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Da dove iniziare a tagliare i “fili” degli automatismi

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L_uomo_Arlecchino

Se certe domande sono sorte nella nostra interiorità e porgere attenzione a quei interrogativi diventa una nostra priorità, forse è giunto il momento in cui l’intera vita imbocca una strada diversa, quella di una nuova consapevolezza che già ci dirige e se anche solo la presa di coscienza di ciò che realmente siamo rappresentasse il lavoro di un’intera esistenza, avremmo comunque trovato il nostro compito, poiché la vita altro non è che il viaggio della Coscienza.

Ora, in un primo momento avviene una crisi fatta appunto di domande senza risposta, di crolli di certezze coltivate da sempre nella propria mente, e tutto questo sembra disorientante.
Cosa si può fare per iniziare a prendere le redini dell’intero nostro meccanismo?
All’uomo nell’attuale condizione non rimane che uno strumento: l’autosservazione.

Di solito, invece, si parte da cose che non sono alla portata del momento, che non sono affatto pratiche, ma che fanno comodo alla personalità per mantenere ancora il proprio dominio e compiacersi trovando nuovi passatempi e riempiendosi di paroloni che non hanno concretezza, né sono frutto di esperienza vissuta.
Questo svia e fa solo disperdere energie. E’ quello che spesso, anche in buona fede, fanno molti “educatori” nei vari campi della psicologia esoterica o delle discipline orientali, ovvero spostano l’accento su cose che non sono alla portata dell’essere umano che ancora deve prendere dimestichezza persino con la propria mente ed emozioni, e purtroppo così facendo alimentano illusioni facendo perdere tempo e denaro!

Innanzitutto bisogna valutare bene cosa si vuole apprendere da qualcun altro e con quale modalità.
Se un insegnante cerca di trasmettere conoscenze che non ha realizzato egli stesso nella propria vita, di sicuro non ci sarà uno scambio di energie di qualità, ma si giocherà sempre sulla mente condizionabile e ammaliabile dalle immagini presentate con una certa abilità.

Inoltre, altro inciampo che è facilmente riconoscibile, è quello di un insegnante che sale in cattedra e corregge l’allievo in modo diretto, critico e analitico, sottendendo un giudizio.

Un educatore che voglia svolgere il proprio ruolo in modo utile, ha il semplice compito di trasmettere ciò che egli stesso ha compreso con la propria diretta esperienza, non farà altro! Non correggerà chi ha davanti, non salirà sul pulpito, non darà (nemmeno in modo sottointeso) un giudizio, semplicemente perché non ha alcun interesse a farlo!
Semplicemente perché se ha raggiunto un certo livello di comprensione, inevitabilmente metterà costantemente in pratica ciò che ha compreso e si porgerà pertanto in modo neutrale verso ciò che lo circonda; avrà superato il giudizio, gli schemi mentali che rinchiudono l’uomo nei recinti delle convinzioni personali e mostrerà tutto ciò con i fatti.
Nessuno può trasmettere o condividere con gli altri ciò che non ha in sé, ciò di cui non è padrone; se così non è, si assiste a mediocri imitazioni che mostrano solo il carattere ancora scimmiesco della mente umana.

Dunque, tutto quello che l’uomo può fare nell’ambito dell’evoluzione personale è diventare maestro di se stesso, mai degli altri!

Detto ciò, come iniziare questa pratica concreta dell’autosservazione?

Riprendo nuovamente le parole di Vimala Thakar:
“Dobbiamo imparare a guardare e osservare, per poterci lanciare nella ricerca; non abbiamo altro che questo atto di osservare. Ci siamo lasciati alle spalle il sentiero della conoscenza, dell’esperienza e della memoria che è il movimento del passato, cioè il condizionamento, la cui autorità non ha aiutato il genere umano in milioni di anni a liberarsi da questa agonia del costante conflitto nei rapporti. Devo osservare, devo guardare, quando il pensiero si muove. Sono capace di guardare? Sono capace di osservare? Comprendo che cos’è l’osservazione?
Questa è la mia sola risorsa. Io comprendo come osservare? Mi siedo in silenzio, comincio a osservare e noto dopo pochi minuti che l’osservazione non mi è possibile, perché nel momento in cui guardo il movimento del pensiero, si insinua nella mia mente un giudizio. La mia percezione, senza saperlo, è diventata un movimento di confronto, valutazione e giudizio.
Non è il movimento dell’osservazione, che è libera da ogni tipo di interpretazione, valutazione e giudizio.
Osservare è guardare con innocenza, guardare in un modo libero dalla reazione, osservare in un modo libero da resistenze. Ma quando osservo o guardo, in pochi minuti mi trovo a faccia a faccia con questo imponente movimento dell’interpretazione, della valutazione, del giudizio.
Ora dopo pochi minuti, quando ho il coraggio di mettermi seduta a imparare, c’è la scoperta del fatto puro e semplice che non so osservare, che non riesco a sostenere lo stato di osservazione, di attenzione non reattiva, nemmeno per pochi minuti. E’ una bella scoperta.
Mi dice che per tutta la vita mi do da fare a interpretare, valutare e giudicare. Perciò, quando dico: “Io penso”, “Io voglio”, “Io sento”, non sono io che voglio, sento o penso; è la conoscenza acquisita, la memoria e l’esperienza che stanno proiettandosi attraverso di me. […]
Quando mi siedo e comincio a osservare, vedo che non riesco, neppure per uno o due minuti, a conservare un’attenzione non reattiva, non riesco a stare in uno stato di osservazione. Cosa significa?
Significa che continua l’interpretazione, la valutazione, il giudizio. E’ un flusso; il flusso del pensiero si sta muovendo. Attraverso di me sta scorrendo il flusso del pensiero collettivo e il mio pensiero è una risposta a quella memoria, è un movimento di quel flusso del pensiero. Credevo che fosse il mio pensiero, la mia sensazione, il mio desiderio. Non c’è nulla di mio, si tratta invece di un flusso organizzato di conoscenze, valutazioni, principi, sistemi di valori. E tutte queste cose scorrono nel letto del mio corpo, per così dire.
Accorgersi che l’osservazione è sempre reattiva è una scoperta grandiosa.
Bisogna imparare a guardare e osservare; parole così semplici, che prima si credeva di conoscere e in cui si pensava non ci fosse nulla di difficile: che c’è da imparare sull’osservazione? Ma se si è onesti e sinceri ci si accorge che la semplicità è la cosa più difficile e complessa che ci sia. Ci si accorge anche di un’altra cosa: che il “me” e il “movimento del pensiero” non possono essere separati.
Qualsiasi movimento faccia il “me”, l'”io” si muove con le parole che porta con sé. Il movimento del “me” è il movimento della parola, del pensiero e di tutto ciò che il pensiero contiene. Perciò, il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose separate, ma sono la stessa identica cosa. Questa è la scoperta che interviene nei momenti di osservazione. Perciò quando osservo i miei pensieri, osservo i pensieri collettivi organizzati dall’intero genere umano e io ne faccio parte.
L'”io” è parte di questo; l'”io” non può essere separato da quel movimento. Non è più possibile conservare l’illusione che l'”io” possa esistere al di fuori del flusso del pensiero, sulle sponde del fiume del pensiero, e osservarlo dall’esterno. Non potete farlo.
Quando vi guardate nello specchio, non ci sono due entità distinte. Siete riflessi dallo specchio. Siete quello che guarda e siete ciò che è guardato. Siete l’osservatore e ciò che è osservato. Allo stesso modo la corrente del pensiero è voi stessi: voi siete quello. Il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose diverse. Sono la stessa identica cosa.
Se veramente capiamo questo fatto semplice, a quel punto ogni ambizione di cambiare me stessa, la speranza che “io” riuscirò a produrre un cambiamento in me stessa, nel mio comportamento, che “io” sarò libera, che “io” raggiungerò l’illuminazione – sapete quelle illusioni tanto care che nutriamo e abbiamo nutrito per secoli – tutto questo svanisce.
La percezione della verità sfocia nella scomparsa del falso. […]

Perciò il desiderio, l’ambizione, il bisogno di nuove esperienze, l’ambizione di raggiungere l’illuminazione, di raggiungere la libertà, tutte queste cose infantili e adolescenziali svaniscono dalla vita del ricercatore.
La ricerca ha una sua propria disciplina. E’ un movimento della vita. […]

Quando si conduce una ricerca, ciascun passo comporta un movimento che ci allontana dal falso che è nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti quotidiani. Quando imparo a osservare e l’attenzione non reattiva arriva a essere una fiamma che arde costantemente nella mia coscienza, molte cose false e secondarie svaniscono. […]

