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Ogni cammino di saggezza inizia da qui.

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Spirito_materia

Sempre più spesso capita di ritrovarsi a cadere nell’equivoco che genera l’illusione che un cammino spirituale o di saggezza debba significare ascetismo, alienazione dalla condizione umana o rifiuto del quotidiano e della materialità.

L’errore più grossolano, che anche dopo anni di impegno verso un percorso di “liberazione”, può creare un blocco o una deviazione verso forme estreme di pratiche è appunto quello di partire da una visione “superficiale” e mal compresa di ciò che la Tradizione metafisica (unica anche se espressa in più linguaggi o forme) vuole trasmettere.

Un maestro dei giorni nostri come Arnaud Desjardins mette “in guardia” da simili abbagli e sintetizzando gli insegnamenti di Oriente e Occidente, apre un punto di osservazione obiettivo su cosa significhi “cammino spirituale o realizzazione” e soprattutto su come concretamente si possa iniziare tale percorso e portare avanti senza reprimere ciò che fa parte di un tutt’Uno rappresentato dall’essere umano, la manifestazione e i piani spirituali.

Ancora una volta un maestro a chiare lettere ci dice che la prima e l’ultima cosa da mettere in atto è il “Conosci te stesso” nel “qui e ora”, eliminando la scissura fra materia e spirito che invece è il principale inciampo di ogni aspirante che travisa l’insegnamento metafisico.

Ecco uno stralcio di quello che Arnaud Desjardins esprime nella sua testimonianza sul Cammino:

