allora non c’è ego: c’è solo la coscienza in cui i sentimenti sorgono e passano, in cui i pensieri vengono e vanno. Noi siamo allora il Testimone. Là in quel preciso non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la porta, per così dire, tra sogno e illusione da una parte, e ciò che viene chiamato il Sé dall’altra. Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano. Ma nel caso di Sri Ramana Maharsi non si trova traccia di altri sentieri. Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jñåni o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c’è traccia di qualcosa simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d’Amore. Se egli non avesse amato il suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per “Amore” non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami o quando sei felice, che cosa avviene?

L’evento che noi chiamiamo: “io sono felice” consiste di due parti. Una è la parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso dell’io, dai sentimenti dell’io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono e l’armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.

Ma ciò che avviene quando dici: “io amo” o “io sono felice” è che per un momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le tensioni cessano e l’accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è la parte sensibile dell’evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il sentimento è solo un sintomo di ciò che l’Amore veramente è, un effetto, il risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi. Ogni idea su noi stessi è comunque un’idea strana. Pensare di essere buoni è altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione, una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l’accettazione, vera accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza, senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l’aspetto di “testimone” dell’ultima Realtà. E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le paure e i desideri terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella consapevolezza che noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non è qualche cosa che debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la consapevolezza anche ora. La sola cosa che la sådhanå consente, è di sbarazzarsi dell’idea che noi siamo qualche cosa di diverso dalla consapevolezza. Quando questa idea se n’è andata, immediatamente ci imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra penetrarci, o anche esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente affinché questo non-evento avvenga.

Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo d’essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con profonda attenzione.

Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos’è che non va nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta. Recentemente un alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so perché bevo – è perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli continuava a bere perché non aveva approfondito il senso della sua affermazione. Solo quando fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo la sua condizione di bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo letto la notte, completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua infelicità. E quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall’aria così triste era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta insensibilità. E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c’era niente che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e continuare a nutrire la paura di non essere amato.

La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l’amore, e che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento egli non ebbe più bisogno dell’alcool.

Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni. Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità intellettuale, altri ancora costruiscono un’immagine di se stessi quali grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.

Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la ricerca dell’amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.

La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l’ego, questa difesa estrema che apparentemente ci separa dall’Amore che siamo noi stessi. Ma questo ego non è un’entità reale. Non è altro che un modo di vedere. Quando lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c’è eccetto che nella tua immaginazione.

Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare per farlo scomparire.

Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà dall’illusione che vi sia un ego. Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per qualche tempo con l’impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po’ di tempo come se mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora siamo legati dalla sua assenza. Questa è l’ultima cosa che ci dice che siamo ancora limitati. Quando questa assenza è vista come un oggetto col quale ci identifichiamo essa può dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente questa è libertà. La vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se stesso di momento in momento, e che rimane come semplice radianza quando non c’è più il mondo.

Il sonno profondo – l’assenza di nome e forma – allora si converte nella luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che credevamo che fosse.

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Comments (0) Ott 05 2013

Simbolismo mistico e alchemico: il Cuore con le Ali

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Centro dell’uomo, simbolo solare, il cuore è il legame fra cielo e terra, sede del divino nel microcosmo-uomo. Il cuore è assimilabile al mercurio alchemico, al lapis o Graal.
Ristabilito il contatto cosciente con la scintilla di spirito interiore (il Sè superiore), il Cuore a cui si aggiungono le Ali, rappresenta il simbolo di elevazione verso il cielo.

Tradotto in linguaggio alchemico si tratta del Mercurio rettificato che ha ricevuto lo Zolfo, unione dei due principi femminile-maschile (luna e sole).

Nell’essere umano è l’unione dei due poli, è completamento attraverso il superamento dei conflitti fra l’Ombra e il Sé (Atma in termini religiosi), che implica l’apertura dell’Intuizione e della visione interiore la quale si concretizza con l’attivazione del terzo occhio (6° e 7° chakra che vibrano all’unisono). Con questo si stabilisce anche il legame testa-cuore.

Un cuore con le ali è il simbolo del movimento Sufi (mistica islamica), che mostra all’uomo la via per riconoscere Dio nel proprio cuore e risvegliare l’anima per ascendere a stati superiori (simbolo delle ali che innalzano).