La serietà dei problemi che ci si prospettano non è un movimento incentrato sull’io volto ad acquisire qualcosa di nuovo, a ottenere qualcosa di nuovo o arrivare in qualche posto nuovo. Quando osservo e arrivo al fatto e comprendo che l’intero movimento del “me” e del pensiero è un movimento meccanico, è una ripetizione del passato, solo con una lieve modifica o specificazione, che non c’è libertà sul piano del pensiero, sul piano della conoscenza e dell’esperienza, come agisce questa verità sulla qualità del mio essere?
La struttura del pensiero ha creato l’idea di essere un induista, un musulmano o un cristiano. La divisione, la frammentazione razziale, nazionale o ideologica è una creazione del pensiero. L’idea di dividere la vita in secolare e spirituale, è una costruzione del pensiero. La divisione della vita in “me” e “non me”, è una costruzione della mente.
Ora, se il ricercatore ha visto, nella sua osservazione, che questa struttura del pensiero che scorre attraverso “me” e funziona attraverso “me” è un movimento meccanico e ripetitivo, continuerà a portarsi dietro nella propria vita quotidiana l’autorità del me?
Il ricercatore, dopo aver compreso la natura del pensiero e del “me”, sentirà di appartenere a un paese, a una razza, a una religione organizzata, istituzionalizzata? Dopo, continuerà a portarsi dietro nella vita l’autorità di qualche sistema di valori? […]

Se siamo ricercatori spirituali, religiosi, interessati a porre fine all’angoscia, al dolore, ai conflitti e alle contraddizioni, a porre fine agli squilibri e alle impurità, allora naturalmente la comprensione della natura del pensiero e delle implicazioni del movimento del pensiero sfocerà in un dissolversi di ogni forma di autorità costruita dall’uomo. Se l’autorità non muore significa che la ricerca spirituale ci interessa solo in teoria.
Ci interessa conoscere le cose piuttosto che viverle, e religione significa vivere la verità che comprendiamo. La spiritualità è l’atto di viverla, non il conoscerla.
Conoscenza, erudizione, cultura, danno lustro al cervello e al comportamento cerebrale e verbale, non trasformano l’essere umano.
Abbiamo vissuto nell’autorità della mente e del cervello per molti e molti secoli, e senza dubbio quel pensiero ha dato molte cose importanti come la scienza e la tecnologia. E siamo ora al vertice dell’era del computer. Cose meravigliose. Perciò conoscenza, esperienza, quel movimento del pensiero che reca in sé tutti i concetti, i simboli, le idee, le ideologie, hanno rilievo per la nostra vita relativamente al suo funzionamento su un piano meccanico. Ma per quanto riguarda la ricerca di cosa siano libertà, pace, amore, se esiste un’azione totalmente libera dal pensiero, se esista, una dimensione coscienziale al di là della conoscenza, per tutta questa ricerca, per questa indagine, il movimento del pensiero è assolutamente irrilevante. Capisco questo? Permetto alla libertà dall’autorità del pensiero di esprimersi e manifestarsi nella mia vita quotidiana?
Oppure divido la mia vita: questa è la ricerca religiosa e nella mia vita quotidiana come individuo concreto sono un olandese, un inglese, un indiano, un induista, un comunista, un socialista? In questo caso stiamo indulgendo a un gioco intellettuale, a un passatempo emotivo, spacciandolo per ricerca spirituale. La ricerca spirituale è una cosa seria. Non ci si può giocare a casaccio. E’ qualcosa di estremamente fondamentale.
Perciò permetto all’autorità del pensiero e a ciò che il pensiero ha costruito di scomparire completamente dalla mia vita? Non appena ho imparato a osservare e ho compreso la struttura e il movimento del pensiero, che cosa succede alla qualità della mia vita? Mi sveglio al mattino e osservo se sto facendo le cose in forza delle abitudini che sono state coltivate dalla mente e dal pensiero? Se comincio la giornata con la ripetizione delle abitudini vivo nelle tenebre del passato. Quando mi lavo i denti, mi faccio il bagno o faccio colazione in modo meccanico, quando porto a termine questi movimenti occupata in qualche pensiero, assente da quello che sta accadendo al corpo e alla coscienza, in quei movimenti disattenti c’è tenebra, non c’è libertà. Ho già accettato l’autorità dell’abitudine.

(Tratto da “Il Mistero del silenzio” – V. Thakar).

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Comments (0) Feb 23 2015

Il perché la trasformazione sembra complicata

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Fili_ingarbugliati

Mi trovavo a dialogare anni fa in maniera un po’ speculativa su argomenti di trasformazione interiore, di superamento dei propri limiti, del cosiddetto percorso spirituale. Ero in una fase in cui avevo compreso dopo anni di “giri a vuoto” nelle personali ristrette convinzioni, che a complicare il percorso intrapreso è solo la mente che ha il pieno controllo di tutto e ciò fa sfuggire che è proprio su quell’aspetto che si deve “lavorare“.

Compreso ciò, tutto mi apparve meno complicato, avevo trovato il fulcro di tutto il mio perdermi nei labirinti apparentemente senza via d’uscita. Tutto il nocciolo della questione era che non mi ero ancora focalizzata effettivamente, in maniera pratica, sul vero lavoro; mi piaceva forse più parlarne, filosofeggiare, arricchirmi a livello intellettuale, ma non facevo altro che alimentare il movimento delle rotelle che rendono l’essere umano automa, cioè, imbrigliato nei propri meccanismi automatici.

Non riuscì a far arrivare il senso della mia “scoperta” all’interlocutore che per tutta risposta mi beffeggiò con ironia insinuando che era l’esatto opposto, cioè, secondo la sua ottica, più si va avanti e più si complica tutto.

La dimostrazione che la mia comprensione mi fu utile è che mi misi a praticare ciò che avevo intuito che occorreva fare, smisi di farmi distogliere dalle chiacchiere della mia stessa mente e da quelle altrui.

Quel dialogo mi fu d’aiuto nell’osservare come nell’ordinario si parla senza alcuna cognizione di ciò che si dice e senza aver sperimentato di prima mano le affermazioni che si fanno. E’ un tranello in cui si cade continuamente e peraltro inevitabile se non si conoscono altri modi di interloquire e di ragionare se non quelli di basarsi sulle concettualizzazioni “incollate” e “rimodulate” nella mente.

Alcune personalità che hanno parlato della loro comprensione acquisita con vera pratica, per fortuna, hanno lasciato testimonianza nei loro scritti e incontrarli anche solo per il tramite di un libro, trasmette un’energia di qualità differente da molte speculazioni che sovente si trovano magari dietro l’angolo di casa.

Vimala Thakar, questa saggia indiana, forse meno conosciuta rispetto ad altri maestri, ha una sensibilità particolare nel raccontare e nel trasmettere la sua comprensione, la sua viva esperienza, ed è una di quelle personalità illuminate che hanno fatto la differenza.
Quando lessi i suoi scritti la prima volta non ne colsi subito l’intensità, mi occorsero più letture intervallate per apprezzare meglio il messaggio che inviano.
Ad esempio, riguardo alla difficoltà di una trasformazione interiore, Vimala Thakar così si esprime:
“La libertà non è difficile da raggiungere. La trascendenza, dall’energia condizionata al regno dell’energia incondizionata, non è nulla di misterioso. La trasformazione che avviene nel contenuto della psiche non è una cosa straordinariamente difficile, fuori dalla portata di un essere umano ordinario come voi e me, ma il punto è: noi amiamo il piacere. Possiamo prendere le distanze dai piaceri del corpo sul piano tangibile, fisico, grossolano, ma siamo talmente attratti, innamorati del piacere delle emozioni, dei sentimenti, delle sensazioni, delle esperienze, che accettiamo l’autorità del passato.
Senza accettare l’autorità del passato, sperimentare non è possibile. Perciò accettiamo l’autorità del passato, accettiamo l’autorità della mente, dell’io-coscienza, e continuiamo a muoverci orizzontalmente da un campo di esperienza a un altro. C’è un modo di uscirne? E se c’è, come ci si pone? Prima di tutto ne sento il bisogno?“.
(Tratto da “Il Mistero del Silenzio”- V. Thakar)

Vimala pone dei quesiti ai quali per rispondere occorre iniziare a praticare su di sè. Prima di tutto bisogna che alcune domande sorgano nella propria interiorità e con una tale forza da pressare per ottenere tutta l’attenzione e una possibile risposta.
Alcune volte ad una prima spinta iniziale, possibilmente dovuta ad una crisi momentanea, segue un placido accomodarsi nelle abitudini e nel conosciuto e Vimala sottolinea: “il punto è: noi amiamo il piacere.”
Quando le abitudini e ciò che conosciamo non hanno più una presa tale su di noi da distoglierci dall’esplorazione interiore, si può davvero dire che prendiamo sul serio il percorso di trasformazione, che l’automatismo che è l’unica cosa che ci ha fatto vivere fino a quel momento, non è più sufficiente.
Lì c’è il momento in cui occorre forse il maggior coraggio: guardarsi allo specchio senza più veli e far crollare immagini costruite da milioni di anni di eredità atavica.

