Crea sito

La coscienza e il ricordo di sè

Posted: under La Coscienza.
Tags: , , ,

Uomo_Osservazione

“Una volta parlando con Gurdjieff, domandai se ritenesse possibile raggiungere la “coscienza cosmica” non soltanto per un istante, ma per un tempo più lungo. Per “coscienza cosmica” intendevo, come l’ho esposto nel mio libro Tertium Organum, la più alta coscienza accessibile all’uomo.
“Non so che cosa intendete per ‘coscienza cosmica’,” disse G. E’ un termine vago ed indefinito; ognuno può dare questo nome a ciò che gli pare. Nella maggior parte dei casi ciò che viene detto “coscienza cosmica” non è che fantasia, sogno, associazioni, accompagnate da un lavoro intensivo del centro emozionale. Talvolta ciò può giungere sino alla soglia dell’estasi, ma il più delle volte non si tratta che di un’esperienza emozionale soggettiva, a livello dei sogni. D’altronde, prima di parlare di “coscienza cosmica”, dobbiamo definire in generale che cos’è la coscienza.
“Come definite voi la coscienza?”
“La coscienza è considerata indefinibile, dissi. E in effetti, come potrebbe essere definita, se è una qualità interiore? Con i mezzi ordinari a nostra disposizione, è impossibile stabilire la presenza della coscienza in un altro uomo. Noi la conosciamo soltanto in noi stessi”.
“Tutto questo è spazzatura, disse G., il solito sofismo scientifico.
E’ ora che voi ve ne liberiate. C’è solo una cosa giusta in ciò che avete detto: che voi non potete conoscere la coscienza che in voi stesso. Ma, notate bene, potete conoscerla soltanto quando l’avete.
E quando non l’avete, potete riconoscere, al momento stesso, di non averla; lo potrete fare soltanto più tardi. Intendo dire che, quando essa ritorna, voi potete vedere che è mancata per molto tempo, e ricordare il momento in cui è scomparsa e quello in cui è riapparsa. Potrete così determinare i momenti in cui voi siete più vicino o più lontano dalla coscienza. Ma, osservando in voi stesso l’apparire e lo scomparire della coscienza, vedrete inevitabilmente un fatto che non vedete mai e del quale non vi eravate mai reso conto, cioè che i momenti di coscienza sono molto corti e separati gli uni dagli altri da lunghi intervalli di completa incoscienza, di lavoro automatico della macchina. Vedrete che potete pensare, sentire, agire, parlare, lavorare, senza esserne cosciente. E se imparate a vedere in voi stesso i momenti di coscienza e i lunghi periodi di meccanicità, vedrete negli altri con uguale certezza in quali momenti sono coscienti di ciò che fanno e in quali momenti non lo sono.
“Il vostro errore principale consiste nel credere di avere sempre la coscienza, e in generale che la coscienza sia sempre presente, oppure che non sia mai presente. In realtà, la coscienza è una proprietà che cambia continuamente. Ora è presente, altre volte manca. E vi sono differenti gradi, differenti livelli di coscienza. Ma la coscienza e i differenti livelli di coscienza devono essere compresi in noi stessi dalla sensazione, dal gusto che ne abbiamo. Nessuna definizione può aiutarci, e nessuna definizione è possibile, fintanto che non comprendiamo ciò che dobbiamo definire. La scienza e la filosofia non possono definire la coscienza, perché vogliono definirla là dove essa non c’è. E’ necessario distinguere la coscienza dalla possibilità di coscienza. Noi non abbiamo che la possibilità di coscienza, e dei rari sprazzi di coscienza.
Di conseguenza, non possiamo definire la coscienza”.