Questo simbolismo con varianti e aggiunta di elementi allegorici è spesso ripreso nelle facciate di chiese e cattedrali, ne è un esempio la facciata rinascimentale, detta “delle pietre parlanti”, della parrocchia di San Lorenzo di Saliceto che raffigura un calice (allegoria del cuore, simbolo del Sacro Graal) con sopra un putto dalla testa alata, riferimento al mercurio volatile che rettificandosi spiritualizza la materia. Il putto è sopra il calice (emerge o si immerge), con il probabile significato che da esso prende vita e ad esso rimane collegato.

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Comments (0) Nov 06 2012

Ercole e l’Idra di Lerna

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“ Noi ci eleviamo inginocchiandoci; conquistiamo arrendendoci; guadagniamo donando. Và, figlio di Dio e dell’uomo, va e conquista.” 

 

Nell’ottava fatica Ercole affronta il mostro che si nasconde nella palude di Lerna, l’Idra dalle nove teste, una sorta di serpente o drago acquatico. L’Idra vive e si nutre nelle acque fetide della palude, ha dimora nella buia caverna e corrompe tutta la campagna circostante.

“La palude stagnante di Lerna sgomentava tutti coloro che vi si avvicinavano. Il fetore ammorbava l’atmosfera per uno spazio di sette miglia.”

Le sue nove teste non possono essere distrutte con i mezzi comuni, non è sufficiente la forza fisica o le armi per tagliare le teste. Ercole viene ammonito: “Preparati a combattere contro questa bestia ripugnante. Non pensare che i mezzi comuni possano servirti: distruggendo una testa ne appariranno subito altre due.”

L’eroe rimane giorno e notte ad attendere che il mostro venga allo scoperto dalla sua tana, ma inutilmente. Solo usando lo stratagemma di lanciare delle frecce di pece infuocata  l’Idra viene allo scoperto agitandosi: “Il mostro si ergeva dall’alto dei suoi tre metri, cosa orrenda a vedersi, sembrava fosse costituita di tutti i pensieri più ripugnanti ed osceni concepiti fin dall’inizio dei tempi. L’idra si slanciò contro Ercole, cercando di avvolgerne i piedi.”

Ercole riesce però a staccargli una testa, ma ne crescono altre due;  più il combattimento diventa animato e violento e più l’Idra acquista forza. E’ solo nel momento in cui Ercole ricorda il consiglio che gli è stato dato “ Noi ci eleviamo inginocchiandoci; conquistiamo arrendendoci; guadagniamo donando. Và, figlio di Dio e dell’uomo, va e conquista.”  che ha la chiarezza di piegarsi sulle ginocchia, afferrare il mostro e sollevarlo in alto, sopra la sua testa, alla luce e all’aria purificatrice.

L’aria e i raggi del sole indeboliscono il mostro e avvizziscono le nove teste, sconfiggendolo completamente.

Solo una testa è immortale, quella mistica, che appare all’appassire delle altre; Ercole la mozza e la seppellisce sotto una roccia.

Questo mito contiene delle chiavi per trovare gli strumenti indispensabili e indirizzarsi verso un corretto percorso di conoscenza e crescita. Sia che si interpreti in chiave psicologica, sia che si trovino livelli più trascendenti e metafisici, esso ci mostra delle tappe fondamentali che non possono essere trascurate per chi compie un lavoro su se stesso.

Presso il fiume Amimone (significato etimologico “senza colpa”), prese dimora l’Idra che trasforma il luogo in fetida palude. In mezzo al fango e all’acqua stagnante della putrida palude di Lerna può regnare un mostro che si nasconde in una caverna e che rende pestifera tutta la natura intorno.

Il simbolo dell’acqua stagnante e morta, in contrapposizione al fiume che scorre con le sue acque zampillanti e vive,  è già un importante riferimento al ristagno delle energie del subconscio in cui fermentano nel buio della “caverna” istinti, passioni, desideri non controllati, non compresi perché appunto nascosti alla coscienza.