Burattini

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Comments (0) Feb 14 2015

Sapere cosa si vuole…

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autosservazione

Soffermandosi ad osservare le tendenze del momento è possibile constatare che da molti anni proliferano le pratiche, i corsi e le associazioni psico-spirituali, pseudo-esoteriche; le parole “yoga”, “meditazione”, “illuminazione”, “trascendenza”, “realizzazione”, abbondano e servono per attirare chiunque sia attratto dall’ignoto, dal mistero o dall’acquisizione di un qualche potere che possa innalzare dalla condizione di routine e mediocrità quotidiana, azzittendo le frustrazioni a cui più o meno ogni essere umano va incontro nella vita.

In tutto questo si perde il punto focale, tanto semplice eppure arduo da comprendere, proprio perché in fondo chi si “stordisce” in mille direzioni e acquisizioni di pratiche, orgoglioso di riempire il proprio curriculum vitae, non ha ancora chiarezza su cosa veramente cerchi o desideri; purtroppo ingurgitare concetti e alimentare tutto il repertorio di complessi, paranoie e nevrosi che nascono dalla condizione di insoddisfazione personale non aiuta, ma a volte aggiunge un ulteriore fardello.

Si tratta di un’esperienza più frequente di quanto si immagini; ancor prima di accorgersi di quanto si rimanga irretiti da certi sistemi che giocano sulle debolezze comuni al genere umano, si trascorre un tempo che varia da persona a persona, sprecando le proprie energie e offuscando la coscienza dalla direzione originale.

Ma, e se, balena il dubbio che forse ci si ritrova sempre al punto di partenza e che tutti i corsi e le ore di seminari ammassate nel girovagare qua e là, non sono serviti poi a molto, la domanda da porsi è: Cosa voglio veramente?

Su questa domanda occorre riflettere molto profondamente e non dare risposte superficiali o istintive, solo così si può innescare un importante processo di conoscenza interiore che può far uscire da certi “vicoli ciechi”.

E’ l’inizio dell’autosservazione, fondamentale e indispensabile per avviare una trasformazione.

“Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.” (Gurdjieff)

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Meditazione: la scoperta dell’Essere

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Meditazione_dell_Essere

In qualunque modo ci si avvicini ad un percorso di armonizzazione delle proprie istanze psicologiche, del proprio sistema biopsicofisico e spirituale, si praticherà una qualche tecnica di meditazione (spesso definita “yoga”).

In Occidente si è diffusa più che mai la terminologia e la pratica meditativa, ma molto frequentemente senza aver ben chiara la differenza fra vera meditazione e tecniche di concentrazione.

In India, nella lingua sanscrita, ci sono due termini per distinguere concentrazione da meditazione e sono: dharana e dhyana.

Dharana che significa “tenere l’attenzione” e viene quindi tradotto come concentrazione, in effetti è il termine più esatto per indicare le varie pratiche meditative che si approcciano come esercizio nelle diverse discipline e percorsi.

Dhyana che si traduce con “meditazione“, è inteso come uno stato di consapevolezza che prescinde dal mero esercizio fisico e mentale di focalizzazione su pensieri e visualizzazioni o sul liberare la mente da ogni contenuto per giungere al silenzio.

L’esercizio di concentrazione è pertanto da considerarsi un allenamento, una forma di autoeducazione e di allineamento fra psiche e corpo che può essere fondamentale anche per trascendere lo stato di coscienza ordinario e limitato dalla configurazione della propria personalità.

Partendo da tali precisazioni è determinante non confondere lo scopo e il significato della vera meditazione, che più che un esercizio è una condizione vigile, ma naturale, della coscienza che ha ritrovato (riscoperto) lo stato dell’Essere.
Meditazione in tal senso è lo stato di autoconsapevolezza e unione con la propria essenza.
Meditazione è una condizione che esula dai limiti dello spazio-tempo, poiché è connessione permanente con ciò che è oltre le concettualizzazioni mentali.

Una nota saggia indiana, Vimala Thakar, ha lasciato testimonianza della sua esperienza di meditazione ed ha dato un grande supporto nella comprensione di tale stato, che lei stessa, così come tutte le antiche tradizioni fanno, incita a sperimentare, a vivere in prima persona senza inganni e senza dogmi, partendo dallo smascheramento dei limiti che comprimono quella naturale condizione cui l’uomo tende.

In un discorso tenuto a Matheran nel novembre del 1971, Vimala dice:
Dhyana o meditazione è lo stato in cui c’è una consapevolezza senza sforzo e senza scelta di, che la vita è dentro e intorno a noi.
Si tratta dunque di uno stato, di un modo di essere, non di un’attività. […]
Si può crescere fino a fiorire in tale stato. La meditazione, in altri termini, è vivere in un’attenzione dinamica, in una consapevolezza dinamica di ciò che la vita è: è un movimento disinibito, incondizionato della coscienza individuale, in armonia con il ritmo della vita universale.
Vorrei dunque disinfestare la parola meditazione da tutta una serie di associazioni. E’ un movimento non cerebrale, un movimento della coscienza individuale, ma non del cervello condizionato, non di quella parte del cervello che è inibita dal condizionamento derivante dall’educazione, dalla cultura, dalla civiltà e dai fattori socio-economici della vita. Il cervello, un organo fisico, una parte dell’organismo biologico, è tanto condizionato quanto il resto dell’organismo fisico. Esistono schemi cerebrali di comportamento. C’è una specie di corpo cerebrale cristallizzato, un corpo psicologico. E’ invisibile e si esprime attraverso parole, movimenti fisici e così via.
La meditazione è un movimento non cerebrale della coscienza umana, in armonia con il ritmo della vita interna, esterna e circostante. Non può costituire un mezzo rivolto a un fine. La concentrazione può essere un mezzo per un fine. La concentrazione può rilassare i nervi, lenire la psiche travagliata, creare un equilibrio chimico nel corpo; stimolare poteri latenti della mente ed esperienze non sensoriali. Tutto ciò può accadere attraverso la concentrazione. E chi vive in una società altamente industrializzata, sottoposto ogni giorno a una tremenda tensione nervosa, pressato da una molteplicità di stress neurologici e chimici, ha veramente bisogno dell’arte della concentrazione, di sviluppare poteri, di acquisire esperienze, di acuire e rafforzare la sensibilità, di affinare e purificare gli organi cerebrali. Se si vuole, si può seguire questa via. Ma può darsi che la concentrazione volta allo sviluppo dei poteri non porti a una trasformazione radicale della qualità della vita, non abbia alcuna presa sul tessuto della nostra relazione con gli altri esseri umani.
La concentrazione può dunque stimolare poteri, esperienze, rendere potente una persona, e a chi è nei guai, a chi è stanco di piaceri sensoriali, a chi vive in una sicurezza economica e politica, piace molto girovagare nei mondi astrali, nell’occulto, ottenere esperienze non sensoriali, acquisire poteri trascendentali e così via. E’ un gioco, una gara nel mondo extra-sensoriale, e lo spirito di avventura crea una compulsione interna a cercare tali esperienze. Nulla di male, premesso che si abbia ben chiaro il proprio scopo. La vita è fatta per avventure ed esplorazioni. La concentrazione non ha assolutamente nulla a che fare con la religione, la spiritualità, la scoperta della Verità, la meditazione, la Liberazione o il Nirvana. Va nella direzione assolutamente opposta: rafforzare la coscienza dell’io, ampliare la sfera delle esperienze e approfondire la sfera della penetrazione cerebrale. Perciò bisogna disilludere la propria mente su che cosa sia la meditazione. Essa non implica alcuna avventura romanzesca. E’ un trascendimento del cervello condizionato. E’ la crescita di una persona verso una dimensione della coscienza interamente nuova dove l’esperienza di sé giunge a termine; dove chi esperisce, la coscienza dell’io , dell’ego, è mantenuta in completa sospensione, in totale acquiescenza; dove i confini spazio-temporali in cui la coscienza dell’io si muove di momento in momento, si dissolvono nel nulla; dove la dualità giunge a termine; e la frammentaria relazione di soggetto-oggetto con la vita viene completamente a cadere.

A meno che non si abbia l’urgenza di scoprire che cosa c’è al di là della mente, di trovare ciò che è al di là del cervello condizionato, al di là di chi esperisce e dell’atto di esperire, al di là dell’atto di osservazione e dell’osservatore, del pensiero e di chi pensa, ciò che è al di là di spazio e tempo, al di là di tutti questi simboli, al di là dei comportamenti cerebrali; a meno che non ci sia l’innata passione di cercare di scoprire per conto proprio, non si sarà equipaggiati per vivere la via della meditazione.

La meditazione è un modo di vivere totale, non un’attività parziale o frammentaria. Non so se, a questo proposito, esista un punto di vista orientale o occidentale. La vita non è né occidentale né orientale. La vita è semplicemente Essere. Semplicemente è. I confini di razza, nazione e religione, le frontiere di tempo e spazio sono assolutamente irrilevanti per la vita e il vivere.”