Non posso dire che ciò che G. disse sulla coscienza mi fosse subito chiaro, ma uno dei colloqui seguenti mi spiegò i principi sui quali questi argomenti si basavano.
Un giorno, all’inizio di una riunione, G. fece una domanda alla quale tutti i presenti dovevano rispondere a turno: “Qual è la cosa più importante che ho visto durante le mie osservazioni?”. Alcuni dissero che, durante i loro tentativi di osservazione di sé, ciò che avevano sentito con particolar forza era un flusso incessante di pensieri che avevano trovato impossibile arrestare. Altri parlarono della difficoltà di distinguere il lavoro di un centro da quello di una altro centro. In quanto a me, evidentemente non avevo capito la domanda, oppure risposi ai miei propri pensieri; spiegai infatti che ciò che più mi aveva colpito nel sistema, era la connessione di tutti i suoi elementi, collegati tra loro in modo da formare un tutto, come se fosse un ‘organismo’, e il significato interamente nuovo che assumeva ora per me la parola ‘conoscere’, che includeva non più soltanto l’idea di conoscere questa o quella cosa, ma la relazione tra questa cosa e tutto il resto.
G. era visibilmente insoddisfatto di tutte le nostre risposte. Avevo già cominciato ad avvertire che in tali circostanze egli aspettava da noi delle indicazioni di qualcosa di definito che invece ci era sfuggito, o che non avevamo saputo comprendere.
“Non uno tra voi ha notato la cosa più importante, benché io ve l’avessi messa in evidenza, egli disse. Ossia, nessuno di voi ha notato che voi non vi ricordate di voi (egli diede a queste parole un accento particolare). Voi non sentite voi stessi; voi non siete coscienti di voi stessi. In voi, ‘qualcosa osserva’, come ‘qualcosa parla’, o ‘pensa’ o ‘ride’; voi non sentite: io osservo, io constato, io vedo. Tutto si constata da solo, si vede da solo… Per arrivare ad osservarsi veramente occorre innanzitutto ricordarsi di se stessi (e di nuovo accentuò queste parole). Tentate di ricordarvi di voi stessi quando vi osservate e più tardi mi parlerete dei risultati. Solo i risultati ottenuti mentre ci si ricorda di se stessi hanno un valore. Altrimenti, voi non siete nelle vostre osservazioni; e in questo caso, quale può essere il loro valore?”
Queste parole di G. mi diedero molto da riflettere. Mi parve innanzitutto che fossero la chiave di tutto ciò che era stato già detto sulla coscienza. Tuttavia decisi di non trarne alcuna conclusione, ma di tentare soltanto di ricordarmi di me stesso mentre mi osservavo.
I primissimi tentativi mi mostrarono come ciò fosse difficile. I tentativi di ricordarmi di me stesso non mi diedero altro risultato all’infuori di quello di mostrarmi che di fatto noi non ci ricordiamo mai di noi stessi.
“Che cosa volete di più? disse G. Questa è una scoperta molto importante. Coloro che sanno questo (egli accentuò queste parole) sanno già molto. Il guaio è che nessuno lo sa. Se domandate a qualcuno se può ricordarsi di se stesso, vi risponderà naturalmente che può. Se gli dite che non può ricordarsi di sé, o si irriterà, o penserà che siete matto. Tutta la vita è basata su questo fatto, tutta l’esistenza umana, tutta la cecità umana. Se un uomo realmente sa che non può ricordarsi di se stesso, è già vicino ad una comprensione del suo essere”.
Tutto quello che G. diceva, tutto quello che io pensavo e soprattutto ciò che i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’ mi avevano mostrato, mi convinsero molto rapidamente che mi trovavo di fronte ad un problema interamente nuovo che scienza e filosofia avevano fin ora trascurato.
Ma prima di fare delle deduzioni, proverò a descrivere i miei tentativi di ‘ricordarmi di me stesso’.
La mia prima impressione fu che i tentativi di ricordarmi di me o di essere cosciente di me, di dirmi: sono io che cammino, sono io che faccio questo, tentando di sentire continuamente questo io, interrompevano i pensieri. Quando avevo la sensazione di me, non potevo né pensare, né parlare; le sensazioni stesse si oscuravano. E’ questa la ragione per cui ci si può ricordare di sé in questo modo soltanto per un tempo brevissimo.
Avevo già fatto certi esperimenti di interruzione del pensiero come sono menzionati nei libri di Yoga pratico, per esempio nel libro di Edward Carpenter “From Adam’s Peak to Elephanta”, per quanto qui si trattasse di una descrizione molto generica. I miei primi tentativi di ‘ricordo di sé’ mi riportarono alla memoria quei miei primi esperimenti. Infatti, vi è quasi identità tra le due esperienze, con la sola differenza che arrestando i pensieri, l’attenzione è interamente orientata verso lo sforzo di non ammettere pensieri, mentre nell’atto del ‘ricordarsi di sé’ l’attenzione si divide: una parte è diretta verso lo sforzo stesso, l’altra verso la sensazione di sé.
Quest’ultima constatazione mi permise di arrivare a una certa definizione del ‘ricordarsi di sé’, forse molto incompleta, ma che si rivelò assai utile nella pratica.
Parlo del ‘ricordarsi di sé’ come divisione di attenzione, che ne è il tratto caratteristico.
Quando osservo qualcosa, la mia attenzione è diretta su ciò che osservo:
Io ————————–> il fenomeno osservato.
Quando, sempre osservando, tendo di ricordarmi di me, la mia attenzione è diretta contemporaneamente verso l’oggetto osservato e verso me stesso:
Io <--------------------------> il fenomeno osservato.
Stabilito questo punto, vidi che il problema consisteva nel dirigere l’attenzione su di sé senza lasciare che l’attenzione portata sul fenomeno osservato si indebolisse o si eclissasse. Inoltre, questo ‘fenomeno’ poteva essere sia in me che fuori di me.
I primissimi tentativi di tale divisione dell’attenzione mi mostrarono la sua possibilità. Al tempo stesso, feci altre due constatazioni.
Anzitutto vidi che il ‘ricordarsi di sé’ ottenuto in questo modo non aveva nulla in comune con l’ ‘introspezione’, o con l’ ‘analisi’. Si trattava di uno stato nuovo e molto interessante, in cui il gusto era stranamente familiare.
In secondo luogo, comprendevo che momenti di ricordo di sé appaiono nella vita, benché raramente, e che solo il produrli deliberatamente creava la sensazione di novità. Infatti, avevo sperimentato tali momenti fin dalla prima infanzia; si verificarono in circostanze nuove ed inattese, in un luogo insolito, fra estranei, per esempio durane un viaggio; ci si guarda attorno e ci si dice: “Che strano! Io, e in questo posto!”; o in momenti di emozione, di pericolo, nei quali è necessario non perdere la testa, quando si ascolta la propria voce, ci si vede e ci si osserva dal di fuori.
Vidi con molta chiarezza che i primi ricordi della mia vita, e nel mio caso questi ricordi risalivano alla primissima infanzia, erano momenti di ‘ricordo di sé’. Contemporaneamente ebbi la rivelazione di molte altre cose. Mi resi conto che ricordavo realmente soltanto i momenti in cui mi ero ricordato di me stesso. Degli altri momenti, sapevo solo che avevano avuto luogo. Non ero in grado di riviverli completamente, né di provarli di nuovo. Ma gli istanti in cui mi ero ‘ricordato di me’ erano vivi e non differivano per nulla dal presente. Temevo ancora di concludere troppo in fretta. Ma vedevo già che mi trovavo alla soglia di una grandissima scoperta. Mi avevano sempre stupito la debolezza e l’insufficienza della nostra memoria. Tante cose scompaiono, sono dimenticate. Mi sembrava che l’assurdità fondamentale della vita consistesse in questo oblio. Perché tante esperienze, per poi dimenticarle? Mi pareva inoltre che ci fosse qualcosa di degradante. Un uomo prova un sentimento che gli sembra molto grande, pensa che non lo dimenticherà mai; passano uno o due anni e non ne rimane nulla. Ma ora vedevo perché era così e perché non poteva essere altrimenti. Se veramente la nostra memoria mantiene vivi soltanto i momenti in cui si ricorda si sé, è chiaro che dev’essere molto povera.
Queste erano le mie esperienze dei primi giorni. Più tardi, quando cominciai ad imparare a dividere l’attenzione, vidi che ‘il ricordo di sé‘ dava delle sensazioni meravigliose che solo raramente e in condizioni eccezionali potevano prodursi da sole. Così, in quel periodo, mi piaceva molto passeggiare la notte per Pietroburgo e ‘sentire’ la presenza delle case e delle strade. Pietroburgo è ricca di queste strane sensazioni. Le case, particolarmente le vecchie case, erano proprio vive, quasi rivolgevo loro la parola. Non vi era ‘immaginazione’ in questo. Non pensavo a nulla, semplicemente me ne andavo a spasso cercando di ‘ricordare me stesso’ e mi guardavo attorno; le sensazioni venivano da sole.
Allo stesso modo avrei fatto, in seguito, molte e inaspettate scoperte.
[…]
Talvolta il ‘ricordo di sé’ non riusciva; altre volte, era accompagnato da curiose osservazioni.

Percorrevo un giorno la Liteyny nella direzione della Prospettiva Nevsky e, nonostante tutti i miei sforzi, ero incapace di mantenere l’attenzione sul ‘ricordare me stesso’. Il rumore, il movimento, tutto mi distraeva. Ad ogni istante perdevo il filo dell’attenzione, lo ritrovavo e lo riperdevo. Alla fine, provai verso di me una specie di irritazione ridicola e girai in una via a sinistra, fermamente deciso, questa volta, a ricordarmi di me stesso almeno per qualche tempo, ad ogni modo fino a quando avessi raggiunto la via seguente. Raggiunsi la Nadejdinskaya senza perdere il filo dell’attenzione, salvo forse per brevi istanti. Allora rendendomi conto che mi era più facile, nelle vie tranquille, non perdere la linea del mio pensiero, e desiderando mettermi alla prova nelle vie più rumorose, decisi di ritornare alla Nevsky continuando a ricordarmi di me. La raggiunsi senza aver smesso di ricordarmi di me ed incominciavo già a provare lo strano stato emozionale di pace interiore e di fiducia che viene dopo grandi sforzi di questo tipo. Proprio all’angolo della Nevsky, vie era il tabaccaio che mi forniva le sigarette. Continuando a ricordarmi di me, mi dissi che sarei entrato ad ordinarne qualche scatola.
Due ore più tardi, mi svegliai nella Tavricheskaya, cioè molto lontano. Stavo andando in slitta dal mio editore. La sensazione del risveglio era straordinariamente viva. Posso quasi dire che ritornavo in me. Di colpo mi ricordai di tutto: come avevo percorso la Nadejdinskaya e come, a questo pensiero, ero caduto, come annientato, in un profondo sonno.
Tuttavia, mentre ero così immerso in questo sonno, avevo continuato a compiere delle azioni coerenti e opportune. Avevo lasciato il tabaccaio, telefonato al mio appartamento della Lieyny e al mio editore. Avevo scritto due lettere. Poi ero ritornato a casa. Avevo risalito la Nevsky sul marciapiede di sinistra fino alla Porta Gostiny con l’intenzione di raggiungere l’Offitzerskaya. Allora, cambiando idea, poiché si faceva tardi, avevo preso una slitta per andare dal mio editore nella Kavalergardkaya. Strada facendo, lungo la Tavricheskaya, cominciai a sentire uno strano malessere, come se avessi dimenticato qualcosa. E all’improvviso mi ricordai che avevo dimenticato di ricordarmi di me.