L’Idra, con il corpo di serpente o drago ha nove teste (3×3), numero che ha più riferimenti: nove sono le prove da affrontare per ritrovare la Liberazione dalla tirannia dell’ego, nove sono i difetti da distruggere per far “morire” l’io usurpatore. Nove è la porta di accesso alla dimensione dell’Anima-Sè, è il raggiungimento di un nuovo livello di esistenza, il completamento di un ciclo.

E… ancora nove sono le fasi alchemiche: “1. calcinazione, riduzione dei corpi in calce, che può essere secca o umida – 2. putrefazione, dissoluzione dei corpi fino al loro completo disfacimento – 3. soluzione o separazione, riduzione della materia nel suo primo elemento vitale, detto seme, che si attua unendo il fisso nascosto nella cenere con il volatile celato nell’acqua per mezzo di un fuoco esterno molto lento – 4. distillazione, si purifica la materia prima – l’umido radicale – affinché divenendo volatile possa salire e darci un acqua distillata – 5. sublimazione, porta l’umido radicale a divenire un sale bianchissimo avente la caratteristica di fondere con molta facilità – 6. unione, è l’unione permanente tra il fisso ed il volatile – 7. fissazione, dopo aver ottenuto gradi progressivi di purificazione con varie sublimazioni, si fissa definitivamente il misto – 8. moltiplicazione, consente di operare su tutti in regni della Natura e di discernere tra la pietra semplice e la pietra moltiplicatrice – 9. trasmutazione, operare la vera trasmutazione in oro o in argento.”


Saranno poi le frecce infuocate, simboli di aspirazione al miglioramento (lo scoccare della freccia verso l’alto), e di Volontà spirituale (il fuoco) a far emergere l’esistenza di un “mostro” che vive e si nutre in un luogo interiore, nell’ombra, facendo ristagnare quell’energia che altrimenti scorrerebbe come in un fiume vivo.

Le “frecce infuocate”, possono nascere dai momenti di crisi in cui un’irrequietezza che ha origini più profonde della superficie cristallizzata della personalità, smuove quelle energie latenti e cerca di far emergere i “nodi” presenti.

Il dolore generato da una nuova aspirazione e ben rappresentato dal simbolo del fuoco, diventa strumento per sondare angoli sconosciuti, portare alla luce, purificare. Solo quando l’Idra con tutte le sue teste viene allo scoperto, ovvero solo quando tutti gli aspetti subpersonali, i molteplici io e i coaguli energetici vengono riconosciuti, si può iniziare l’opera di distruzione, per liberare  le energie imprigionate e avviarsi verso la “trasformazione-trasfigurazione”.

Le prime armi a disposizione per questo riconoscimento, per l’esplorazione di sé, non possono che essere l’intelletto e la volontà. Le teste dell’Idra se staccate con la violenza, si moltiplicano, ma al contrario seccano, muoiono, perdono il loro alimento se portate all’aria e alla luce del sole.

Non si possono combattere i “nemici” dandogli la stessa energia di cui si nutrono, ma occorre con la chiarezza e il discernimento, trovare, con la luce di una visione più alta, il polo opposto che li neutralizzi.

Gli istinti e le passioni primarie dell’essere umano vanno compresi nella loro funzione, equilibrati e quindi le loro energie sublimate, innalzate a scopi migliorativi, di accrescimento ed evoluzione.

Finché Ercole, l’uomo-eroe che affronta con coraggio le prove, combatte con la forza irruenta l’Idra, il nemico, prende sempre più vigore, ma quando s’inginocchia e lo afferra a mani nude, senza armi esterne (egli butta via la clava), dunque senza ulteriori artifici e costruzioni,  riesce a neutralizzarlo a togliergli l’alimento, il solo modo per giungere alla vittoria.

L’azione di Ercole mostra anche che dimenandosi nel fango si cade, si affonda sempre più perdendo di vista il gesto essenziale da fare. La mente analitica che si agita, senza l’apertura di un nuovo spiraglio della parte intuitiva, si lascia trascinare dalle emozioni-pulsioni, da nuovi istinti e desideri che la soggiogano, ma fermandosi, deponendo le armi improprie al combattimento, si trova la giusta azione.