(Tratto da: “Il Mistero del Silenzio” – Vimala Thakar – ed.Ubaldini Editore)

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Ogni cammino di saggezza inizia da qui.

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Spirito_materia

Sempre più spesso capita di ritrovarsi a cadere nell’equivoco che genera l’illusione che un cammino spirituale o di saggezza debba significare ascetismo, alienazione dalla condizione umana o rifiuto del quotidiano e della materialità.

L’errore più grossolano, che anche dopo anni di impegno verso un percorso di “liberazione”, può creare un blocco o una deviazione verso forme estreme di pratiche è appunto quello di partire da una visione “superficiale” e mal compresa di ciò che la Tradizione metafisica (unica anche se espressa in più linguaggi o forme) vuole trasmettere.

Un maestro dei giorni nostri come Arnaud Desjardins mette “in guardia” da simili abbagli e sintetizzando gli insegnamenti di Oriente e Occidente, apre un punto di osservazione obiettivo su cosa significhi “cammino spirituale o realizzazione” e soprattutto su come concretamente si possa iniziare tale percorso e portare avanti senza reprimere ciò che fa parte di un tutt’Uno rappresentato dall’essere umano, la manifestazione e i piani spirituali.

Ancora una volta un maestro a chiare lettere ci dice che la prima e l’ultima cosa da mettere in atto è il “Conosci te stesso” nel “qui e ora”, eliminando la scissura fra materia e spirito che invece è il principale inciampo di ogni aspirante che travisa l’insegnamento metafisico.

Ecco uno stralcio di quello che Arnaud Desjardins esprime nella sua testimonianza sul Cammino:

“Il Cammino si rivela sempre di una straordinaria semplicità, ma purtroppo il nostro mentale è incredibilmente complicato.
Oggi mi è difficile ricordare tutte le volte che Swamiji disse “Truth is so simple”. Allora trovavo questa frase quasi irritante. Adesso sì, sono d’accordo. Ma per anni queste parole mi hanno dato fastidio. Come poteva dirmi tranquillamente: “La verità è così semplice, Arnaud, la verità è così semplice”, mentre io mi dibattevo nelle mie contraddizioni, le mie incomprensioni, le mie sofferenze?
Che cosa cercano gli esseri viventi? Che cosa cerchiamo tutti noi? Di essere felici, unicamento questo. Le parole ‘felicità’ o ‘essere felici’ sono anche più importanti dei grandi termini della metafisica: Saggezza, Risveglio, Liberazione. Tutto il problema di vivere sta nel fatto che il desiderio fondamentale, che in seguito può assumere migliaia di forme diverse, è quello di questa idea centrale: felicità, gioia, piacere, contentezza, soddisfazione, e i loro opposti: infelicità, tristezza, dolore, scontento, delusione. C’è una felicità fisica, cioè l’essere in salute, il sentirsi bene nel proprio corpo. C’è una felicità emotiva, che fa sentire come una dilatazione nel petto. E poi ci sono le soddisfazioni intellettuali (la gioia che si prova nel compiere una ricerca, nel leggere un libro appassionante) che ci vengono dell’uso dell’intelligenza. Sappiamo anche della gioia che può dare l’espansività sessuale, e il suo contrario, la sofferenza, quando esiste una corrispondente delusione.
Il cammino della saggezza è, in ultima analisi, il cammino della felicità; la scienza esoterica è la scienza della felicità. E’ facile ma anche doloroso osservare il rapporto fra questa aspirazione generale alla felicità (che esiste anche nelle forme di vita inferiori) e la realtà delle esistenze intorno a noi. Quanto alla vostra esistenza personale, dovete ammettere che spesso siete infelici, o in ogni caso mai così felici come vorreste essere.
Il sanscrito usa due termini piuttosto conosciuti, ma i lettori di libri sull’induismo non sempre ne colgono la differenza. Uno è ‘ananda’, generalmente tradotto da noi con ‘beatitudine’ (c’è poi da mettersi d’accordo su ciò che si intende per beatitudine). L’altro termine è ‘sukha’ (piacere), l’opposto di ‘dukha’ (dolore). Un famoso detto del Buddha afferma: ‘Sarvam dukham’, tutto è sofferenza. Sukha, al contrario, significa il piacere e una certa forma di gioia che definiremo meglio in seguito. E qui c’è una grande differenza.
Infatti, se il desiderio di felicità è il motore essenziale di tutta la vostra esistenza dovunque e comunque, in generale non sapete come gestirlo né come porvi in rapporto ad esso. L’essere umano non è granché portato a distinguere tra felicità non-dipendente, che proviene dal profondo di noi stessi ed è relativa all’essere, e la felicità che dipende dall’avere, da ciò che la vita ci dà o non ci dà, che ci concede o ci toglie, vale a dire da condizioni piacevoli o da condizioni spiacevoli.
L’essere nel dualismo ha come conseguenza il fatto di non poter essere completamente distesi, proprio perché si è soggetti (non solo fisicamente, ma anche psichicamente) all’attrazione e alla repulsione, a ciò che desideriamo e a ciò che rifiutiamo. Si può essere distesi in tre modi: il primo è unirsi a ciò che ci piace (prenderlo, possederlo), il secondo è distruggere ciò che rifiutiamo, ciò che ci fa sentire il nostro limite, il terzo è fuggire ciò che si rivela causa di sofferenza. In questa tensione (intesa come non-distensione) che si presenta sotto forma di desiderio di possesso, di distruzione o di fuga, c’è sempre la ricerca di uno stato felice.
Il Buddha ha detto: “Essere separati da ciò che si ama è sofferenza. Essere uniti a ciò che non si ama è sofferenza”.Voi siete convinti di non essere felici perché non siete ‘uniti a ciò che amate’, di qualunque cosa si tratti. Può essere l’amore fra un uomo e una donna, ma possiamo anche essere uniti a una situazione, per esempio fare un certo lavoro, o uniti a un titolo, come Cavaliere del lavoro o presidente di un consiglio d’amministrazione. Finché non sarete uniti al compimento di questi desideri non potete considerarvi completamente felici. Di conseguenza la vostra felicità non è sentita ‘qui e ora’ ma è proiettata nel futuro: “Sarò felice quando ciò che chiedo mi sarà dato”.
Al contrario, nelle altre due modalità io sarò felice quando sarò liberato, sbarazzato, da ciò che non mi piace, sia che riesca a distruggerlo, a farlo sparire materialmente o simbolicamente, sia che riesca ad allontanarlo o a sfuggirlo.
A volte soffrite perché siete effettivamente uniti a ciò che non vi piace o non vi piace più: una situazione, un lavoro, una malattia, un marito o una moglie. Oppure perché avete paura che un timore possa davvero concretizzarsi; sarete perfettamente felici solo quando questo timore, qualunque aspetto della vita riguardi, non avrà più nessuna possibilità di realizzarsi, cioè quando sarete completamente rassicurati.
Tutte le situazioni della vita e tutti gli stati d’animo entrano inevitabilmente in una di queste tre forme di tensione: la tensione ‘verso’ (unirsi) o le due tensioni ‘contro’ (distruggere, fuggire). La tensione non è mai sentita come una condizione felice, a meno di avere la certezza che quella tensione stia per rilassarsi, che stia per portare a uno stato di pace. Potete essere felici nella tensione solo se contiene la promessa di un momento di felicità futura, per esempio quando sentite un intenso desiderio con la certezza che riuscirete a realizzarlo. La prova ne è che se un fatto imprevisto sconvolge questa vostra certezza, la tensione diventa di colpo dolore.
In generale la tensione è sentita come sofferenza. Affermare che sempre, in ogni circostanza, tutti gli esseri viventi cercano la felicità sotto questa o quell’altra forma, equivale a dire che cercano il ritorno all’assenza di tensione, nuova tensione, rilassamento di questa tensione. Cercate esempi nella vostra vita, situazioni di cui vi ricordate, o che state vivendo ora, o che vi si presenteranno nei prossimi giorni.
Se siamo totalmente distesi fisicamente, emotivamente, mentalmente proveremo quello stato chiamato ‘ananda’.
Ecco cosa bisogna capire bene su questo stato tanto discusso. Ananda non designa solo la beatitudine suprema. La beatitudine suprema, quella del saggio, Swamiji la chiamava ‘amrit’, che significa ‘immortalità’ o ‘non-morte’. Fra i diversi rivestimenti che ricoprono il Sé, i diversi ‘kosha’, ce n’è uno estremamente sottile, estremamente tenue, ma classificato comunque come kosha: l’ananda-mayakosha, il rivestimento più interno, il più trasparente alla luce del Sé.
Anche se non siete ancora vicini a questa luce del Sé, la cosa vi riguarda perché tutti voi, che siate impegnati in un cammino spirituale o lontani di mille miglia, avete il desiderio di ananda, di questa assenza di tensioni, di questa libertà dalle paure e dai desideri in grado di farvi ritornare a voi stessi. Non attratti né respinti, ci ritroviamo stabili nel nostro essere reale, non dipendente dalle circostanze: ‘io in collera’ non è davvero ‘io, e neppure ‘io pazzo di gioia’, perché se mi piomba dal cielo una brutta notizia sarò di nuovo triste. Questi stati variabili, instabili, sono modi della superficie del nostro essere. E quando torniamo a noi stessi proviamo ananda. Invece suka, felicità (come opposto di infelicità), corrisponde a ciò che si prova quando si è identificati con un piacere, una gioia, cioè quando siete presi da un’emozione momentanea.
Anche se può sembrarvi un po’ teorica, questa definizione fra sukha e ananda ha un’utilità concreta per capire come funzionate e che cosa cercate. Quando un’emozione si impadronisce di noi, possiamo sentirci furiosi, scontenti, disperati, oppure contenti, allegri, pazzi di gioia, ma senza provare la vera distensione che genera il ritorno a se stessi. Imparate a distinguere queste due forme di felicità che vi sono generalmente accessibili. Provate a sentire su voi stessi la differenza di livello che esiste fra sukha e ananda, perché la vostra esistenza possa diventare il cammino della libertà.
E’ possibile che siate in genere felici. Ma di che felicità si tratta? Se si tratta semplicemente di ‘felici’ come contrario di ‘infelici’, non siete ancora stufi di questi stati d’animo su cui non avete nessun potere, tanto sono legati a situazioni contingenti? Anche se avete qualche piccolo potere di creare situazioni felici ed evitare situazioni infelici, in realtà non avete nessun potere sull’emozione in se stessa.
E’ anche possibile che vi sentiate in uno stato felice, calmo, che emana dalla profondità del vostro essere. Certo, al punto in cui siete sul cammino non è uno stato definitivo, ma la sua qualità si rivela diversa. ‘Io sono’: se poteste ESSERE, semplicemente e nient’altro, senza che venga aggiunto “sono allegro o sono triste”, sareste felici in quanto completamente distesi. La felicità è inerente all’essere. Tutti coloro che hanno fatto un minimo di progresso in una via spirituale lo sanno. Man mano che le agitazioni, gli affanni quotidiani dell’esistenza diminuiscono, e ogni volta che si riesce a ritrovare il silenzio interiore, anche in assenza di gioie occasionali o di condizioni eccezionali, si prova uno stato di pienezza. Solo il mentale può credere che sia uno stato opaco e monotono, e che manchi il sale della vita se non ci sono eccitazioni e soddisfazioni esteriori.
In tutti voi c’è questa aspirazione a una molteplicità di esperienze: è anche per questo che ci si reincarna innumerevoli volte. Le vostre richieste, aggiunte alla convinzione di non poter essere felici senza ciò che vi viene dato dall’esterno, vi inducono a scegliere la dipendenza. Ma quando un desiderio è soddisfatto, cominciate a pensare: “Che cosa succede in me? Qui e ora mi sento felice, ma forse sono felice solo perché la soddisfazione di quel desiderio o la sparizione di quella sofferenza mi ha semplicemente ricondotto a me stesso, e perché trovandomi nello stato di non-desiderio e non-paura, di non-attrazione e non-repulsione, mi ritrovo stabilito nel cuore di me stesso”. Con l’esperienza arriverete molto presto a riconoscere questo stato. E’ fondamentale per voi riuscire a distinguere la differenza tra il piacere che riguarda solo la periferia di voi stessi, e la gioia che emana dal cuore della vostra coscienza.”