(Tratto da: “Frammenti di un insegnamento sconosciuto” – Ouspensky)

Tags: , , ,

Comments (0) Mar 16 2015

Da dove iniziare a tagliare i “fili” degli automatismi

Posted: under La Coscienza, Nel Percorso.
Tags: , , , , , ,

L_uomo_Arlecchino

Se certe domande sono sorte nella nostra interiorità e porgere attenzione a quei interrogativi diventa una nostra priorità, forse è giunto il momento in cui l’intera vita imbocca una strada diversa, quella di una nuova consapevolezza che già ci dirige e se anche solo la presa di coscienza di ciò che realmente siamo rappresentasse il lavoro di un’intera esistenza, avremmo comunque trovato il nostro compito, poiché la vita altro non è che il viaggio della Coscienza.

Ora, in un primo momento avviene una crisi fatta appunto di domande senza risposta, di crolli di certezze coltivate da sempre nella propria mente, e tutto questo sembra disorientante.
Cosa si può fare per iniziare a prendere le redini dell’intero nostro meccanismo?
All’uomo nell’attuale condizione non rimane che uno strumento: l’autosservazione.

Di solito, invece, si parte da cose che non sono alla portata del momento, che non sono affatto pratiche, ma che fanno comodo alla personalità per mantenere ancora il proprio dominio e compiacersi trovando nuovi passatempi e riempiendosi di paroloni che non hanno concretezza, né sono frutto di esperienza vissuta.
Questo svia e fa solo disperdere energie. E’ quello che spesso, anche in buona fede, fanno molti “educatori” nei vari campi della psicologia esoterica o delle discipline orientali, ovvero spostano l’accento su cose che non sono alla portata dell’essere umano che ancora deve prendere dimestichezza persino con la propria mente ed emozioni, e purtroppo così facendo alimentano illusioni facendo perdere tempo e denaro!

Innanzitutto bisogna valutare bene cosa si vuole apprendere da qualcun altro e con quale modalità.
Se un insegnante cerca di trasmettere conoscenze che non ha realizzato egli stesso nella propria vita, di sicuro non ci sarà uno scambio di energie di qualità, ma si giocherà sempre sulla mente condizionabile e ammaliabile dalle immagini presentate con una certa abilità.

Inoltre, altro inciampo che è facilmente riconoscibile, è quello di un insegnante che sale in cattedra e corregge l’allievo in modo diretto, critico e analitico, sottendendo un giudizio.

Un educatore che voglia svolgere il proprio ruolo in modo utile, ha il semplice compito di trasmettere ciò che egli stesso ha compreso con la propria diretta esperienza, non farà altro! Non correggerà chi ha davanti, non salirà sul pulpito, non darà (nemmeno in modo sottointeso) un giudizio, semplicemente perché non ha alcun interesse a farlo!
Semplicemente perché se ha raggiunto un certo livello di comprensione, inevitabilmente metterà costantemente in pratica ciò che ha compreso e si porgerà pertanto in modo neutrale verso ciò che lo circonda; avrà superato il giudizio, gli schemi mentali che rinchiudono l’uomo nei recinti delle convinzioni personali e mostrerà tutto ciò con i fatti.
Nessuno può trasmettere o condividere con gli altri ciò che non ha in sé, ciò di cui non è padrone; se così non è, si assiste a mediocri imitazioni che mostrano solo il carattere ancora scimmiesco della mente umana.

Dunque, tutto quello che l’uomo può fare nell’ambito dell’evoluzione personale è diventare maestro di se stesso, mai degli altri!

Detto ciò, come iniziare questa pratica concreta dell’autosservazione?

Riprendo nuovamente le parole di Vimala Thakar:
“Dobbiamo imparare a guardare e osservare, per poterci lanciare nella ricerca; non abbiamo altro che questo atto di osservare. Ci siamo lasciati alle spalle il sentiero della conoscenza, dell’esperienza e della memoria che è il movimento del passato, cioè il condizionamento, la cui autorità non ha aiutato il genere umano in milioni di anni a liberarsi da questa agonia del costante conflitto nei rapporti. Devo osservare, devo guardare, quando il pensiero si muove. Sono capace di guardare? Sono capace di osservare? Comprendo che cos’è l’osservazione?
Questa è la mia sola risorsa. Io comprendo come osservare? Mi siedo in silenzio, comincio a osservare e noto dopo pochi minuti che l’osservazione non mi è possibile, perché nel momento in cui guardo il movimento del pensiero, si insinua nella mia mente un giudizio. La mia percezione, senza saperlo, è diventata un movimento di confronto, valutazione e giudizio.
Non è il movimento dell’osservazione, che è libera da ogni tipo di interpretazione, valutazione e giudizio.
Osservare è guardare con innocenza, guardare in un modo libero dalla reazione, osservare in un modo libero da resistenze. Ma quando osservo o guardo, in pochi minuti mi trovo a faccia a faccia con questo imponente movimento dell’interpretazione, della valutazione, del giudizio.
Ora dopo pochi minuti, quando ho il coraggio di mettermi seduta a imparare, c’è la scoperta del fatto puro e semplice che non so osservare, che non riesco a sostenere lo stato di osservazione, di attenzione non reattiva, nemmeno per pochi minuti. E’ una bella scoperta.
Mi dice che per tutta la vita mi do da fare a interpretare, valutare e giudicare. Perciò, quando dico: “Io penso”, “Io voglio”, “Io sento”, non sono io che voglio, sento o penso; è la conoscenza acquisita, la memoria e l’esperienza che stanno proiettandosi attraverso di me. […]
Quando mi siedo e comincio a osservare, vedo che non riesco, neppure per uno o due minuti, a conservare un’attenzione non reattiva, non riesco a stare in uno stato di osservazione. Cosa significa?
Significa che continua l’interpretazione, la valutazione, il giudizio. E’ un flusso; il flusso del pensiero si sta muovendo. Attraverso di me sta scorrendo il flusso del pensiero collettivo e il mio pensiero è una risposta a quella memoria, è un movimento di quel flusso del pensiero. Credevo che fosse il mio pensiero, la mia sensazione, il mio desiderio. Non c’è nulla di mio, si tratta invece di un flusso organizzato di conoscenze, valutazioni, principi, sistemi di valori. E tutte queste cose scorrono nel letto del mio corpo, per così dire.
Accorgersi che l’osservazione è sempre reattiva è una scoperta grandiosa.
Bisogna imparare a guardare e osservare; parole così semplici, che prima si credeva di conoscere e in cui si pensava non ci fosse nulla di difficile: che c’è da imparare sull’osservazione? Ma se si è onesti e sinceri ci si accorge che la semplicità è la cosa più difficile e complessa che ci sia. Ci si accorge anche di un’altra cosa: che il “me” e il “movimento del pensiero” non possono essere separati.
Qualsiasi movimento faccia il “me”, l'”io” si muove con le parole che porta con sé. Il movimento del “me” è il movimento della parola, del pensiero e di tutto ciò che il pensiero contiene. Perciò, il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose separate, ma sono la stessa identica cosa. Questa è la scoperta che interviene nei momenti di osservazione. Perciò quando osservo i miei pensieri, osservo i pensieri collettivi organizzati dall’intero genere umano e io ne faccio parte.
L'”io” è parte di questo; l'”io” non può essere separato da quel movimento. Non è più possibile conservare l’illusione che l'”io” possa esistere al di fuori del flusso del pensiero, sulle sponde del fiume del pensiero, e osservarlo dall’esterno. Non potete farlo.
Quando vi guardate nello specchio, non ci sono due entità distinte. Siete riflessi dallo specchio. Siete quello che guarda e siete ciò che è guardato. Siete l’osservatore e ciò che è osservato. Allo stesso modo la corrente del pensiero è voi stessi: voi siete quello. Il “me” e il “movimento del pensiero” non sono due cose diverse. Sono la stessa identica cosa.
Se veramente capiamo questo fatto semplice, a quel punto ogni ambizione di cambiare me stessa, la speranza che “io” riuscirò a produrre un cambiamento in me stessa, nel mio comportamento, che “io” sarò libera, che “io” raggiungerò l’illuminazione – sapete quelle illusioni tanto care che nutriamo e abbiamo nutrito per secoli – tutto questo svanisce.
La percezione della verità sfocia nella scomparsa del falso. […]