Le “mani nude” sembrano sottolineare che è solo con la semplicità, spoglia da nuovi meccanismi egoici (che farebbero nascere altre teste all’Idra), che bisogna affrontare la natura “corrotta” per risolverla. Inoltre Ercole si inginocchia e questo gesto indica l’estrema umiltà che occorre per vedere e riconoscere ciò che alberga nel buio dell’inconscio e degli automatismi; arrendersi per conquistare, comprendere per risolvere. Da questa nuova prospettiva, con il nemico ben afferrato, visto da una nuova luce (l’Idra è sollevata sul capo di Ercole), si ottiene naturalmente la vittoria.

“Rimanendo in ginocchio Ercole tenne l’idra al disopra della sua testa affinché l’aria purificatrice e la luce potessero avere il loro effetto.”

In questa ottava fatica di Ercole non mancano i 4 elementi: acqua, terra, fuoco, aria. Tutti hanno un’inequivocabile valenza di necessità vitale, in una concomitanza di azioni-reazioni, come nell’equilibrio che genera la vita e la fa espandere.

L’acqua (necessaria al fluire della vita) è imputridita dalla presenza dell’Idra (la natura inferiore corrotta intrappola l’energia) che la fa ristagnare nella terra, creando il fango pestilente; un primo fuoco (quello delle frecce, il fervore, aspirazione e volontà) è l’elemento che porta allo scoperto il mostro che si infiamma uscendo dalla tana buia; l’aria è l’elemento che agisce purificando e indebolendo la bestia, a rappresentare anche una sfera più sottile e alta di vita in cui l’inferiore degenerato non può sopravvivere. I raggi del sole (la luce della saggezza), sono l’elemento finale che estirpano e “asciugano” la radice del ristagno; l’azione di un fuoco puro, del Fuoco originale risolve e fa ascendere ad una nuova condizione di vita.

Uccise le nove teste, una sola ne viene fuori, immortale, come un tesoro nascosto, la “testa mistica”; questo particolare ricorda come sia ricorrente il simbolismo dello scrigno, del gioiello nascosto, del tesoro, del Graal, o della Principessa, che si trovano custoditi da un drago da affrontare e uccidere. Anche in questo mito non manca tale riferimento che certamente ci dice che intrappolata nella natura inferiore c’è l’energia creatrice, immortale, la vera Vita che viene così liberata.

Un importante richiamo a questa serie di significati si ha in Alchimia, in cui dalla sublimazione del mercurio grezzo si ottiene il Mercurio dei Filosofi, la pietra Filosofale.

“La testa immortale, staccata dal corpo dell’idra, è seppellita sotto una roccia. Ciò implica il concetto che l’energia concentrata che ha creato il problema rimane ancora, ma purificata, riorientata e incrementata dopo che la vittoria è stata conseguita. Questo potere deve allora essere giustamente controllato e incanalato. Sotto la roccia della volontà persistente, la testa immortale diviene una fonte di potere.”

Ercole, l’eroe che agisce utilizzando la volontà, la luce dell’intelletto e l’umiltà, ha in sé un coraggio (l’agire con il cuore) che è la base per l’inizio dell’esplorazione; la ricerca della natura nascosta richiede una forza che proviene dal centro del proprio essere, da un’apertura del Cuore.

“Ercole invoca una luce ancora più luminosa e potente di quella della mente analitica. Egli, invece di agitarsi continuamente nel pantano del subcosciente, cerca di elevare il suo problema ad una dimensione superiore. Sforzandosi di vedere il suo dilemma nella luce di quella saggezza che noi chiamiamo anima, egli l’affronta in una nuova prospettiva.”

Infine nel simbolismo delle nove teste, è possibile trarre le radici principali dei mali che affliggono la natura umana, ci si può rifare anche ai nove vizi capitali, poi ridotti a 7, ma si possono certamente riconoscere: superbia, vanità, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira, accidia, paura (codardia). Vizi celati fra le pieghe delle mille sfaccettature della personalità che covano, si alimentano e fermentano incatenando l’uomo finché non osa scendere nelle caverne e fare luce con la sua fiaccola infiammata di buona e saggia Volontà.

Bibliografia e citazioni da: “Le Fatiche di Ercole” di Alice a. Bailey

 

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Comments (0) Giu 26 2012