(Tratto da: “La Via del Cuore” – Arnaud Desjardins – pagg. 113-116.)

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Rimanendo testimone di Wolter Keers

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Periodico Vidya – Ottobre 1997 – Rimanendo testimone – di Wolter Keers (Mountain Path Gennaio 1979).

D. Potreste spiegarmi il fenomeno di Sri Ramana Maharsi, che apparentemente ottenne l’illuminazione del tutto spontaneamente, senza fare alcunché?

R. Nessuno può dare una spiegazione delle cose. Le cose sono come sono e non c’è niente da spiegare. La sola cosa possibile è mettere in evidenza la ragione per cui sembra di non essere a conoscenza di ciò che siamo.

D’altra parte ci sono alcune cose che sono del tutto ovvie. Quando, a diciassette anni, Venkataraman fu preso dal panico e sentì che stava per morire avrebbe potuto precipitarsi dal dottore e chiedere un tranquillante, cosa che la grande maggioranza di noi avrebbe fatto. Ma già a quell’età egli era talmente maturo che accettò e si arrese al panico senza fuggire. Il che sta a dimostrare che era un ragazzo molto coraggioso. Lasciò che il panico lo investisse, si stese sul pavimento, e si abbandonò a ciò che sembrava inevitabile: «Io sto per morire. Che cosa sta veramente accadendo?».

In altre parole, egli si ritirò spontaneamente dalla sua individualità e assunse la posizione del Testimone.

È importante riconoscere che, in questo modo, egli rinunciò a ogni desiderio di continuare a vivere nel tempo e nello spazio. Poi, come tu dici, l’illuminazione sopraggiunse senza che ci fosse bisogno di fare qualcosa, ed è inevitabile che sia così. Infatti, la realizzazione avviene solamente quando smettiamo di fare qualcosa, quando dimentichiamo il “facitore” in noi, frutto di proiezioni, e rimaniamo “testimoni” di ogni evento che appare e scompare. Inoltre egli adottò il “punto di vista del Testimone” nel momento più critico fra tutti: quando il panico che giace alla radice dell’individualità si precipitò su di lui.

Questo è forse l’aspetto più sorprendente dell’intera storia. Infatti il panico, così comune tra chi pratica la concentrazione, la meditazione Zen e altre discipline, è così radicale che solamente un uomo su un milione riesce ad accettarlo. Normalmente, la presenza di un Guru è indispensabile per superare una paura così acuta, ma sembra che non sia stato così nel suo caso.

Questi sono gli aspetti tangibili: l’arrendersi all’inevitabile, senza il desiderio di modificarlo o di scansarlo; l’aver adottato la posizione del Testimone, e l’assenza del desiderio di continuare a vivere. Quest’ultimo aspetto è forse il più illuminante.

Ognuno di noi può utilizzarlo per verificare la propria posizione: c’è in me il desiderio di durare, di continuare a vivere? Sento che c’è ancora parecchio da fare, da godere? Nutro ancora delle speranze per qualcosa? La speranza è uno degli alibi più sottili. Io spero che, se faccio la sådhanå nel giusto modo, mi realizzerò in tre o cinque anni…

Con tale atteggiamento, che implica assegnare altri tre o cinque anni alla mia ignoranza, alla mia individualità o ego, rendo virtualmente impossibile il riconoscimento che sono l’ultima realtà anche ora. La speranza implica il desiderio di continuare nel tempo; essa implica che accetto la credenza che sono un’individualità proiettata, un’immagine, che sta vivendo attraverso gli anni. La speranza, in altre parole, diviene un ostacolo, un alibi.

Ciò che sono deve sempre essere qui e ora, e non c’è niente nel futuro in cui riporre speranze. Se quello che sono non è qui e ora, ciò implica che non sono realmente “Io”, poiché ciò che sono non può essere mai separato da me, come il calore non può essere separato dal fuoco, o la forma dalla visione.

Così questo straordinario ragazzo non sperò per il meglio, non sperò che tutto potesse finire bene ed essere in grado di cenare quella sera. Egli non tentò nemmeno per un attimo di fuggire; si stese sul pavimento, senza cercare di difendersi e consentendo alla morte di portare a termine il suo compito.

Questo è l’atteggiamento a cui la verità, la libertà, o Dio, o in qualunque modo preferiamo chiamarla, non può resistere, accettazione totale senza alcun desiderio di modificare qualcosa, fosse pure la morte. Questo atteggiamento può condurre a una cosa sola: alla completa libertà, che è chiamata realizzazione del Sé. Se la paura più definitiva e più profonda è accettata in modo così totale, per cui ti abbandoni a tutto ciò che possa succedere, niente altro potrà trattenerti. L’ego non potrà più ricattarti, e niente ti potrà più spaventare, poiché niente è più spaventoso della morte. Questa totale resa e l’assenza del desiderio di continuare a vivere, sono qualcosa che vale la pena di esaminare.

Noi tutti desideriamo ciò che nel nostro ambiente è conosciuto come realizzazione del Sé. Ma chiariamo subito questo punto: colui che desidera è l’individualità. Ciò che siamo, non sa che farsene del desiderio. L’io, l’individualità desidera la realizzazione, ma l’individualità non può sapere cosa significano queste parole. L’individualità, o ciò che va sotto tale nome, appare a livello di immagini, pensieri, sentimenti, concetti, e a quel livello la libertà diviene un’idea, un concetto. Però la libertà non ha niente a che vedere con i concetti.