Perciò il desiderio, l’ambizione, il bisogno di nuove esperienze, l’ambizione di raggiungere l’illuminazione, di raggiungere la libertà, tutte queste cose infantili e adolescenziali svaniscono dalla vita del ricercatore.
La ricerca ha una sua propria disciplina. E’ un movimento della vita. […]

Quando si conduce una ricerca, ciascun passo comporta un movimento che ci allontana dal falso che è nella nostra vita quotidiana, nei nostri rapporti quotidiani. Quando imparo a osservare e l’attenzione non reattiva arriva a essere una fiamma che arde costantemente nella mia coscienza, molte cose false e secondarie svaniscono. […]

La serietà dei problemi che ci si prospettano non è un movimento incentrato sull’io volto ad acquisire qualcosa di nuovo, a ottenere qualcosa di nuovo o arrivare in qualche posto nuovo. Quando osservo e arrivo al fatto e comprendo che l’intero movimento del “me” e del pensiero è un movimento meccanico, è una ripetizione del passato, solo con una lieve modifica o specificazione, che non c’è libertà sul piano del pensiero, sul piano della conoscenza e dell’esperienza, come agisce questa verità sulla qualità del mio essere?
La struttura del pensiero ha creato l’idea di essere un induista, un musulmano o un cristiano. La divisione, la frammentazione razziale, nazionale o ideologica è una creazione del pensiero. L’idea di dividere la vita in secolare e spirituale, è una costruzione del pensiero. La divisione della vita in “me” e “non me”, è una costruzione della mente.
Ora, se il ricercatore ha visto, nella sua osservazione, che questa struttura del pensiero che scorre attraverso “me” e funziona attraverso “me” è un movimento meccanico e ripetitivo, continuerà a portarsi dietro nella propria vita quotidiana l’autorità del me?
Il ricercatore, dopo aver compreso la natura del pensiero e del “me”, sentirà di appartenere a un paese, a una razza, a una religione organizzata, istituzionalizzata? Dopo, continuerà a portarsi dietro nella vita l’autorità di qualche sistema di valori? […]

Se siamo ricercatori spirituali, religiosi, interessati a porre fine all’angoscia, al dolore, ai conflitti e alle contraddizioni, a porre fine agli squilibri e alle impurità, allora naturalmente la comprensione della natura del pensiero e delle implicazioni del movimento del pensiero sfocerà in un dissolversi di ogni forma di autorità costruita dall’uomo. Se l’autorità non muore significa che la ricerca spirituale ci interessa solo in teoria.
Ci interessa conoscere le cose piuttosto che viverle, e religione significa vivere la verità che comprendiamo. La spiritualità è l’atto di viverla, non il conoscerla.
Conoscenza, erudizione, cultura, danno lustro al cervello e al comportamento cerebrale e verbale, non trasformano l’essere umano.
Abbiamo vissuto nell’autorità della mente e del cervello per molti e molti secoli, e senza dubbio quel pensiero ha dato molte cose importanti come la scienza e la tecnologia. E siamo ora al vertice dell’era del computer. Cose meravigliose. Perciò conoscenza, esperienza, quel movimento del pensiero che reca in sé tutti i concetti, i simboli, le idee, le ideologie, hanno rilievo per la nostra vita relativamente al suo funzionamento su un piano meccanico. Ma per quanto riguarda la ricerca di cosa siano libertà, pace, amore, se esiste un’azione totalmente libera dal pensiero, se esista, una dimensione coscienziale al di là della conoscenza, per tutta questa ricerca, per questa indagine, il movimento del pensiero è assolutamente irrilevante. Capisco questo? Permetto alla libertà dall’autorità del pensiero di esprimersi e manifestarsi nella mia vita quotidiana?
Oppure divido la mia vita: questa è la ricerca religiosa e nella mia vita quotidiana come individuo concreto sono un olandese, un inglese, un indiano, un induista, un comunista, un socialista? In questo caso stiamo indulgendo a un gioco intellettuale, a un passatempo emotivo, spacciandolo per ricerca spirituale. La ricerca spirituale è una cosa seria. Non ci si può giocare a casaccio. E’ qualcosa di estremamente fondamentale.
Perciò permetto all’autorità del pensiero e a ciò che il pensiero ha costruito di scomparire completamente dalla mia vita? Non appena ho imparato a osservare e ho compreso la struttura e il movimento del pensiero, che cosa succede alla qualità della mia vita? Mi sveglio al mattino e osservo se sto facendo le cose in forza delle abitudini che sono state coltivate dalla mente e dal pensiero? Se comincio la giornata con la ripetizione delle abitudini vivo nelle tenebre del passato. Quando mi lavo i denti, mi faccio il bagno o faccio colazione in modo meccanico, quando porto a termine questi movimenti occupata in qualche pensiero, assente da quello che sta accadendo al corpo e alla coscienza, in quei movimenti disattenti c’è tenebra, non c’è libertà. Ho già accettato l’autorità dell’abitudine.

(Tratto da “Il Mistero del silenzio” – V. Thakar).

Tags: , , , , , ,

Comments (0) Feb 23 2015

Meditazione: la scoperta dell’Essere

Posted: under La Coscienza, Nel Percorso.
Tags: , , , , , ,

Meditazione_dell_Essere

In qualunque modo ci si avvicini ad un percorso di armonizzazione delle proprie istanze psicologiche, del proprio sistema biopsicofisico e spirituale, si praticherà una qualche tecnica di meditazione (spesso definita “yoga”).

In Occidente si è diffusa più che mai la terminologia e la pratica meditativa, ma molto frequentemente senza aver ben chiara la differenza fra vera meditazione e tecniche di concentrazione.

In India, nella lingua sanscrita, ci sono due termini per distinguere concentrazione da meditazione e sono: dharana e dhyana.

Dharana che significa “tenere l’attenzione” e viene quindi tradotto come concentrazione, in effetti è il termine più esatto per indicare le varie pratiche meditative che si approcciano come esercizio nelle diverse discipline e percorsi.

Dhyana che si traduce con “meditazione“, è inteso come uno stato di consapevolezza che prescinde dal mero esercizio fisico e mentale di focalizzazione su pensieri e visualizzazioni o sul liberare la mente da ogni contenuto per giungere al silenzio.

L’esercizio di concentrazione è pertanto da considerarsi un allenamento, una forma di autoeducazione e di allineamento fra psiche e corpo che può essere fondamentale anche per trascendere lo stato di coscienza ordinario e limitato dalla configurazione della propria personalità.

Partendo da tali precisazioni è determinante non confondere lo scopo e il significato della vera meditazione, che più che un esercizio è una condizione vigile, ma naturale, della coscienza che ha ritrovato (riscoperto) lo stato dell’Essere.
Meditazione in tal senso è lo stato di autoconsapevolezza e unione con la propria essenza.
Meditazione è una condizione che esula dai limiti dello spazio-tempo, poiché è connessione permanente con ciò che è oltre le concettualizzazioni mentali.