“Il Cammino si rivela sempre di una straordinaria semplicità, ma purtroppo il nostro mentale è incredibilmente complicato.
Oggi mi è difficile ricordare tutte le volte che Swamiji disse “Truth is so simple”. Allora trovavo questa frase quasi irritante. Adesso sì, sono d’accordo. Ma per anni queste parole mi hanno dato fastidio. Come poteva dirmi tranquillamente: “La verità è così semplice, Arnaud, la verità è così semplice”, mentre io mi dibattevo nelle mie contraddizioni, le mie incomprensioni, le mie sofferenze?
Che cosa cercano gli esseri viventi? Che cosa cerchiamo tutti noi? Di essere felici, unicamento questo. Le parole ‘felicità’ o ‘essere felici’ sono anche più importanti dei grandi termini della metafisica: Saggezza, Risveglio, Liberazione. Tutto il problema di vivere sta nel fatto che il desiderio fondamentale, che in seguito può assumere migliaia di forme diverse, è quello di questa idea centrale: felicità, gioia, piacere, contentezza, soddisfazione, e i loro opposti: infelicità, tristezza, dolore, scontento, delusione. C’è una felicità fisica, cioè l’essere in salute, il sentirsi bene nel proprio corpo. C’è una felicità emotiva, che fa sentire come una dilatazione nel petto. E poi ci sono le soddisfazioni intellettuali (la gioia che si prova nel compiere una ricerca, nel leggere un libro appassionante) che ci vengono dell’uso dell’intelligenza. Sappiamo anche della gioia che può dare l’espansività sessuale, e il suo contrario, la sofferenza, quando esiste una corrispondente delusione.
Il cammino della saggezza è, in ultima analisi, il cammino della felicità; la scienza esoterica è la scienza della felicità. E’ facile ma anche doloroso osservare il rapporto fra questa aspirazione generale alla felicità (che esiste anche nelle forme di vita inferiori) e la realtà delle esistenze intorno a noi. Quanto alla vostra esistenza personale, dovete ammettere che spesso siete infelici, o in ogni caso mai così felici come vorreste essere.
Il sanscrito usa due termini piuttosto conosciuti, ma i lettori di libri sull’induismo non sempre ne colgono la differenza. Uno è ‘ananda’, generalmente tradotto da noi con ‘beatitudine’ (c’è poi da mettersi d’accordo su ciò che si intende per beatitudine). L’altro termine è ‘sukha’ (piacere), l’opposto di ‘dukha’ (dolore). Un famoso detto del Buddha afferma: ‘Sarvam dukham’, tutto è sofferenza. Sukha, al contrario, significa il piacere e una certa forma di gioia che definiremo meglio in seguito. E qui c’è una grande differenza.
Infatti, se il desiderio di felicità è il motore essenziale di tutta la vostra esistenza dovunque e comunque, in generale non sapete come gestirlo né come porvi in rapporto ad esso. L’essere umano non è granché portato a distinguere tra felicità non-dipendente, che proviene dal profondo di noi stessi ed è relativa all’essere, e la felicità che dipende dall’avere, da ciò che la vita ci dà o non ci dà, che ci concede o ci toglie, vale a dire da condizioni piacevoli o da condizioni spiacevoli.
L’essere nel dualismo ha come conseguenza il fatto di non poter essere completamente distesi, proprio perché si è soggetti (non solo fisicamente, ma anche psichicamente) all’attrazione e alla repulsione, a ciò che desideriamo e a ciò che rifiutiamo. Si può essere distesi in tre modi: il primo è unirsi a ciò che ci piace (prenderlo, possederlo), il secondo è distruggere ciò che rifiutiamo, ciò che ci fa sentire il nostro limite, il terzo è fuggire ciò che si rivela causa di sofferenza. In questa tensione (intesa come non-distensione) che si presenta sotto forma di desiderio di possesso, di distruzione o di fuga, c’è sempre la ricerca di uno stato felice.
Il Buddha ha detto: “Essere separati da ciò che si ama è sofferenza. Essere uniti a ciò che non si ama è sofferenza”.Voi siete convinti di non essere felici perché non siete ‘uniti a ciò che amate’, di qualunque cosa si tratti. Può essere l’amore fra un uomo e una donna, ma possiamo anche essere uniti a una situazione, per esempio fare un certo lavoro, o uniti a un titolo, come Cavaliere del lavoro o presidente di un consiglio d’amministrazione. Finché non sarete uniti al compimento di questi desideri non potete considerarvi completamente felici. Di conseguenza la vostra felicità non è sentita ‘qui e ora’ ma è proiettata nel futuro: “Sarò felice quando ciò che chiedo mi sarà dato”.
Al contrario, nelle altre due modalità io sarò felice quando sarò liberato, sbarazzato, da ciò che non mi piace, sia che riesca a distruggerlo, a farlo sparire materialmente o simbolicamente, sia che riesca ad allontanarlo o a sfuggirlo.
A volte soffrite perché siete effettivamente uniti a ciò che non vi piace o non vi piace più: una situazione, un lavoro, una malattia, un marito o una moglie. Oppure perché avete paura che un timore possa davvero concretizzarsi; sarete perfettamente felici solo quando questo timore, qualunque aspetto della vita riguardi, non avrà più nessuna possibilità di realizzarsi, cioè quando sarete completamente rassicurati.