Dal punto di vista delle immagini, la libertà o il Sé è qualcosa di completamente sconosciuto, in altre parole: il Sé è un qualcosa la cui esistenza non può mai essere accertata dalla mente. Esso è totalmente nuovo, totalmente ignoto e inaspettato. Ecco perché ciò che si chiama la realizzazione del Sé rappresenta la morte del vecchio, del noto.

D. È possibile prendere nota degli eventi come loro Testimone, senza tuttavia accettarli? L’omicidio e la violenza non rimangono comunque inaccettabili in tutte le circostanze?

R. Per accettazione io intendo la disponibilità a guardare qualcosa. Qualche tempo fa, una signora venne qui con certi problemi familiari. Ella disse: «Io ho fatto ciò che mi avete proposto e ho osservato tutto ciò che avveniva. Ma non mi ha aiutato molto, e devo confessare che osservo ogni cosa con un certo disgusto».

Questo, naturalmente, non è ciò che intendiamo per accettazione e osservazione. Ella aveva proiettato un osservatore dei suoi pensieri e dei suoi sentimenti. Ma ciò che avrebbe dovuto osservare erano precisamente quei movimenti personali, del tutto intimi, all’interno della sua psiche, come il disgusto che aveva menzionato.

Accettazione non significa approvare o disapprovare. Significa solamente accettazione dei fatti. L’accettazione del fatto che ci sono assassini, che c’è violenza, indipendentemente dal nostro piacere o dispiacere. Ma osservare le cose esterne non aiuta molto. Ciò che va osservato è quello che avviene dentro di noi: la nostra paura, i nostri desideri, la nostra irritazione, la nostra gelosia. In breve tutto ciò che sentiamo come conflittuale con l’armonia. I modi sottili o subdoli di difesa dell’io, quando sono osservati oggettivamente, si rivelano semplici fenomeni. Noi possiamo vederli e osservarli così come guardiamo un film. All’inizio saremo tentati di unirci al loro flusso, ma gradualmente arriveremo a poterli osservare senza esserne coinvolti. Un mio amico ha paragonato questo modo di osservare a una sfilata di moda: tu siedi in una comoda poltrona e vedi la sfilata delle modelle che mostrano un vestito dopo l’altro. Ma non salti sul palco con un paio di forbici per modificare i vestiti in mostra! Tu guardi e questo è tutto!

Se volessimo formulare esattamente che cosa sia l’accettazione, potremmo dire che consiste nel permettere a ogni cosa che sorge all’interno di mostrare se stessa chiaramente e senza interferenze o giudizi da parte nostra, nella consapevolezza che noi siamo. Molto spesso ciò è abbastanza facile: senza sforzo possiamo consentire a una stanchezza fisica o a un dolore di rivelarsi. Poi potremmo prendere nota di piccole irritazioni quando qualcuno ci fa qualcosa di sgradevole. La pratica dell’Osservatore diviene più difficile solo quando noi siamo preda della paura o della vergogna. In tali circostanze tendiamo a rimuovere certi ricordi e certi sentimenti. Così vedremo che qualsiasi cosa insensata che possiamo aver fatto, al momento era il meglio che potevamo fare; il motivo fondamentale, anche per la paura, è la ricerca dell’amore e della felicità. Quando ciò è visto chiaramente, siamo pronti a dimenticare noi stessi e ad accettare la nostra vergogna e paura, permettendole di rivelarsi all’occhio interiore della consapevolezza. Quando rifiutiamo certi sentimenti e ricordi, noi creiamo un ego che sente che deve proteggersi, ma quando permettiamo alle cose di accadere senza interferire allora non c’è ego: c’è solo la coscienza in cui i sentimenti sorgono e passano, in cui i pensieri vengono e vanno. Noi siamo allora il Testimone. Là in quel preciso non-luogo, in quel preciso non-momento vi è la porta, per così dire, tra sogno e illusione da una parte, e ciò che viene chiamato il Sé dall’altra. Ciò che noi siamo, il Sé, è dietro la schiavitù e la liberazione.

D. Si dice che quando la mèta è raggiunta, tutti i sentieri si incontrano. Ma nel caso di Sri Ramana Maharsi non si trova traccia di altri sentieri. Più tardi non fu possibile dire se egli era principalmente un perfetto jñåni o un perfetto bhakta, Conoscenza o Amore. Egli ovviamente fu entrambi allo stesso tempo. Ma in questo racconto ancora non c’è traccia di qualcosa simile alla bhakti.

R. Non essere fuorviato dalle apparenti lacune del racconto. Questa realizzazione del Sé non avrebbe mai potuto avvenire se questo straordinario ragazzo non avesse avuto un cuore pieno d’Amore. Se egli non avesse amato il suo corpo, non avrebbe potuto mai lasciarlo andare, se non avesse amato la sua psiche, non avrebbe potuto abbandonarla.

D. Spesso lei ha detto che per “Amore” non intende il sentimento.

R. Infatti, e può essere utile eliminare qualche fraintendimento. Quando ami o quando sei felice, che cosa avviene?

L’evento che noi chiamiamo: “io sono felice” consiste di due parti. Una è la parte fondamentale: noi siamo la stessa felicità, la libertà stessa, al di là del sentimento; ma normalmente siamo ammaliati dai pensieri, dal senso dell’io, dai sentimenti dell’io e da altri oggetti che appaiono e scompaiono e l’armonia che noi siamo non viene percepita, ci sfugge. La tensione del corpo sorge nel momento in cui ci vediamo come un oggetto, un io.

Ma ciò che avviene quando dici: “io amo” o “io sono felice” è che per un momento tutte le identificazioni svaniscono. Come risultato, tutte le tensioni cessano e l’accumulo di energia del corpo viene liberato. Quella è la parte sensibile dell’evento: sentiamo il calore e la radianza in petto, e così via. Normalmente noi consideriamo quello come amore, ma in realtà il sentimento è solo un sintomo di ciò che l’Amore veramente è, un effetto, il risultato di far cadere tutte quelle strane idee che avevamo di noi stessi. Ogni idea su noi stessi è comunque un’idea strana. Pensare di essere buoni è altrettanto assurdo che credere di essere cattivi. Tu non sei una nozione, una opinione, qualcosa di accettabile o di non accettabile. Ma per poter andare dietro le apparenze, dobbiamo iniziare con l’accettazione, vera accettazione, di là dalle opinioni di buono o cattivo, e consentire alle cose di apparire nella loro completa nudità, nella luce della coscienza, senza alcuna interferenza o giudizio da parte nostra. Nel momento in cui assumiamo questa posizione, spontaneamente viviamo l’aspetto di “testimone” dell’ultima Realtà. E quindi gradualmente il nostro sacco si svuota, le paure e i desideri terminano la loro piccola danza perché svaniscono nella consapevolezza che noi siamo, e alla fine rimane la sola consapevolezza. Non è qualche cosa che debba essere ricercato o ottenuto. Noi siamo la consapevolezza anche ora. La sola cosa che la sådhanå consente, è di sbarazzarsi dell’idea che noi siamo qualche cosa di diverso dalla consapevolezza. Quando questa idea se n’è andata, immediatamente ci imbattiamo nella coscienza o la coscienza sembra penetrarci, o anche esplodere in noi. Non dobbiamo fare assolutamente niente affinché questo non-evento avvenga.

Quando la libertà è resa possibile, essa avviene. Essa è resa possibile accettando ciò che noi supponiamo di essere, guardandolo attentamente e poi lasciandolo andare. Quando vediamo che non siamo mai stati ciò che credevamo d’essere, tutte le idee ci lasciano, e ciò che rimane è ciò che siamo. È molto semplice. Ma questa silenziosa vigilanza, questo profondo ascolto a ciò che credevamo di essere è un lavoro interiore che deve essere fatto con profonda attenzione.

Ogni giorno vengono da noi persone che sono a conoscenza di cos’è che non va nella loro vita, ma in modo superficiale e ciò non li aiuta. Recentemente un alcolizzato venne qui per parlare dei suoi problemi: «Io so perché bevo – è perché mia madre non mi ha mai amato». Malgrado ciò, egli continuava a bere perché non aveva approfondito il senso della sua affermazione. Solo quando fu messo in grado di vedere e di sentire di nuovo la sua condizione di bambino, la sua grande tristezza, il suo pianto nel suo letto la notte, completamente solo, egli comprese veramente tutta la sua infelicità. E quando poi fu in grado di vedere che questo bambino dall’aria così triste era veramente inoffensivo, aperto, senza difese e fiducioso mentre era respinto dalla madre, egli poté comprendere che era ancora quel bambino aperto e fiducioso dietro le mura che lo avevano protetto contro tanta insensibilità. E solo allora poté vedere che quel bambino era ed è una inesauribile sorgente di vita, di amore e di energia e che non c’era niente che doveva essere protetto, poiché nessuno poteva alienare ciò che egli era stato, ed era ancora. Quando tutto questo venne messo chiaramente a fuoco egli vide che non doveva più trincerarsi dietro le mura della sua infanzia e continuare a nutrire la paura di non essere amato.