Una nota saggia indiana, Vimala Thakar, ha lasciato testimonianza della sua esperienza di meditazione ed ha dato un grande supporto nella comprensione di tale stato, che lei stessa, così come tutte le antiche tradizioni fanno, incita a sperimentare, a vivere in prima persona senza inganni e senza dogmi, partendo dallo smascheramento dei limiti che comprimono quella naturale condizione cui l’uomo tende.

In un discorso tenuto a Matheran nel novembre del 1971, Vimala dice:
Dhyana o meditazione è lo stato in cui c’è una consapevolezza senza sforzo e senza scelta di, che la vita è dentro e intorno a noi.
Si tratta dunque di uno stato, di un modo di essere, non di un’attività. […]
Si può crescere fino a fiorire in tale stato. La meditazione, in altri termini, è vivere in un’attenzione dinamica, in una consapevolezza dinamica di ciò che la vita è: è un movimento disinibito, incondizionato della coscienza individuale, in armonia con il ritmo della vita universale.
Vorrei dunque disinfestare la parola meditazione da tutta una serie di associazioni. E’ un movimento non cerebrale, un movimento della coscienza individuale, ma non del cervello condizionato, non di quella parte del cervello che è inibita dal condizionamento derivante dall’educazione, dalla cultura, dalla civiltà e dai fattori socio-economici della vita. Il cervello, un organo fisico, una parte dell’organismo biologico, è tanto condizionato quanto il resto dell’organismo fisico. Esistono schemi cerebrali di comportamento. C’è una specie di corpo cerebrale cristallizzato, un corpo psicologico. E’ invisibile e si esprime attraverso parole, movimenti fisici e così via.
La meditazione è un movimento non cerebrale della coscienza umana, in armonia con il ritmo della vita interna, esterna e circostante. Non può costituire un mezzo rivolto a un fine. La concentrazione può essere un mezzo per un fine. La concentrazione può rilassare i nervi, lenire la psiche travagliata, creare un equilibrio chimico nel corpo; stimolare poteri latenti della mente ed esperienze non sensoriali. Tutto ciò può accadere attraverso la concentrazione. E chi vive in una società altamente industrializzata, sottoposto ogni giorno a una tremenda tensione nervosa, pressato da una molteplicità di stress neurologici e chimici, ha veramente bisogno dell’arte della concentrazione, di sviluppare poteri, di acquisire esperienze, di acuire e rafforzare la sensibilità, di affinare e purificare gli organi cerebrali. Se si vuole, si può seguire questa via. Ma può darsi che la concentrazione volta allo sviluppo dei poteri non porti a una trasformazione radicale della qualità della vita, non abbia alcuna presa sul tessuto della nostra relazione con gli altri esseri umani.
La concentrazione può dunque stimolare poteri, esperienze, rendere potente una persona, e a chi è nei guai, a chi è stanco di piaceri sensoriali, a chi vive in una sicurezza economica e politica, piace molto girovagare nei mondi astrali, nell’occulto, ottenere esperienze non sensoriali, acquisire poteri trascendentali e così via. E’ un gioco, una gara nel mondo extra-sensoriale, e lo spirito di avventura crea una compulsione interna a cercare tali esperienze. Nulla di male, premesso che si abbia ben chiaro il proprio scopo. La vita è fatta per avventure ed esplorazioni. La concentrazione non ha assolutamente nulla a che fare con la religione, la spiritualità, la scoperta della Verità, la meditazione, la Liberazione o il Nirvana. Va nella direzione assolutamente opposta: rafforzare la coscienza dell’io, ampliare la sfera delle esperienze e approfondire la sfera della penetrazione cerebrale. Perciò bisogna disilludere la propria mente su che cosa sia la meditazione. Essa non implica alcuna avventura romanzesca. E’ un trascendimento del cervello condizionato. E’ la crescita di una persona verso una dimensione della coscienza interamente nuova dove l’esperienza di sé giunge a termine; dove chi esperisce, la coscienza dell’io , dell’ego, è mantenuta in completa sospensione, in totale acquiescenza; dove i confini spazio-temporali in cui la coscienza dell’io si muove di momento in momento, si dissolvono nel nulla; dove la dualità giunge a termine; e la frammentaria relazione di soggetto-oggetto con la vita viene completamente a cadere.

A meno che non si abbia l’urgenza di scoprire che cosa c’è al di là della mente, di trovare ciò che è al di là del cervello condizionato, al di là di chi esperisce e dell’atto di esperire, al di là dell’atto di osservazione e dell’osservatore, del pensiero e di chi pensa, ciò che è al di là di spazio e tempo, al di là di tutti questi simboli, al di là dei comportamenti cerebrali; a meno che non ci sia l’innata passione di cercare di scoprire per conto proprio, non si sarà equipaggiati per vivere la via della meditazione.

La meditazione è un modo di vivere totale, non un’attività parziale o frammentaria. Non so se, a questo proposito, esista un punto di vista orientale o occidentale. La vita non è né occidentale né orientale. La vita è semplicemente Essere. Semplicemente è. I confini di razza, nazione e religione, le frontiere di tempo e spazio sono assolutamente irrilevanti per la vita e il vivere.”

(Tratto da: “Il Mistero del Silenzio” – Vimala Thakar – ed.Ubaldini Editore)

Tags: , , , , , ,

Comments (0) Nov 09 2014

Il santo sdegno del non-sè (Shancharacharya)

Posted: under La Coscienza.
Tags: , , , ,

Si acquisisce un sapere onorato dalla bocca del maestro, e poi?
Si diventa ricco ed influente, e poi?
Ci si diverte con una bella donna, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Ci si agghinda di braccialetti e altri gioielli, e poi?
Ci si riveste di abiti di seta, e poi?
Ci si diletta con cibi squisiti, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si visitano luoghi incantevoli, e poi?
Parenti e alleati vengono nutriti e rispettati, e poi?
I tormenti dell’indigenza e altre infelicità sono soppressi, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Ci si bagna nel Gange o in qualche altro fiume sacro, e poi?
Si distribuiscono in elemosina delle monete, e poi?
Un rosario viene portato con rispetto, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si confortano gli indigenti con dei pasti, e poi?
Si soddisfano gli dei con i sacrifici, e poi?
Si è glorificati ovunque, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si purifica il proprio corpo con il digiuno, e poi?
Si hanno figli legittimi, e poi?
Si pratica la ritenzione del soffio, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Il nemico viene vinto in battaglia, e poi?
L’amico è meglio avvantaggiato, e poi?
I poteri dello Yoga sono conquistati, e poi?

Si cammina sulle acque, e poi?
Si rinchiude il vento in una brocca, e poi?
Si solleva il monte Meru in una mano, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si beve veleno come latte, e poi?
Si mangia fuoco come riso, e poi?
Si vola in cielo come un uccello, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

I cinque elementi sono dominati, e poi?
Delle vere ferite non sono che rossori, e poi?
Pietre vengono lanciate da mani invisibili, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si diventa Imperatore, e poi?
Si possiede la potenza di un Dio, e poi?
Ci si innalza fino al potere di Shiva, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si domina ogni cosa con formule magiche, e poi?
Si è attraversati senza danno dalle frecce, e poi?
Si conosce la sorte attraverso le stelle, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

La notte della confusione è dissipata, e poi?
Nulla più sulla terra ci esalta, e poi?
La stretta del desiderio è respinta, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Si conquista il mondo di Brahma, e poi?
Si contempla il mondo di Vishnu , e poi?
Si comanda nel mondo di Shiva, e poi?
Certo non è in tal modo che il Sé è percepito.

Colui nel cuore del quale zampilla costantemente e pienamente
questo santo sdegno del non-Sé,
è un vaso di elezione per la percezione diretta del Sé
che non conoscono quaggiù coloro che si perdono
nel turbine di un universo illusorio.