Tutte le situazioni della vita e tutti gli stati d’animo entrano inevitabilmente in una di queste tre forme di tensione: la tensione ‘verso’ (unirsi) o le due tensioni ‘contro’ (distruggere, fuggire). La tensione non è mai sentita come una condizione felice, a meno di avere la certezza che quella tensione stia per rilassarsi, che stia per portare a uno stato di pace. Potete essere felici nella tensione solo se contiene la promessa di un momento di felicità futura, per esempio quando sentite un intenso desiderio con la certezza che riuscirete a realizzarlo. La prova ne è che se un fatto imprevisto sconvolge questa vostra certezza, la tensione diventa di colpo dolore.
In generale la tensione è sentita come sofferenza. Affermare che sempre, in ogni circostanza, tutti gli esseri viventi cercano la felicità sotto questa o quell’altra forma, equivale a dire che cercano il ritorno all’assenza di tensione, nuova tensione, rilassamento di questa tensione. Cercate esempi nella vostra vita, situazioni di cui vi ricordate, o che state vivendo ora, o che vi si presenteranno nei prossimi giorni.
Se siamo totalmente distesi fisicamente, emotivamente, mentalmente proveremo quello stato chiamato ‘ananda’.
Ecco cosa bisogna capire bene su questo stato tanto discusso. Ananda non designa solo la beatitudine suprema. La beatitudine suprema, quella del saggio, Swamiji la chiamava ‘amrit’, che significa ‘immortalità’ o ‘non-morte’. Fra i diversi rivestimenti che ricoprono il Sé, i diversi ‘kosha’, ce n’è uno estremamente sottile, estremamente tenue, ma classificato comunque come kosha: l’ananda-mayakosha, il rivestimento più interno, il più trasparente alla luce del Sé.
Anche se non siete ancora vicini a questa luce del Sé, la cosa vi riguarda perché tutti voi, che siate impegnati in un cammino spirituale o lontani di mille miglia, avete il desiderio di ananda, di questa assenza di tensioni, di questa libertà dalle paure e dai desideri in grado di farvi ritornare a voi stessi. Non attratti né respinti, ci ritroviamo stabili nel nostro essere reale, non dipendente dalle circostanze: ‘io in collera’ non è davvero ‘io, e neppure ‘io pazzo di gioia’, perché se mi piomba dal cielo una brutta notizia sarò di nuovo triste. Questi stati variabili, instabili, sono modi della superficie del nostro essere. E quando torniamo a noi stessi proviamo ananda. Invece suka, felicità (come opposto di infelicità), corrisponde a ciò che si prova quando si è identificati con un piacere, una gioia, cioè quando siete presi da un’emozione momentanea.
Anche se può sembrarvi un po’ teorica, questa definizione fra sukha e ananda ha un’utilità concreta per capire come funzionate e che cosa cercate. Quando un’emozione si impadronisce di noi, possiamo sentirci furiosi, scontenti, disperati, oppure contenti, allegri, pazzi di gioia, ma senza provare la vera distensione che genera il ritorno a se stessi. Imparate a distinguere queste due forme di felicità che vi sono generalmente accessibili. Provate a sentire su voi stessi la differenza di livello che esiste fra sukha e ananda, perché la vostra esistenza possa diventare il cammino della libertà.
E’ possibile che siate in genere felici. Ma di che felicità si tratta? Se si tratta semplicemente di ‘felici’ come contrario di ‘infelici’, non siete ancora stufi di questi stati d’animo su cui non avete nessun potere, tanto sono legati a situazioni contingenti? Anche se avete qualche piccolo potere di creare situazioni felici ed evitare situazioni infelici, in realtà non avete nessun potere sull’emozione in se stessa.
E’ anche possibile che vi sentiate in uno stato felice, calmo, che emana dalla profondità del vostro essere. Certo, al punto in cui siete sul cammino non è uno stato definitivo, ma la sua qualità si rivela diversa. ‘Io sono’: se poteste ESSERE, semplicemente e nient’altro, senza che venga aggiunto “sono allegro o sono triste”, sareste felici in quanto completamente distesi. La felicità è inerente all’essere. Tutti coloro che hanno fatto un minimo di progresso in una via spirituale lo sanno. Man mano che le agitazioni, gli affanni quotidiani dell’esistenza diminuiscono, e ogni volta che si riesce a ritrovare il silenzio interiore, anche in assenza di gioie occasionali o di condizioni eccezionali, si prova uno stato di pienezza. Solo il mentale può credere che sia uno stato opaco e monotono, e che manchi il sale della vita se non ci sono eccitazioni e soddisfazioni esteriori.
In tutti voi c’è questa aspirazione a una molteplicità di esperienze: è anche per questo che ci si reincarna innumerevoli volte. Le vostre richieste, aggiunte alla convinzione di non poter essere felici senza ciò che vi viene dato dall’esterno, vi inducono a scegliere la dipendenza. Ma quando un desiderio è soddisfatto, cominciate a pensare: “Che cosa succede in me? Qui e ora mi sento felice, ma forse sono felice solo perché la soddisfazione di quel desiderio o la sparizione di quella sofferenza mi ha semplicemente ricondotto a me stesso, e perché trovandomi nello stato di non-desiderio e non-paura, di non-attrazione e non-repulsione, mi ritrovo stabilito nel cuore di me stesso”. Con l’esperienza arriverete molto presto a riconoscere questo stato. E’ fondamentale per voi riuscire a distinguere la differenza tra il piacere che riguarda solo la periferia di voi stessi, e la gioia che emana dal cuore della vostra coscienza.”

(Tratto da: “La Via del Cuore” – Arnaud Desjardins – pagg. 113-116.)

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