La paura di non essere in grado di trovare amore fuori di sé cessò nel momento in cui comprese che egli stesso era la sorgente di tutto l’amore, e che le sue difese erano la sola cosa che gli impedivano di vivere questo amore come quella esperienza fondamentale che è la vita. Da quel momento egli non ebbe più bisogno dell’alcool.

Siamo tutti simili a questo uomo. Usiamo droghe nella speranza che esse ci diano il calore che cerchiamo, o che possano prevenire ulteriori delusioni. Alcuni di noi cercano il sesso come una droga, altri la capacità intellettuale, altri ancora costruiscono un’immagine di se stessi quali grandi consiglieri pieni di comprensione e così via. Tutto questo è necessario per riempire il vuoto del nostro io incapace di amare.

Nel momento in cui ci accorgiamo che noi siamo ciò che stiamo cercando, la ricerca dell’amore esterno diminuisce fino a cessare completamente.

La sola droga che tutte le droghe hanno in comune è l’ego, questa difesa estrema che apparentemente ci separa dall’Amore che siamo noi stessi. Ma questo ego non è un’entità reale. Non è altro che un modo di vedere. Quando lo cerchi e tenti di trovarlo ti accorgi che non c’è eccetto che nella tua immaginazione.

Quindi non dobbiamo cacciarlo via o combatterlo; dobbiamo semplicemente accettarlo, permettergli di mostrarsi in tutta la sua nudità, e ben presto scopriamo che non ha alcuna esistenza. Questo è tutto ciò che dobbiamo fare per farlo scomparire.

Ciò che resta è la libertà stessa. Non un ego libero, ma libertà dall’illusione che vi sia un ego. Per molti di noi lo stadio finale consiste nel vivere per qualche tempo con l’impressione che la vita continui senza un ego. Eravamo così abituati alla sua presenza che ora viviamo per un po’ di tempo come se mancasse qualcosa. Questo diventa così naturale che presto ce ne dimentichiamo del tutto. Prima eravamo legati dal credere in un ego, ora siamo legati dalla sua assenza. Questa è l’ultima cosa che ci dice che siamo ancora limitati. Quando questa assenza è vista come un oggetto col quale ci identifichiamo essa può dissolversi nella presenza che noi siamo. Solamente questa è libertà. La vera libertà, la radianza dalla quale il mondo crea se stesso di momento in momento, e che rimane come semplice radianza quando non c’è più il mondo.

Il sonno profondo – l’assenza di nome e forma – allora si converte nella luce stessa, che non ha niente in comune con la cieca assenza di memoria che credevamo che fosse.

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Desiderio e Volontà

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Procedendo nella conoscenza di se stessi, emerge la necessità di far chiarezza su tutto ciò che opera all’interno dell’uomo.
Spesso vi è confusione o difficoltà a distinguere ciò che è all’origine dei moti interiori, quali sono le forze che spingono ad una determinata azione e quali sono le funzioni psichiche coinvolte nei processi vitali.

Una distinzione sottile e fondamentale va fatta fra il desiderio e la volontà, entrambe queste funzioni sono facilmente scambiate in quanto sono forze dinamiche che si trovano alla base della vita.

Mentre la prima forza, il desiderio, è una spinta legata ad una funzione (istintiva, emotiva, mentale) che cerca realizzazione e soddisfacimento con l’appropriazione di un “oggetto” esterno all’io, la volontà è una forza neutra che permette la messa in atto di qualunque cosa che esiste in potenza nella spazialità psichica.
In questo senso la volontà è il “propulsore” centrale interno che coordina un’azione (interna e/o esterna) e come tale è strumento primario di realizzazione a diversi livelli: istintivo, emotivo, mentale-inferiore, mentale-superiore.

Il desiderio, diversamente, è qualcosa di potenziale che può essere sentito e vissuto senza la necessaria forza di volontà per la sua realizzazione e pertanto rimanere inappagato e/o rimosso mancando di trovare il suo naturale sbocco.
Nel desiderare l’io non ha una posizione centrale-attiva, ma è “sottomesso” all’impulso “desiderante” che richiede il suo appagamento; impulso che può spingere con tale forza da attivare una volontà determinata al raggiungimento di uno scopo.

La volontà ha dunque sempre una posizione centrale in quanto è lo strumento diretto dell’io, ma può essere per così dire “pervertita” (nel senso etimologico del termine), se asservita a funzioni decentrate di una personalità non integrata, non-unificata in un Io, quindi non utilizzata con consapevolezza attiva.

Nella Psicosintesi di Assagioli, in cui tali tematiche sono state ben affrontate e chiarite, si definiscono così i due termini:
– DESIDERIO: funzione psicologica. Per quanto se ne consideri soprattutto l’aspetto soggettivo (desiderio come qualcosa che uno sente, come emozione), in realtà è una forza dinamica che spinge ad agire: tendenza primordiale, l’impeto dell’attrazione verso il non-io.
Gli impulsi e i desideri sono le molle che si trovano dietro ogni azione umana. Tutti gli uomini sono mossi – potremmo dire posseduti – da un desiderio di qualche genere, anzi da desideri di molti generi, da quelli relativi ai piaceri sensuali fino alle aspirazioni più idealistiche.

– VOLONTA’: funzione psicologica, la più vicina all’io, sua diretta espressione. Sorgente di tutte le scelte, le decisioni, gli impegni. Attraverso la sua scoperta dentro di noi percepiamo di essere un soggetto vivente dotato del potere di operare cambiamenti nella nostra personalità, negli altri, nelle circostanze.
Ha funzione direttiva e regolatrice simile a quella del timoniere di una nave.

(Da “Comprendere la Psicosintesi”)

Ma spingendoci oltre le definizioni generiche andremo a scoprire che vi è una Volontà con la “V” maiuscola che è quella che rispecchia più propriamente l’essenza di tale forza-funzione.
Essa è quell’energia che è alla base della vita stessa perché ne permette la manifestazione.
Il Suo riflesso nell’uomo è veramente visibile quando si sono determinate condizioni di riunificazione delle scissure interne attraverso un lavoro pratico e attivo sui vari livelli della personalità.

Fabio Guidi nel suo libro “Iniziazione alla Psicosintesi”, riprendendo ciò che dice Assagioli, così ne parla: “Si può volere solo dal centro”. Con questo si vuole mettere in evidenza il fatto che fino a quando non è attuata una sufficiente unificazione della personalità, non si può affermare di possedere una effettiva Volontà. La Volontà presuppone un Io sufficientemente integrato e capace di prendere una sola direzione esistenziale.
A tale Volontà si contrappone il puro e semplice arcobaleno dei desideri, vale a dire la guerra dei nostri diversi, spesso opposti, impulsi interni.”

Inoltre per attivare e svelare la Volontà all’interno di sé, vanno distinte tre fasi:
1^ – riconoscere che la volontà esiste;
2^ – consapevolezza di avere una volontà;
3^ – scoprire di ESSERE UNA VOLONTA’.

La Volontà è la “forza motrice” che permette l’attuazione di un’istanza la cui spinta può venire da una delle altre funzioni psicologiche dell’io (volontà personale) o da un centro superiore sovramentale (in questo caso si intenderà come “Volontà Transpersonale”).

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La Psicosintesi come pratica di realizzazione alchemica

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“Conosci, Possiedi, Trasforma”, questo è il processo che Assagioli ha proposto all’uomo attraverso un percorso fatto di tappe pratiche in cui si percorre un vero cammino di realizzazione, compiendo dapprima ciò che Jung definì “l’individuazione” necessaria all’evoluzione della coscienza.

Quando vi è la spinta a riconoscersi oltre i limiti del proprio corpo, delle proprie emozioni e concetti mentali, si inizia un’esplorazione all’interno di sè e nasce un primo sguardo che si distanzia dai contenuti con cui prima ci si era assorbiti e identificati mancando di quella osservazione silenziosa che ne permette la conoscenza.

Dal momento che vi è l’osservazione dei processi che riguardano la propria natura umana, si attua la prima “separazione alchemica”, si comincia a definire un punto della coscienza che è per così dire “al di sopra” dei meccanismi automatici quali istinti, emozioni, pensieri.
Si assume una centralità fatta di Volontà che coordina, dà una direzione consapevole alle funzioni psichiche della personalità.
In questa fase è l’Io, inteso come punto centrale della personalità, come coscienza individuale (in termini Vedanta si potrebbe definire come ahamkara=senso dell’io), che prende le redini e collabora al processo di riordino delle varie istanze fisio-psicologiche, grazie ad una presa di consapevolezza avviata dalla conoscenza ed osservazione; suo strumento diretto è la Volontà.

In Psicosintesi la Volontà è lo strumento primario, è ciò che può permettere la vera trasformazione.
Quando si parla di Volontà quindi si apre un ampio spettro di significati e applicazioni, in quanto la Volontà deve essere necessariamente corredata dagli aspetti di forza, bontà e sapienza per risultare un mezzo efficace ed equilibrato, diventando così un’“energia triangolare” capace di smussare, plasmare e trasformare in modo armonico.