Tags: , , , ,

Comments (0) Ago 25 2013

Della Libertà relativa e assoluta

Posted: under Il Leone - La Volontà, La Coscienza.
Tags: , , ,

“L’estremo confine della schiavitù è la non consapevolezza di essere schiavi. […]
La libertà è l’equanimità in azione. Se desideri non sei libero, se desideri di non desiderare sei ancora nella schiavitù.
L’alienazione, l’oggettivazione, la proiezione all’esterno della coscienza significano un perdersi nelle nebbie della maya-avidya, un rendersi schiavi del divenire e della frammentarietà.
Una libertà che risulti dalla necessità non è libertà vera, è solo un elemento nella dialettica della necessità.”

“La sparizione della schiavitù è la scomparsa dell’avidya [ignoranza- non conoscenza] oggettivante, è la soluzione del gioco accattivante del piacere conflittuale. […]”

“La vera libertà risiede di là da questa incompiutezza e può essere afferrata e svelata quando la coscienza integrale dell’essere prende, appunto, consapevolezza della sua più profonda e incondizionata Essenza.”

“[…]Liberazione significa ritorno allo stato primordiale, ritorno all’Unità. Liberazione significa reintegrarsi nel Principio.”
(Da “Alle fonti della Vita” – Raphael)

La Libertà coincide con l’esercizio della Volontà. Volontà che parte dal centro e che per essere veramente attiva prevede uno stato di centratura interiore, di una sintesi e unione degli opposti in cui un Io-integrato è al di sopra dei meccanismi conflittuali generati dalle varie istanze delle funzioni della personalità.
Questa è la prima condizione da soddisfare.
Diversamente da tale condizione non si può parlare di Volontà come espressione di Libertà, ma di volontà “pervertita” (nel senso etimologico del termine), cioè asservita ad un io frammentato e non centrato in se stesso.

La libertà può presentare vari gradi poiché legata allo sviluppo della consapevolezza di ciò che si è; intesa così essa diventa proporzionale al grado di conoscenza di se stessi.
Più si è consapevoli della propria natura, dei propri limiti, più si accettano e si portano alla coscienza e meno si è ciechi schiavi dell’automatismo inconscio (ovvero di quell’Ombra che va integrata).

In ciò si delinea il compito dell’uomo: giungere ad una Libertà cosciente, consapevole, e liberarsi dall’ignoranza-illusione.
Si tratta del dharma umano in quanto specie che ha gli strumenti necessari per portare a tale compimento.
Dharma=dovere, sentiero, compito, che per l’uomo significa l’allinearsi alle Leggi Universali in modo cosciente.
E’ evidente che gli altri regni di natura (minerale, vegetale, animale) vivono inconsapevolmente seguendo le leggi particolari e universali e in questo possono dirsi “liberi”; l’uomo vive in quella “zona di confine” che passando attraverso il conflitto generato dalla mente, si rende schiavo delle sue stesse scissure interne. E’ con tale mezzo, la mente, e attraverso tale conflitto, che potrà giungere alla Libertà consapevole.

Necessariamente questo processo di realizzazione richiede un grado di maturità, uno sviluppo di una mente sia analitica che sintetica che diventi strumento idoneo a creare la centralità dell’Io integrato.
L’uomo deve cioè, essere pronto e capace di riconoscere prima il proprio dharma personale, rendendosi così “strumento attivo” ed esercitare la propria volontà interiore in armonia con la Volontà superiore rappresentata da tutto ciò che lo trascende (il Sé superiore, il macrocosmo in cui vive).

E’ nel compimento dell’unione armonica microcosmo-macrocosmo che si raggiunge il massimo grado di Libertà.

Occorre riconoscere che l’uomo nella sua collocazione spazio-temporale (di per sé limitata) può giungere ad una condizione di libertà relativa e non assoluta; è chiaro che il suo posto nell’Universo è molto decentrato, ma la grandezza dell’uomo sta nel riconoscimento di essere parte di un Tutto e di racchiudere in se stesso la completezza che deriva dalla sorgente da cui è animato e unito.

All’uomo è dato il compito di passare attraverso il conflitto per raggiungere l’armonia superiore, ha il compito di fare da tramite e da ponte per la realizzazione di un livello superiore di Vita in cui si compia la Coscienza Universale, sintesi dell’unione con l’individuale.
E’ il compimento di uno stato coscienziale che comprenda il Tutto e in cui si possa svelare l’Essere.

Tags: , , ,

Comments (0) Lug 21 2013

Equanimità – Separazione alchemica

Posted: under La Coscienza.
Tags: , , , , ,


“Alchimia est impuri separatio a substantia puriore.” (Martin Ruland)

Il processo alchemico detto “Separazione” è il fondamento dell’intera Opera Alchemica, così come precisamente espresso da Martin Ruland; questo è ciò su cui condurre il lavoro alchemico.
La separazione delle sostanze impure dalla sostanza-essenza più pura; ciò si può anche tradurre come l’estrazione del Mercurio solare da quello lunare.

Dietro al linguaggio ermetico-alchemico, i cui simboli implicano un serio ed approfondito studio, si scopre una concreta applicazione sulla materia prima che altro non è che il microcosmo-uomo.
Il Mercurio solare si traduce in Coscienza solare che deve essere separata dalla mente lunare, la mente-desiderio o kama-manas.
La dimensione psicologica della mente umana non è che il mercurio volgare degli alchimisti dello spirito; essa vive di luce riflessa della Coscienza Superiore (solare), “substrato” e vera essenza nascosta nell’uomo.
Questo processo di disidentificazione dalla mente psicologica (inferiore) è la prima operazione alchemica che occorre fare con graduale e delicato lavoro. E’ un prendere una equi-distanza da contenuti e qualificazioni che sono i materiali “grossolani” da ripulire e trasformare in seguito.

Dopo il riconoscimento di questa essenziale realtà, lo strumento primario per lavorare sulla separazione è l’attivazione dell’equanimità, esercitando la quale si può gradualmente realizzare l’operazione.

Da “Fuoco di Ascesi” di Raphael ben si chiarisce cosa si intenda per Equanimità:
“I [veri] Saggi sono quelli che vedono con lo stesso occhio un brahmana – coronato di sapienza e umiltà – una vacca, un elefante, un cane, uno svapaka [mangiatore di carne di cane]. (Bhagavadgita V, 18.)”

“Questo sutra della Gita è molto importante perché indica la posizione coscienziale ottimale per una effettiva Realizzazione. Inoltre, può essere interpretato sotto l’aspetto psicologico e, ancor più, coscienziale-metafisico.
Prima di tutto, riconosciamo che l’ente umano ha la capacità istintiva di rispondere al mondo oggettuale, di sentire emotivamente cose-eventi che sono dentro e fuori di sé e di avere la capacità pensativa di proiettare opinioni, interpretazioni su quelle cose-eventi. Ancora, può aver sviluppato troppo il “senso dell’io” (ahamkara) o centro individuato sì da essere intrappolato dalle sue movenze psicofisiche, rimanendo indifferente di fronte alle cose-eventi, ma in senso negativo, riduttivo.
Il sutra sottolinea che il Saggio rimane equanime; ciò significa avere lo stesso atteggiamento coscienziale di fronte a cose-eventi differenti, a volte persino opposti.
Possiamo anche esprimerci nel modo seguente: l’equanimità è “divina indifferenza” o divina impassibilità, imperturbabilità, neutralità perché con essa si sono trascesi e unificati tutti i dualismi.

Da quanto detto possono sorgere due domande:
1) L’equanimità-imperturbabilità a che sfera del nostro essere possiamo attribuirla?
2) Quali sono gli ostacoli che possono impedire l’espressione dell’equanimità?

Ci può essere utile questo filo di pensiero: se la nostra psiche si muove sulla linea della perturbabilità dovremo chiederci: che cos’è che determina tale turbamento e su quale sfera coscienziale potremo trovare la lacuna?
Iniziamo col dire che l’equanimità è l’opposto degli stati duali come, ad esempio, attrazione e repulsione. Chi, dunque, è condizionato dallo stato attrattivo-repulsivo della sfera psicologica non può essere equanime, non può rimanere impassibile; e poiché l’impassibilità-equanimità è del Saggio ne consegue che quell’ente, sotto l’imperio dell’attrazione-repulsione, può essere tutto tranne che saggio. Ma perché, poi, l’imperturbabilità è del Saggio? La saggezza, essendo libera da pregiudizi dualistici, può “vedere” le cose come realmente sono (vivekakhyati: retto discernimento scaturito dall’intelletto puro).
Ora, chi è determinato o sballottato da condizioni psicologiche attrattive-repulsive in che senso può usare il giudizio di verità? Questo, purtroppo, viene condizionato o alterato dal particolare momento emotivo. Se la perturbabilità è padrona del nostro essere, noi saremo forzatamente preda di “opinioni” soggettive e non di giudizi universali, opinioni che eserciteranno un peso negativo determinante sulla nostra visione della vita e sul nostro comportamento.
Il sutra ci indica soprattutto uno stato coscienziale: il Saggio è colui che è equanime di fronte a tutto, non solo di fronte ai suoi stessi eventi-cose, ma anche alle “opinioni del mondo degli uomini”. Possiamo così esaminare il sutra da quest’altra angolazione.

Se riconosciamo che le indefinite manifestazioni vitali si risolvono nell’Unità dell’Essere, se accettiamo che tutto è Uno senza secondo, se ammettiamo che “In Esso originano è si dissolvono tutte le cose” (Mandukya Upanisad, VI), dov’è quel dato, quella cosa o quel fatto che può darci turbamento, parzialità ed eccitazione? Nella nostra coscienza una e universale possiamo mai trovare la dualità e la differenzianzione?
Le “ombre” del cane, dello svapaka, del brahmana, ecc. non si stagliano sul nostro stesso schermo? Le loro movenze non sono l’espressione di quell’Uno che dà vita a tutto? Solo l’immedesimazione con una particolare “ombra” ci pone sul piano della distinzione e dell’opinione, cioè della non-verità.
Chi ha una coscienza universale è equanime perché è fuori dell’opinione dianoetica essendo un Saggio, è tutt’uno con la Vita; oppure, essendo tutt’uno con la Vita è un Saggio, un muni, cioè colui che si è posto nel Silenzio onnipervadente proprio perché è uscito dal polarismo di qualsiasi natura e grado.
Dietro il mondo dei nomi e delle forme, a qualunque dimensione possano appartenere, esiste quella Realtà una onnicomprensiva, quell’Essenza che è il fondamento metafisico del mondo intelligibile e sensibile. E chi ha il privilegio di vedere la vita in termini di unità-equanimità ha realizzato il savikalpa samadhi o Coscienza divina.”

Questo è il testo in cui con parole chiare ed illuminanti si esprime Raphael, utilizzando anche un linguaggio della tradizione Vedanta, ma dimostrando che l’Alchimia è opera universale e non appartiene ad un culto particolare, ma è sinonimo di trasformazione e realizzazione interiore.

Nei simbolismi della tradizione occidentale l’equanimità-separazione alchemica può vedersi nell’Arcano maggiore “La Temperanza”. Nell’archetipo rappresentato dalla lama dei tarocchi n. XIV un’immagine spesso dall’aspetto androgino o comunque “angelico” travasa dei liquidi da un recipiente all’altro, si potrebbe vedere in questo gesto, un “dosare”, un separare la sostanza con “giusta misura”.

La Temperanza è inoltre una delle quattro virtù cardinali che permette di trasformare, purificare, trasmutare l’energia vitale, quindi di “Separare” l’impuro dal più puro, di “ripulire” la sostanza mercuriale simbolicamente fluida (assimilabile perciò alla plasticità della mente), dai metalli pesanti (i contenuti-qualità della personalità egoica).

Come ben sappiamo non è solo ragionando o mettendoci le buone intenzioni che si attiva una qualità e una trasformazione. Occorre quindi evocare l’Equanimità-Temperanza con applicazione costante e instancabile, così come gli alchimisti si dedicavano alle “operazioni” nel loro “laboratorio”.

Tags: , , , , ,

Comments (0) Feb 17 2013

Antico testo Egizio

Posted: under La Coscienza.
Tags: , , , , ,

Traduzione di un antico testo egizio intagliato sulla porta d’accesso ad un sacro sito.

Finalmente ho raggiunto il MIO traguardo e risolto il segreto della mia anima:
Io sono QUELLO a cui rivolgevo le preghiere,
QUELLO a cui chiedevo aiuto.
Sono QUELLO che ho cercato.
Sono la stessa vetta della MIA montagna.
Guardo la creazione come una pagina del MIO stesso libro.
Sono infatti l’UNICO che produce i molti,
della stessa sostanza che prendo da ME.
Poiché TUTTO è ME, non vi sono due,
la creazione è ME STESSO, dappertutto.
Quello che concedo a ME stesso,
lo prendo da ME stesso e lo do a ME stesso,
l’UNICO, poiché sono il Padre ed il Figlio.
Quanto a quello che voglio,
non vedo altro che i MIEI desideri, che sgorgano da ME.
Sono infatti il conoscitore, il conosciuto,
il soggetto, il governante ed il trono.

Tre in UNO è quello che sono e
l’inferno è solo un argine che ho messo al MIO stesso fiume,
allorché sognavo durante un incubo.
Sognai che non ero il SOLO unico e
cosi’ IO stesso iniziai il dubbio, che fece il suo corso,
finché non mi svegliai.
Trovai cosi’ che IO avevo scherzato con ME stesso.
Ora che sono sveglio, riprendo di sicuro il MIO trono
e governo il MIO regno che è ME stesso, il signore per l’eternità.”

(Fonte: http://www.isabelladisoragna.eu/site/articolo.php?news=18&lang=italiano&menu=12)

Tags: , , , , ,

Comments (0) Dic 09 2012

Simbolismo mistico e alchemico: il Cuore con le Ali

Posted: under L'uomo di Latta - Il Cuore, La Coscienza.
Tags: , , , , , , ,

Centro dell’uomo, simbolo solare, il cuore è il legame fra cielo e terra, sede del divino nel microcosmo-uomo. Il cuore è assimilabile al mercurio alchemico, al lapis o Graal.
Ristabilito il contatto cosciente con la scintilla di spirito interiore (il Sè superiore), il Cuore a cui si aggiungono le Ali, rappresenta il simbolo di elevazione verso il cielo.

Tradotto in linguaggio alchemico si tratta del Mercurio rettificato che ha ricevuto lo Zolfo, unione dei due principi femminile-maschile (luna e sole).

Nell’essere umano è l’unione dei due poli, è completamento attraverso il superamento dei conflitti fra l’Ombra e il Sé (Atma in termini religiosi), che implica l’apertura dell’Intuizione e della visione interiore la quale si concretizza con l’attivazione del terzo occhio (6° e 7° chakra che vibrano all’unisono). Con questo si stabilisce anche il legame testa-cuore.

Un cuore con le ali è il simbolo del movimento Sufi (mistica islamica), che mostra all’uomo la via per riconoscere Dio nel proprio cuore e risvegliare l’anima per ascendere a stati superiori (simbolo delle ali che innalzano).