In un processo di crescita personale che verte verso l’unificazione con la parte superiore dell’Io ovvero con il Sè che trascende e include l’Io (il quale è di Esso un riflesso), la volontà personale ha un ruolo attivo che giungerà a lasciare il passo al momento giusto alla Volontà transpersonale (del Sè superiore).

La volontà è una forza propulsiva che innesca il processo creativo e trasformativo avvalendosi di qualità e attributi che possano realizzare dei cambiamenti nella direzione scelta.

Attraverso la conoscenza delle dinamiche psicologiche verranno alla luce mancanze, limiti, squilibri ed automatismi che possono essere “corretti” e direzionati da scelte consapevoli.
E’ il caso in cui volendo attivare una qualità latente in noi, si potrà, per mezzo di esercizi di evocazione e immaginazione attiva, innescare quell’energia-qualità.

Diventa chiaro che strumenti-energie quali la Volontà, l’Amore-Comprensione e l’Intelletto-Saggezza, agendo in sinergia, sono gli “utensili” per eccellenza del laboratorio alchemico.

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La Luna nel Sole e la Pietra filosofale

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PIROFILO: Come avviene allora che tra cento Artisti se ne trova appena uno che lavora con la pietra e che invece di applicarsi tutti a questa sola ed unica materia, sola capace di produrre così grandi meraviglie, si dedicano invece quasi tutti a dei soggetti che non hanno nessuna delle qualità essenziali che i Filosofi attribuiscono alla loro pietra?

EUDOSSIO: Questo deriva in primo luogo dall’ignoranza degli Artisti, che non posseggono affatto tutte le conoscenze che dovrebbero avere sulla natura e su ciò che essa è capace di fare in ogni cosa, e in secondo luogo deriva da una insufficiente acutezza di spirito che fa sì che essi si lascino facilmente trarre in inganno dalle espressioni ambigue di cui si servono i Filosofi per nascondere agli ignoranti sia la materia che la sua vera preparazione.
Questi due grandi difetti sono la causa del fatto che questi artisti restano confusi e si attaccano a dei soggetti nei quali scorgono qualcuna delle qualità esteriori della vera materia Filosofica, senza riflettere sui caratteri essenziali che la rivelano ai Saggi.

PIROFILO: Riconosco chiaramente l’errore di coloro che immaginano che l’Oro e il Mercurio volgare siano la vera materia dei Filosofi e sono perfettamente convinto di quanto sia debole il fondamento sul quale l’oro si appoggia per pretendere la superiorità sulla pietra, allegando in suo favore queste parole di Hermes, il Sole è suo padre, e la Luna è sua madre.

EUDOSSIO: E’ un ragionamento privo di fondamento; vi ho appena fatto vedere che cosa intendano i Filosofi quando attribuiscono al Sole e alla Luna i principi della pietra.
Il Sole e gli astri ne sono infatti la causa prima; procurano alla pietra lo spirito e I’anima, che le danno la vita e tutta la sua efficacia. Per questo ne sono il Padre e la Madre.

PIROFILO: Tutti i Filosofi affermano come lui, che la tintura Fisica è composta di uno zolfo rosso e incombustibile e di un Mercurio chiaro e ben purificato: l’autorità di questa affermazione è più forte della precedente, tanto da doverne concludere che l’ Oro e il Mercurio sono la materia della pietra?

EUDOSSIO: Non dovreste aver dimenticato che tutti i Filosofi dichiarano unanimemente che l’oro e i metalli volgari non sono i loro metalli; che i loro sono vivi e gli altri sono morti; non dovreste aver dimenticato che vi ho mostrato con I’autorità dei Filosofi, basata sui principi della natura, che l’umidità metallica della pietra, preparata e purificata, contiene inseparabilmente nel suo seno lo zolfo ed il Mercurio dei Filosofi, che essa è di conseguenza questa sola cosa di una sola ed unica specie, alla quale non si deve aggiungere niente, e che solamente il Mercurio dei saggi ha il suo proprio zolfo per mezzo del quale si coagula e si fissa; dunque dovete considerare come una indubitabile verità che il miscuglio artificiale di uno zolfo e di un Mercurio, quali che possano essere, all’infuori di quelli che sono naturalmente nella pietra, non sarà mai la composizione Filosofica.

(Da: “Il Trionfo Ermetico”)

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Pinocchio scopre la Luna

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Pinocchio scopre la Luna

Questo non è un episodio della favola così come la conosciamo, ma l’immaginazione non ha limiti e questa scena fa parte di quelle immagini-simboli che ci vengono incontro per darci chiari messaggi. La favola è sempre simbolo del viaggio interiore e come tale i personaggi e gli eventi sono gli archetipi e le qualità che dobbiamo riconoscere in noi.

Geppetto mostra a Pinocchio la Luna. Il buon falegname insegna alla sua “creatura” a scrutare i segni nel cielo, a conoscere la Natura. Per diventare un bambino in carne ed ossa, Pinocchio dovrà riconoscere tutti gli elementi della natura umana, riflessi dell’Universo che lo circondano e lo compongono.

Per fare ciò deve imparare ad usare i giusti strumenti fra cui: la vista interiore.
Il cannocchiale diviene simbolo di un’estensione della vista, una visione che supera l’orizzonte conosciuto e mira al Cielo. Puntando in alto, lo strumento apre ad una conoscenza che trascende l’uomo, ma che è da ritrovare come collegamento di unione interiore fra Cielo e Terra.
Le lenti del cannocchiale e la sua forma suggeriscono il legame Microcosmo-Macrocosmo.
La funzione del cannocchiale diventa così “magica”: esso permette di vedere vicini gli oggetti che si trovano lontano, trasformando la visione dello spazio e dissolvendo la distanza.

Geppetto lo guida in questa conoscenza mostrando la direzione in cui guardare: il Cielo.

“L’uomo deve giudicare le cose spirituali col senso interno, senza trascurare di dare al senso esterno la parte che gli compete.”
(“Tre Trattati Tedeschi” – Paolo Lucarelli)

La connessione fra i simboli della favola di Pinocchio e l’Opera alchemica viene colta in queste parole:
” Pinocchio non è solo un opera narrativa e letteraria, Pinocchio dimostra come la più lieve, semplice, e limpida delle commedie non solo possa celare un animo eroico e tragico, ma pure possa rivelare un epos misterico ed iniziatico. A noi non interessa e non deve interessare se l’autore fosse o meno, e in che misura, consapevole dei sensi profondi della sua opera; a noi interessa evidenziare dinamiche spirituali fortissime che sostanziano e connotano tutta la narrazione. Il protagonista è Pinocchio quanto le sue avventure, anzi sono esse le vere protagoniste, non il burattino. Il titolo appare infatti pertinente e preciso “Le avventure di Pinocchio”: una canzone di gesta, strutturalmente simile all’epica arturiana e graalica in quanto intessuta di incontri, peregrinazioni, allontanamenti e ritorni: ad-ventus. Ma anche romanzo iniziatico tutto teso alla “rinascita” dell’essere. La vocazione creatrice e creativa di Pinocchio è già all’origine universale e cosmica, salvifica e misterica. Geppetto confida a Mastro Ciliegia la sua volontà di “conquista” simbolica del mondo, attraverso i segni spirituali del “pane” e del “vino”. La materia prima alchemica è già viva, ma impotente. Pinocchio-ceppo parla, piange, sfrigola, si scuote “come un anguilla”, è già “argento vivo” prima ancora di essere plasmato da Geppetto, e ancora di più quando riceve la sua forma. Il suo primo movimento è la fuga, come l’Atalanta fugens, come un satiro o una ninfa, come l’Angelica di Orlando, come gli iniziati di Dioniso che corrono invasati nei boschi, come i cavalieri arturiani che devono per loro natura vagare solitari fino a farsi cogliere dal Graal. Una materia che va domata, plasmata e guidata alla sua redenzione: lo stesso compito dell’Opera alchemica. Metaforicamente la destinazione di questa materia prima è la sua trasformazione in Uomo. Le opere alchemiche concordano anche in questo: dall’Homunculus di Paracelso alla costante iconografia dell’Homo novus finale. La Fata allude al suo poter essere “ragazzo” quando Pinocchio giace nel letto, al loro primo incontro. Pinocchio ne sembra consapevole implicitamente e allusivamente: quando sostituisce Melampo proclamando: “ Oh se potessi ri-nascere un altra volta!” Un tornare al Padre occultato (l’aureo e cristico Saturno) che coincide con il diventare Uomo perfetto. Ecco al via dell’alchimia mistica cristiana e dell’ermetismo rinascimentale.”
(Tratto da http://www.giacomariaprati.org/articles/opera_pinocchio.htm “L’Opera di Pinocchio fra epica, archetipi, alchimia e cicli mitici – La Materia prima -“)

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Comments (0) Nov 28 2012