Questo simbolismo con varianti e aggiunta di elementi allegorici è spesso ripreso nelle facciate di chiese e cattedrali, ne è un esempio la facciata rinascimentale, detta “delle pietre parlanti”, della parrocchia di San Lorenzo di Saliceto che raffigura un calice (allegoria del cuore, simbolo del Sacro Graal) con sopra un putto dalla testa alata, riferimento al mercurio volatile che rettificandosi spiritualizza la materia. Il putto è sopra il calice (emerge o si immerge), con il probabile significato che da esso prende vita e ad esso rimane collegato.

Tags: , , , , , , ,

Comments (0) Nov 06 2012

La Distillazione Alchemica

Posted: under La Coscienza.
Tags: , , , , , , ,


“Questa materia dissolta nella sua propria Acqua [dall’Acqua scaturisce infatti ogni Generazione] è fatta ruotare attraverso i quattro Elementi, finché non si trasformi nella Natura Astrale fissa, nell’Uovo Fisico, così detto per il calore della Gallina che cova le uova all’infinito: diversamente perirebbe la speranza di ogni discendenza.”

L’Alchimia e la trasmutazione mentale (Tratto da: http://www.archeosofica.org)

L’Alchimia, quando illustra ciò che abbiamo detto [trasmutazione mentale], ha un simbolismo appropriato che l’Autore trattò anni or sono nel suo volume: Alchimia come Via allo Spirito – Ego, Torino 1949. Egli disse che la Uni-Trina-Fornace ove si possono fare le operazioni con un solo ed unico fuoco dissolvente è il “Laboratorio Alchemico”; che fornelli e forni e laboratorio non sono altro che noi stessi; che gli strumenti dell’alchimista sono il Fuoco, cioè il fuoco d’Amore fattivo, che nella via Umida o Mistica è praticamente l’essenziale.

Disse ancora che l’Operazione è duplice, ossia: solutio et congelatio, ove la dissoluzione è calcinazione del corpo. Parlammo allora da Alchimisti, e affermammo che l’operazione fondamentale è chiamata dai chimici distillazione, e dai filosofi separazione. La rettificazione consisterebbe nella ripetizione della distillazione.

L’Alchimia fa riferimento alla distillazione, al fuoco che cuoce nel fornello (Athanòr) la materia prima intelligibile messa nell’alambicco, in maniera che si abbia un distillato di questa materia prima, che sottoposta ad altre distillazioni produce la quintessenza, cioè l’Individualità pura. La distillazione, come ci insegna la Chimica, ha lo scopo di separare da una miscela liquida uno o più costituenti, portandoli, mediante l’ebollizione fatta con arte, allo stato di vapore che, una volta condensato per raffreddamento, costituisce il distillato.

L’Alambicco di cristallo è il recipiente usato per la distillazione. Se in esso mettiamo il succo di un fiore come la rosa o il loto, il processo della distillazione darà, da una parte, l’essenza di rosa o di loto e, dall’altra, le scorie inutili del succo stesso.

Così è della coscienza selvaggia, egoista, ignorante dell’uomo: dopo la distillazione ne verrà fuori il Fanciullo di Dio che il lavoro iniziatico trasformerà in un Re, per il quale è pronto il trono come attesta l’Apocalisse di Giovanni. La distillazione Alchemica si compie nella testa, nel cuore e nella sede sessuale. La materia prima è sempre una sola: della quale sono fatti la materia intelligibile spirito , l’anima emotiva e l’eros. Il fuoco per la cottura di questa materia prima è sempre la Volontà-Amore che opera con l’Attenzione, la Concentrazione e la Meditazione.

Tommaso Palamidessi
dal capitolo “LE LEVE DI COMANDO DELL’INIZIAZIONE
SONO IL DOMINIO DELLA MENTE”
estratto dal 9° Quaderno di Archeosofia

Tags: , , , , , , ,

Comments (0) Lug 28 2012

Metamorfosi alchemiche

Posted: under La Coscienza.
Tags: , , , , , ,

 

“Vi sono due corpi: quello rudimentale e quello completo, corrispondenti alle due condizioni del bruco e della farfalla. Ciò che noi chiamiamo morte non è che la dolorosa metamorfosi.
La nostra incarnazione presente è progressiva, preparatoria, temporanea. 
L’incarnazione futura è perfezionata, ultima, immortale.
La vita ultima è lo scopo supremo.”
(Edgar Allan Poe – “Racconti straordinari”)

  

La farfalla ha un ciclo vitale di 4 stadi principali di sviluppo:  uovo, bruco, pupa e adulto. Ogni stadio è il superamento del precedente e prevede l’abbandono del vecchio involucro.
Il destino di un bruco, il progetto che la natura ha per lui, è di evolvere in farfalla. Un bruco che non giungesse allo stadio di farfalla non avrebbe realizzato le possibilità insite nella sua natura.

 

Così l’uomo che non si realizzi nell’Anima-Sé attraverso l’evoluzione della sua Coscienza, non avrà completato ciò che la Natura prevede nel suo piano di Creazione.

 

La farfalla ha due ali e un corpo centrale che ricorda gli organi del cervello e del cuore nell’essere umano.
L’uomo per realizzare il Sé deve integrare, sintetizzare le due parti opposte e polari in modo che funzionino come un unico corpo armonico che gli possa far spiccare il volo in modo leggiadro e innocente come il battito d’ali di una farfalla.

 
Tale leggerezza nel suo volo è data dal dominio sulla natura inferiore, dal superamento dei vincoli della mente analitica, separatrice ed egoica, a favore della mente Intuitiva.
Spostato il centro di dominio, dal basso verso l’alto (dai tre chakra inferiori ai tre superiori), attraverso il Cuore che riceve la luce dell’Intuizione o Intelletto superiore (superconscio), l’apertura verso l’aria e la luce (la nuova dimensione) sarà innocente come lo sbocciare di una rosa.
  

 

La farfalla è stata indicata presso gli antichi Greci con il termine “Psyche” (indicando con tale termine una farfalla notturna), e assimilata all’Anima; ma affinché l’anima (Mercurio lunare) si liberi leggera come farfalla (Mercurio rettificato) deve “spogliarsi” degli involucri che la appesantiscono offuscandole la luce.

 
“L’anima è come la crisalide uno stato di passaggio, un punto critico, che ci permette di collegare il corpo materiale con il Sé Spirituale ed eterno, lo Spirito che chiama in causa l’Unicità delle essenze che sovrastano e superano la condizione materiale, la nigredo. Il nero come è risaputo è un colore o frequenza che attira tutti gli altri (tutti in uno dal quale si possono estrarre attraverso gradazioni di chiaro). Il bianco, contrapposto al nero è la luce, è l’uno indivisibile che forma i 7 colori dell’arcobaleno attraverso il passaggio in un prisma o per effetto dell’evaporazione dell’acqua.”
(“Il Cappello Frigio e altri simboli Cosmici”)
  

L’Anima trovata la sua vera condizione di Farfalla (stato di fissazione del Mercurio solare), potrà librarsi nell’aria, l’elemento che le è proprio. Nella nuova dimensione più sottile (l’aria), essa riceve la luce, il Sole o Fuoco (Zolfo incorruttibile) da cui ha origine la sua stessa essenza.

  

Passaggio dallo stato di Mercurio lunare (simbolo in basso)


 
a Mercurio solare rettificato con l’elemento Zolfo (simbolo in basso).


 
Il simbolo delle ali del Mercurio dei Filosofi, mostra il passaggio alla nuova condizione (analogia con le ali della farfalla dopo la metamorfosi dallo stato di bruco).
 

Così integrato nell'”aria” e nella “luce” della sua Anima-Spirito, l’uomo avrà realizzato il Piano insito nella sua Natura divina: l’Androgino alchemico.

  

Tags: , , , , , ,

Comments (0) Giu 26 2012